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2011: tempo di bilanci

Il 2011 sta per finire, ma vivrà per ancora per molto tempo: non si tratta, infatti, di uno di quegli anni che si limitano ai 365 giorni con cui la Terra compie il suo giro di boa, ma, al contrario, è destinato a cambiare per sempre le mentalità come le nazioni, i libri di storia come quelli di scienze, le persone che ne hanno vissuto le innovazioni, così come quelle che nasceranno vivendone le rivoluzioni.

Ed è proprio dalle rivoluzioni che comincia questo 2011.

La scintilla di quella che verrà denominata “primavera araba” è quella con cui, il 17 dicembre 2010, il giovane commerciante tunisino Mohamed Buazizi, stremato dai continui rincari dei beni di prima necessità e dal sequestro delle sue merci da parte della polizia, decide di darsi fuoco davanti al palazzo del procuratore della città di Sidi Bouzid.

Alla sua morte, avvenuta, dopo una lunga agonia, il 4 gennaio successivo, le rivolte che avrebbero cambiato per sempre il volto dell’Africa erano già esplose. Il primo stato a reagire è la Tunisia, in cui vengono organizzate manifestazioni per denunciare la morte del martire e con essa gli abusi della dittatura di Ben Ali, iniziata ventitré anni prima. Gli scioperi si trasformano ben presto in sanguinosi scontri con le forze fedeli al governo. La rivoluzione, però, si allarga sempre di più, fomentata soprattutto dal web, e, il 14 gennaio, il presidente Ben Ali decide di abbandonare il paese, rifugiandosi in Arabia Saudita.  Nel frattempo, anche l’Egitto si è svegliato: nell’anno del trentesimo anniversario del presidente Mubarak alla guida del paese, le condizioni di difficoltà economica e la ritrovata fiducia per gli avvenimenti in Tunisia spingono i cittadini ad organizzare delle manifestazioni che prendono il via il 25 gennaio. Dopo tre settimane di sangue, l’11 febbraio Mubarak rassegna le dimissioni. In maggio viene arrestato assieme alla sua famiglia e sottoposto ad un processo che dura tuttora e che lo vede imputato per la morte di almeno 800 civili. La protesta si allarga a macchia d’olio: Bahrain, Yemen, Algeria, Iraq, Giordania, Marocco, Kuwait, Oman, Arabia Saudita, Libano, Mauritania e Sudan erompono contro i dittatori in sanguinose guerre civili che vengono però soffocate dai regimi.

Un discorso a parte va fatto per la Libia, lo stato in cui la rivoluzione ha raggiunto il culmine della violenza e della visibilità. Nella terra del colonnello Gheddafi, al potere da 42 anni, il 17 febbraio i giovani, organizzatisi su internet, si danno appuntamento per protestare a Bengasi, una delle città che, nei mesi seguenti, diverranno famose in tutto il mondo perché al centro della contesa delle due parti di una delle più dispendiose guerre civili degli ultimi anni, in termini umani. Quel 17 febbraio, che sarà poi denominato “la giornata della collera”, muoiono due persone, le prime delle oltre trentamila dei mesi successivi. Ben presto si configurano due fazioni, i ribelli ed i fedeli al raìs, che daranno vita ad una guerriglia per conquistare le città più importanti e così il controllo della Libia intera. La sferzata vincente per la fine del conflitto viene dall’esterno: Francia, Germania, Stati Uniti e, in misura minore, Italia decidono di schierarsi a fianco dei ribelli, determinandone la vittoria, il cui emblema rimarrà per tutti l’immagine martoriata del cadavere del colonnello Mu’Ammar Gheddafi, scovato e giustiziato il 20 ottobre nella roccaforte di Sirte.

Non è, però, finita: i problemi continuano, sia per i Paesi liberatisi e che ora affrontano la complicata questione della ricostruzione, sia per quelli che si trovano ancora a lottare, soprattutto la Siria, in cui la resistenza del governo si sta dimostrando particolarmente dura.

 

Le foto di Gheddafi non sono le uniche di questo 2011 che riguardano la fine di un incubo.

