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Double, la città doppia

Nel bosco c’è qualcuno. Nascoste dalle piante le ninfe danzano. Giocano. Attirano nei loro rituali vecchi signori immemori e li tengono con sè per sempre. Una di esse se ne sta in disparte: è l’unica ad essere triste. Nell’istante in cui una lacrima le riga il viso la foresta trema e la goccia si espande fino a diventare gigantesca: è appena nato un universo. In quella lacrima si creano miliardi di galassie e nella galassia più piccola c’è una stella azzurra. Si muove lentissimamente. Ha il senso dell’ironia. Intorno alla stella un piccolo pulviscolo ruota beffardo: è un minuscolo pianeta con i tentacoli. Su uno di questi tentacoli è stata costruita una città e la città si chiama Double.

Storia di L.

C’era un’atmosfera insolita nella galassia. Un piccolo gruppo di corpi celesti viaggiava a gran velocità senza emettere alcun suono. Ogni pianeta nelle vicinanze cercava di catturarli entro la propria orbita ma non ci riusciva perchè nonostante le modeste dimensioni quei corpi avevano attorno a sè un’energia enorme. I tentacoli del pianeta illuminato dalla stella azzurra ebbero un sussulto e per alcuni minuti furono agitati da un lieve movimento ondulatorio. Nell’ufficio di L. saltò la corrente. “Sì!” esclamò con un senso di soddisfazione “Allora ci sono riuscito!”. L. aveva passato una giornata difficile tra grafici da analizzare e relazioni da consegnare, erano le quattro del pomeriggio e all’idea di passare altre due ore al lavoro si sentiva svenire. Aveva dunque passato l’ultima mezzora a programmare un bug informatico da diffondere in tutto l’edificio, in modo da sovraccaricare i server e far saltare la luce. Non poteva sapere cosa stesse succedendo in quel momento nell’universo, quindi pensò di aver provocato lui il black-out e ne andava fiero. Recuperò una candela e aspettò gli ordini dall’alto. Nessuna voce proveniva dagli altoparlanti adiacenti alle pareti degli uffici. Uscì nel corridoio e cercò i suoi colleghi: spariti. Tazzine da caffè giacevano sulle scrivanie deserte e pile di fogli si erano accumulate nel carrello delle fotocopiatrici, senza che nessuno se ne occupasse. “Non c’è più nessuno” pensò. Prese la giacca e scese le scale, visto che l’ascensore non era più in funzione. Nell’aprire il portone che lo separava dalla strada si chiese se in quegli uffici ci fosse mai stato qualcuno. “Forse in queste settimane ho immaginato tutti quelli che lavorano con me e sono sempre stato solo in quell’ufficio” disse a sè stesso. Appena uscito immaginava di trovare le strade deserte ma non fu così: la vita scorreva normalmente nella città superiore.

Double, la città doppia

Incontravo sempre molta gente che conoscevo quando mi aggiravo per Double, la città doppia. Le strade erano lastricate di buone intenzioni, le case erano tutte diverse, distanziate l’una dall’altra e crescevano sia in altezza che in profondità, nel sottosuolo. Gli abitanti di Double erano persone piatte, anonime e molto somiglianti fra loro. Pensavo che tutte le città fossero come quella: nessuno si conosceva veramente. I rapporti del mondo di superficie erano semplici e cordiali, quelli del sottosuolo intricati e burrascosi. Una rete di gallerie comunicanti collegava i sotterranei di Double che si estendevano simmetricamente ordinati a replica della città sovrastante. Sopra tutto era asettico, spigoloso, luminoso, privo di anomalie e ben definito nella sua mediocrità splendente. Sotto di definito rimaneva solo lo schema strutturale delle gallerie e delle case: niente di più poteva identificare la struttura della città inferiore. I contorni delle cose sembravano cancellati, i colori indefiniti, la temperatura più calda, i rapporti umani più complessi, la gente variegata. Ogni persona era diversissima dall’altra e ogni conversazione accidentale poteva trasformarsi in una lite furiosa. Per niente. La vita però era scandita sul modello di quella in superficie. Se qualcosa non andava di sopra veniva insabbiato e dimenticato. Per riflesso, di sotto, si accendevano discussioni per misere cazzate. Le luci filtravano attraverso griglie e superfici riflettenti. Mi aggiravo osservando i volti anonimi degli abitanti della città in superficie. Mi dava sicurezza. Raramente mi avventuravo nel sottosuolo.

Viaggio nel sottosuolo

In quell’anno memorabile mi trovavo su un treno con in mano una lettera di raccomandazione, diretto verso un paese che non esisteva, senza sapere cosa vi avrei trovato nè perchè ci stavo andando. Sapevo solo che ci stavo andando. Ascoltavo un disco di tredici tracce. Poi dovevo scegliere fra la musica rock e quella elettronica. Preferendo la prima alla seconda non sapevo di aver compiuto molto più che una scelta musicale. Avevo cancellato una parte del percorso per intraprenderne un’altra. Negli anni poi ho imparato ad apprezzare anche gli altri aspetti, a vedere quello che prima neanche mi accorgevo esistesse, ma questa è un’ altra storia. Torniamo al treno. La gente era strana, stereotipata, ma anche cartoonesca. A tratti sembrava apparire e scomparire, oppure era un effetto delle luci che filtravano dalle tendine consumate, mentre i vetri del vagone erano crepati, bucati da colpi di pistola e tremanti. Non vi era alcun senso di sicurezza nel guardare il paesaggio: terra rossa e montagne aride un po’ ovunque dominavano la scena. Non ero sicuro che il convoglio stesse realmente scendendo nel sottosuolo. Devo ricordare, pensavo. Ricordare. Qual era lo scopo del mio viaggio, cosa c’era scritto in quella lettera e soprattutto, come mi chiamavo? Molto più avanti avrei incontrato un indiano dal nome impronunciabile. Questo buffo individuo dai modi curiosi e talvolta sgarbati sarebbe stato la mia guida fino alla fine del viaggio. Se non l’avessi incontrato probabilmente avrei continuato a vagare senza meta finchè tutto non fosse sparito di colpo. A volte mi chiedo se davvero io l’abbia incontrato. Sì perchè alla fine di quell’anno improvvisamente sono morto. Il resto è stata tutta un’illusione, oppure il sogno di qualcun altro, che lentamente si sta svegliando. Vorrei che almeno questa persona incontrasse quell’indiano misterioso, prima di svegliarsi.

In nessun tempo, in nessun luogo

Dopo le strade aride, sterrate, sopraelevate, antigravitazionali e trafficate, il percorso cambiava improvvisamente. Cambiava di poco, solo un dettaglio, ma i due se ne erano accorti. Usciti da un’interminabile galleria si erano ritrovati avvolti nella nebbia: tutte le altre macchine erano sparite, il treno appariva e scompariva sempre pi ù rapido, quasi fosse un gantasma e le poche auto rimaste ai bordi della strada sembravano lì da anni. Imboccarono la stradina che li avrebbe condotti dove desideravano: era la stessa che avevano percorso molte volte, oppure era la prima volta che la percorrevano? Una strana sensazione si era impadronita di loro. Una nebbia surreale avvolgeva il paesaggio. I due iniziarono a camminare lungo il percorso che appariva deserto. L’atmosfera immobile sembrava aver congelato il tempo in un aquarello ovattato e immutabile che modificava le loro percezioni. Era quasi impossibile distinguere il lago dal cielo. C’era un lago? Era il cielo? Di tanto in tanto incontravano alcune anime erranti che incrociavano la loro strada: avevano dei volti impassibili e sembravano disinteressati alla loro presenza, probabilmente non li vedevano neanche. A un certo punto una struttura architettonica attirò la loro attenzione: lì non c’ era mai stato un ponte, o qualsiasi cosa fosse. Di questo erano sicuri. Non erano sicuri di niente.

X – Forse io non esisto e mi hai creato per consolarti dalla solitudine che provi in questa strana dimensione, forse non esisti tu e i discorsi che stiamo facendo sono tutti nella mia testa, forse non esiste neanche quel piccolo treno che ha interrotto per un attimo il silenzio e creato giochi di luce spaventosi al suo passaggio.

Gli alberi si sono agitati per un po’ e una fredda brezza si è levata per contrastare il loro ritorno. Il mondo era tutto lì, una striscia di asfalto in riva al lago oltre la quale si estendeva il nulla.

Y – Non so come ma siamo tornati.

Ritorno in superficie

Le due entità, che chiameremo X e Y, si trovavano al cospetto di un paesaggio tenebroso: nubi purpuree sovrastavano la vallata e dalla cima della collina si poteva cogliere tutto un mondo brulicante di vita ormai esausto per la lunga giornata trascorsa. La salita era durata poco e la discesa si prospettava ancora più breve.

x – Queste ali sono fantastiche.

y – Vedrai che super tenuta.

x – Ma ne sei sicuro? Una volta mi pare di aver letto di un tizio che aveva costruito un labirinto e delle ali di cera ma non mi ricordo come finisce la storia…

y – Ormai è tardi per i ripensamenti, no? Lanciamoci.