Ci aveva lasciati con le immagini di due aerei che andavano a schiantarsi sulle due torri simbolo di New York e con le successive rivendicazioni di Al Qaida, con 2996 vittime innocenti, con la consapevolezza che l’11 settembre 2001 avrebbe per sempre cambiato gli equilibri politici e le coscienze delle persone. Dopo dieci anni di fuga silenziosa, l’uomo più ricercato al mondo, su cui pendeva una taglia di 50 milioni di dollari, è stato individuato e ucciso dai navy seals statunitensi. È morto così Osama Bin Laden, subito dopo la mezzanotte del 22 maggio.

Quasi immediatamente il presidente Obama, che aveva seguito tutta l’operazione dalla Situation  Room della Casa Bianca, tiene un discorso in cui annuncia la buona riuscita dell’operazione e gli  Stati Uniti esplodono in una notte di festa per le strade e davanti alla sede del presidente. Il  corpo del fondamentalista islamico sarà poi avvolto in un sacco di plastica zavorrato e gettato  nel Mare Arabico. Ora l’11 settembre 2001 sembra più lontano, nonostante le imponenti  celebrazioni per il suo decimo anniversario. E lo sembra ancor più un mese dopo: il presidente  Obama ha annunciato il 21 ottobre che tutte le truppe sarebbero state richiamate in patria entro  la fine dell’anno. Il 18 dicembre, infatti, l’ultimo plotone rimasto ha lasciato il paese. La guerra è finita. Il costo totale della seconda guerra del Golfo, in termini umani, è molto salato: di certe vi sono solo le 4777 vittime della coalizione, tra cui 36 italiani; tuttavia si parla di circa un milione di morti totali, la maggior parte dei quali civili.

 

Non è, purtroppo, l’unica strage che dobbiamo ricordare.

Sono le ore 15:26 quando il centro della tranquilla Oslo viene scosso dallo scoppio di una bomba di fronte all’ufficio del primo ministro. È l’inizio di un 22 luglio che rimarrà per sempre nella memoria della Norvegia. Poco dopo, infatti, un uomo travestito da agente si reca al comizio dei giovani del partito laburista norvegese, sull’Isola di Utoya. Dopo aver fatto riunire i partecipanti con una scusa, apre il fuoco. Ha così inizio una strage di un’ora e mezza, durante la quale Anders Behring Breivik, questo il nome dell’attentatore, cercherà di scovare ed uccidere più persone possibili fino all’arrivo della polizia, alla quale si consegnerà senza opporre resistenza. Il conto dei morti è salatissimo: 77 in totale, 8 a causa della bomba, 69 uccisi a sangue freddo sull’isola. Il trentaduenne Breivik, che si è definito fondamentalista cristiano e che ha raccolto le sue idee xenofobe nel libro “2083”, verrà processato a partire dal 16 aprile 2012. Nel frattempo, è stato sottoposto ad una perizia psichiatrica che ne ha dichiarato l’infermità mentale. Potrebbe così cavarsela con 21 anni di carcere.

La strage del 22 luglio ricorda quella compiuta, l’8 gennaio 2011, da un ventiduenne statunitense che, dopo essersi recato al comizio della deputata democratica Gabrielle Giffords, a Tucson, ha cominciato a sparare all’impazzata uccidendo 6 persone, tra cui una bambina, e ferendone altre 14, tra cui la stessa Giffords. Merita una menzione anche l’attentato compiuto all’aeroporto di Mosca il 24 gennaio, compiuto da un kamikaze appartenente ad un gruppo fondamentalista nord caucasico e nel quale 35 persone, tra cui sei stranieri, hanno perso la vita.

 

Questo 2011 di catastrofi non è però finito.