Le due entità erano stanche della monotona vita che conducevano: addetti al controllo degli orologi di Double, per loro il tempo non passava mai. X e Y si facevano venire sempre delle brillanti idee per intrattenersi mantenendo una vita sana e gratificante da onesti cittadini. Pause caffè escluse. Stavolta avevano deciso di lanciarsi da una collina verso la città sottostante utilizzando delle affidabili ali di cartapesta, o di cera, oppure della sostanza di cui sono fatti i sogni.

x – In questo periodo mi sento rabbuiato: sarà che indosso sempre gli occhiali da sole.

y – Il vento a favore ci permetterà di raggiungere l’eliporto senza problemi… goditi lo spettacolo.

x – Non credo di essere oltremodo informato sui rischi di questo folle volo.

y – Il rischio lo corri anche quando ti intrufoli fra gli ingranaggi nel sottosuolo per stanare i replicanti con la tua pistola senziente.

x – Mi piacerebbe sapere cosa succede se mi avvicino un po’ al Sole.

y – Sei sempre stato freddo e distaccato… non credo ti farebbe bene ma forse scopriresti qualcosa su te stesso.

x – Ok, allora io vado.

Il giorno dopo le due entità erano come al solito al lavoro nel loro ufficio di cristallo che si ergeva sulla sommità del quartiere residenziale di Double e controllavano che gli orologi non si sciogliessero. Il pomeriggio precedente X si era schiantato su una lastra di marmo antistante l’eliporto perchè la sua coscienza, la sua mente e soprattutto le sue ali si erano sciolte per essersi avvicinato troppo al Sole. Aveva quindi utilizzato una delle sue vite in surplus e tutto era ricominciato come al solito. Nei pochi istanti prima di non-morire X aveva pensato che comunque ne era valsa la pena. Y intanto fumava senza riuscire a dare un senso alle proprie giornate.

Storia di S.

Stava piovendo ormai da 40 giorni consecutivi e S. iniziava a dare segni di squilibrio. Per questo motivo quando tornava a casa e si immergeva nel sarcofago virtuale era solito caricare paesaggi solari, circondati da una rigogliosa vegetazione e dal mare. Accanto alla via principale di Double scorreva un fiume gigantesco, così ampio da essere navigabile. A volte S. si stupiva perchè la gente della superficie quasi lo ignorava, mentre quella del sottosuolo aspettava la notte per uscire sulle strade e correre a tuffarsi nel fiume, per fare il bagno e per pescare le elettrotrote, emettendo versi quasi animaleschi. Le elettrotrote erano un piatto molto ambito nei ristoranti della superficie e gli abitanti del sottosuolo usavano barattarle con batterie di vecchi furgoni, cavi telefonici e grandi quantità di combustibili fossili. Con le loro rudimentali apparecchiature cercavano di costruire una rete di comunicazione e di trasporto alternativa a quella di superficie, per rendersi autonomi e sferrare l’attacco a sorpresa, che avrebbe permesso loro di ottenere il controllo totale sulla città. I camini della città doppia a volte emettevano un fumo denso e soffocante, l’aria si faceva quasi irrespirabile e la gente doveva indossare delle maschere anti-gas per uscire. Quella di S. aveva disegnata sopra l’immagine di un computer portatile: era la maschera aziendale; entrò in un bar e ordinò da bere. Finito il lavoro S. pagò il conto e augurò buone vacanze alla coppia con un timbro di voce asettico. Adesso all’ansia si era aggiunta una rabbia mista a preoccupazione. Fece un giro ampio e finì per restare coinvolto nel traffico pre-festivo che saturava i cieli di Double a una certa ora del pomeriggio. Stava già meditando quale sostanza chimica avrebbe potuto ingoiare nella speranza che modificasse un po’ la sua percezione della realtà. Desiderava essere meno sensibile a tutto quindi ci aggiunse anche dell’alcool, e sprofondò in un caldo e grigio limbo, durante il quale immaginò atmosfere lontane, giochi impossibili, prati di circuiti elettronici, viaggi nello spazio all’interno di una sfera trasparente. Infine si mise ad ascoltare un disco solare ma anche malinconico.

In quel momento tutti gli orologi di Double si fermarono.

 

 

 

 

 

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