11 marzo 2011, prefettura di Miyagi.. Il quarto terremoto più violento di sempre, di magnitudo 9 nella scala Richter, scuote il Giappone per sei, interminabili minuti. Al termine della scossa, però, i guai sono appena iniziati. Quasi immediatamente, infatti, un immenso tsunami si riversa sulla costa est giapponese, con onde superiori ai dieci metri, trascinando ogni cosa dietro di sé. Il bilancio, ancora provvisorio, parla di circa ventimila tra morti e dispersi. Ancora una volta, però, i guai non finiscono qua. Tra le regioni colpite, infatti, vi è anche la città di Fukushima,e con essa l’omonima centrale nucleare. Dopo il disastro si diffonde la voce di una presunta instabilità dei quattro reattori. Il mondo intero mantiene il fiato sospeso, con il ricordo incombente della Chernobyl di 25 anni fa. Per mesi e mesi persone già condannate si espongono alle radiazioni, riuscendo a mantenere sotto controllo la temperatura dei reattori. L’allerta, però, rimane ancora oggi, ed è di poco tempo fa la notizia secondo cui il reattore numero 4 sia prossimo al collasso. La violenza della natura non si ferma, però, a questo avvenimento. In precedenza, il 22 febbraio, un altro sisma aveva colpito la città di Christchurch, in Nuova Zelanda, causando 181 morti. La terra trema anche in Birmania, il 24 marzo, provocando 150 morti, e in Turchia, il 23 ottobre, 604 le vittime. Negli Stati Uniti è il vento a fare i danni maggiori: dal 25 al 28 aprile 353 tornado colpiscono la parte est del paese causando 322 vittime. In questi giorni, invece, è la tempesta tropicale Washi a destare preoccupazione, ed il bilancio provvisorio è di almeno mille morti nelle Filippine. In mezzo a tutte queste catastrofi improvvise, desta amarezza il fatto che sia stata una annunciata a provocare il maggior numero di vittime: la carestia in Somalia, la peggiore degli ultimi sessantanni, ha messo in pericolo la vita di un milione di persone.

Anche noi italiani, quest’anno, abbiamo conosciuto la forza della natura.A fine ottobre, dopo una delle più torride estati che si ricordi, l’autunno arriva all’improvviso portando con sé le piogge più abbondanti degli ultimi anni. Le immagini della capitale paralizzata sono presto sostituite da quelle, ben più gravi, che riguardano le coste della Liguria e della Toscana: interi paesi devastati dalla furia delle acque e 13 morti in seguito alle esondazioni del 25 ottobre 2011.

 

L’Italia, però, non ricorderà solo questa pagina del suo intenso 2011.

“L’Italia s’è desta”: lo abbiamo sentito cantare tante volte questo verso dell’Inno di Mameli, soprattutto per le celebrazioni del 17 marzo 2011.

E proprio nel l’anno del 150o anniversario dell’unità nazionale, pare proprio essere diventato vero. Le prime  avvisaglie di ciò possono sentire il 12 ed il 13 giugno di quest’anno, quando al poker di referendum a cui è  chiamato a ribattere, il popolo italiano risponde con la cinquina delle quattro abrogazioni + l’insperato  raggiungimento del quorum. Il governo ha i mesi contati, e la sera del 12 novembre Silvio Berlusconi si reca  al Quirinale per rassegnare le dimissioni da Presidente del Consiglio dei ministri al capo dello Stato Giorgio  Napolitano. Quattro giorni dopo verrà sostituito da Mario Monti, a cui spetta il compito di rimettere in piedi un’Italia che, economicamente parlando, si trova in ginocchio.

 

La crisi, infatti, è appena iniziata.

In Italia come nel resto dell’Europa del mondo, questo è stato un anno molto difficile dal punto di vista della politica economica. Ai vecchi PIGS, acronimo coniato per designare Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna, gli Stati che più avevano sofferto la crisi, si sta sostituendo in blocco l’Unione Europea, le cui sorti, come quelle della moneta unica, non sono mai state così in bilico.                                 In tutto il mondo, intanto, è partita la protesta degli indignati, coloro che si vogliono opporre cioè a quella che ormai è considerata la “dittatura di Wall Street”. A partire dagli indignados spagnoli, la contestazione ha toccato 952 città di 82 paesi del mondo, portando a momenti di grande tensioni, come gli scontri in Inghilterra e a Roma.

Uno degli emblemi della perdita di certezze che stiamo vivendo è la chiusura del giornale in lingua inglese più venduto di sempre: il News of the World. Fondato nel 1843, il settimanale britannico è stato coinvolto in uno scandalo di intercettazioni telefoniche che ha portato il proprietario Rupert Murdoch a decretarne la fine. Il 10 luglio 2011 è uscita l’ultima edizione, dal titolo “Thank you, and goodbye”.

 

 

Non è l’unica scomparsa illustre di questo 2011.


“[…] la Morte è con ogni probabilità la più grande invenzione della Vita. È l’agente di cambiamento della Vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo”. Lo diceva Steve Jobs ai giovani laureati dell’Università di Stanford nel giugno del 2005, quando gli spettri di un tumore che sembrava già sconfitto e che, invece, lo avrebbe portato alla morte erano ancora lontani. Il 5 ottobre 2011, assieme al fondatore della Apple, se ne è andato uno dei più grandi visionari del nostro tempo, e, come ha detto il presidente Obama in merito, non vi sono migliore prova della sua lungimiranza e miglior tributo alla sua persona se non il fatto che la maggior parte delle persone ha ricevuto la notizia della sua morte da una sua invenzione. Non verrà certo dimenticato, come non lo saranno le sue parole: “Stay hungry, stay foolish”. E un po’ “foolish”, pazza, lo era di certo la cantautrice britannica Amy Winehouse. Una vita sempre al limite, la sua, che una morte annunciata per abuso di alcool ha spezzato il 23 luglio, a soli 27 anni: non una maledizione, quella delle star decedute a 27 anni, ma l’ennesima prova di come il successo porti, talvolta, a vivere la propria vita troppo velocemente, a spingerla oltre al limite.             Veloce andava di certo anche Marco Simoncelli. L’erede designato di Valentino Rossi, campione europeo nella classe 125cc e mondiale nella 250cc, è caduto per l’ultima volta durante il gran premio di Malaysia. La sua morte, avvenuta il 23 ottobre a soli 24 anni, ha commosso l’Italia e il mondo intero.

 

La vita, però, continua.

Lo dimostrano i circa 2 milioni di giovani provenienti da tutto il mondo che si sono riuniti a Madrid per la giornata mondiale della gioventù nell’anno della beatificazione di Giovanni Paolo secondo; lo dimostra la nascita della bambina numero 7 miliardi, avvenuta il 31 ottobre e attribuita simbolicamente ad una bambina delle Filippine, uno dei paesi del terzo mondo che destano tante preoccupazioni, ma in cui è riposta la speranza per un futuro migliore.

 Va avanti anche la ricerca, e questo 2011 è uno degli anni più fruttuosi da questo punto di vista.                      Il lancio  finale dello Shuttle, dopo 30 anni di missioni, non ha infatti frenato la sete di conoscenza che da  sempre contraddistingue l’uomo: alcuni eventi, come l’individuazione delle prime tracce della particella di  Dio, sembrano confermare alcune teorie, mentre altri, come l’abbattimento della barriera della luce,  pongono altre domande e fanno cadere vecchi miti.Più di miti che cadono, si può parlare di spettri che vengono scacciati nel caso del royal wedding: con il matrimonio tra il Principe William e Kate Middleton, avvenuto il 29 aprile, l’Inghilterra scaccia, forse per sempre, il vuoto causato dalla morte prematura di Lady Diana.E ancora, l’abolizione, il 20 settembre, della cosiddetta “don’t ask, dont’t tell”, legge statunitense che proibiva agli omosessuali di prestare servizio militare.

 

 

Ecco perché, nonostante il 2011 sia stato certamente un anno difficile, non si può evitare di guardare al futuro con un po’ di speranza: perché per ogni certezza che cade vi è una scoperta, perché mentre tante persone perdono la vita ce ne sono di più che la vedono per la prima volta, perché nonostante le guerre si può ancora andare d’accordo, perché ad ogni giornale che chiude ne corrisponde un altro che apre, perché dopo ogni tragedia c’è sempre la ricostruzione, perché, nonostante le difficoltà, rimane sempre la consapevolezza di poter migliorare il futuro.

Buon anno a tutti.

 

 

 

 

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