Molly era uscita di casa senza pensare Reviewed by Momizat on .  di Samuele Palazzolo L’uscita sul retro gli era sembrata la via migliore per dileguarsi inosservato. Lo spettacolo teatrale non era andato come previsto e Henr  di Samuele Palazzolo L’uscita sul retro gli era sembrata la via migliore per dileguarsi inosservato. Lo spettacolo teatrale non era andato come previsto e Henr Rating:
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Molly era uscita di casa senza pensare

 di Samuele Palazzolo

L’uscita sul retro gli era sembrata la via migliore per dileguarsi inosservato. Lo spettacolo teatrale non era andato come previsto e Henri non voleva incontrare il padrone del locale, né la sua fidanzata Molly. Erano settimane che si preparava per lo spettacolo, ma nel momento in cui si era trovato faccia a faccia con il pubblico la sua mente era diventata un foglio di carta bianco come la neve. Neanche si ricordava il nome del proprio personaggio, figuriamoci le parole del copione. Così aveva iniziato a improvvisare un monologo, ma non gli era riuscito benissimo: poteva distinguere chiaramente le facce contrariate degli spettatori della prima fila e gli sbadigli dei bambini in braccio ai genitori. Mentre camminava a passo spedito nel vicolo dietro il teatro, indossando ancora i panni di scena, d’improvviso vide una gran luce illuminare i tetti dei palazzi e riempire di onde luminose la stradetta che stava percorrendo. Alzò lo sguardo e vide sospeso a mezz’aria uno strano velivolo, completamente liscio e privo di aperture, che però era improvvisamente diventato trasparente, tanto che poteva scorgere al suo interno una piccola figura tremolante. Si trattava di un vecchietto pallido e dall’aria malinconica, con dei bianchissimi capelli arruffati su una testa enorme rispetto al corpo: lo strano ometto sembrava avercela proprio con lui e Henri sentì una voce non del tutto umana penetrargli nella mente in una lingua incomprensibile. Eppure qualcosa gli sembrava di aver capito. Lo strano velivolo si avvicinava sempre più e Henri senza rendersene conto si ritrovò a bordo insieme al vecchietto e a tutta una serie di strani macchinari, mentre guardando verso il basso la città e la superficie terrestre si allontanavano a velocità incommensurabile. Un turbine di colori gli offuscò inizialmente la vista, e decine di voci danzavano nella sua testa, mentre il vecchietto ridacchiando spingeva al massimo la leva di comando della sua navetta. Lo faceva più che altro per la scena, visto che era chiaramente in grado di pilotare il macchinario con la forza del pensiero. I suoi lunghi capelli bianchi mossi formavano geometrie mai viste prima a seconda di cosa il vecchio stesse pensando. In quel momento avevano assunto una forma concentrica, simile a un vortice con degli elementi tondeggianti sospesi all’interno. Henri era completamente smarrito e faticava a mantenere l’equilibrio anche se inspiegabilmente la camera sembrava isolata da qualsiasi forza di accelerazione: il giovane attore era in balia degli eventi ma non si sentiva per niente spaventato. Percepiva una strana affinità mentale con il vecchio, e aveva deciso di fidarsi di lui. L’ometto si staccò dal pannello di controllo con una spinta, cavalcando la propria poltroncina girevole e interrompendo la sua piccola recita: il viaggio continuava normalmente, ma la velocità era tale che i corpi celesti più luminosi non venivano percepiti come puntiformi ma avevano assunto le sembianze di gigantesche strisce di luce colorata che apparivano e scomparivano nell’arco di pochi istanti. “So che ti stai domandando perché ti trovi sulla mia nave, Henri” disse il vecchio. “Sono uno scienziato. Sono venuto a prenderti”. Invece di formulare le centinaia di domande che gli venivano in mente Henri si limitò a rispondere: “Grazie”. Il vecchietto si chiamava Stanley e proveniva da un altro universo. Potrà sembrare difficile immaginare il concetto di altro universo, e in effetti è impossibile per un umile attore di bassa lega come Henri. Lo è per la maggior parte degli uomini. Stanley non proveniva da un altro sistema solare, e neanche da una lontanissima galassia: proveniva dalla Terra, era un essere umano, ma apparteneva a un altro livello di realtà, e cioè a un universo completamente alieno a quello di Henri. “Sai, le differenze non sono poi così eclatanti” cercava di spiegargli l’ometto dai modi gentili. “Si tratta per lo più di variazioni nella durata e nella forma dei fenomeni, le leggi fisiche non corrispondono del tutto, di notte diventiamo tutti blu e viviamo a testa in giù”. Henri era sbigottito, ma ancora abbastanza lucido per afferrare lo scherzo, e accennò un sorriso: “Beh, almeno l’ironia è la stessa del mio universo, pessima” disse con un tono amaro. La sua però era solo una facciata: si sentiva più al sicuro e più a suo agio in quella situazione inimmaginabile solo pochi istanti prima che su tutti i palchetti dei teatri di provincia che aveva calcato, per non parlare del rapporto con Molly che gli causava un’emicrania perenne. La tensione che era solito avvertire durante le esibizioni, e in particolare quella sera, in cui non gli era nemmeno riuscito di pronunciare le esatte parole del copione, era svanita del tutto lasciando spazio a una moderata curiosità e una calma mai provate prima. “Dottor Stanley, se così posso chiamarla, per caso diffonde ansiolitici nell’impianto di areazione della sua nave? Mi sento a mio agio e pronto a imparare nuove cose, e non mi capita praticamente mai da quando vivo a Gardenia”. Il vecchietto si accese quella che nel suo universo sarebbe potuta essere l’equivalente di una sigaretta, o almeno così aveva pensato Henri, e con una smorfia divertita rispose: “Stai respirando aria purissima Henri, ed è proprio questo che ti rende così tranquillo. Ho studiato attentamente l’atmosfera della tua città, e sono arrivato ad una conclusione: le emissioni che continuamente mandate nell’atmosfera senza paura delle conseguenze rendono la vostra aria nociva per la salute, ma sono soprattutto i cattivi pensieri che inquinano ogni quartiere di Gardenia. Sembra che lo facciate apposta a complicarvi l’esistenza. Ti mostrerò un luogo in cui abbiamo compreso che un bel pensiero è tutto ciò che serve per essere felici”. Il vecchietto si aspettava una risposta che non tardò ad arrivare: “Cazzate” disse Henri “Cosa sei, una specie di fatina delle fiabe?”. Il vecchio tacque per qualche secondo e poi rispose: “Sono te. Il te del futuro, dal tuo punto di vista. Dal mio invece io sono me e tu sei il me del passato. Ma abbiamo una percezione diversa del tempo da noi.. Immagina che siamo la stessa persona che esiste contemporaneamente in dimensioni differenti”. “E perchè cavolo ti chiami Stanley, allora?” Lo scienziato accennò un sorriso: “Te l’ho detto, ci sono delle piccole differenze fra i nostri universi. Io, ad esempio, ce l’ho piccolo, ma nel mio mondo ciò è motivo di vanto. Ho anche una maglietta con la scritta che lo dichiara, guarda!” Ce l’aveva per davvero. Henri era pronto ad accettare una tale rivelazione più di quanto si sarebbe aspettato. Non il fatto che il sé stesso del futuro ce l’avesse piccolo, quanto il fatto che potessero esistere innumerevoli versioni di sé stesso, che differivano per piccoli particolari, anche insignificanti, e avevano probabilmente tutti una vena di follia simile alla sua, che lo faceva sentire a casa. In un certo senso aveva sempre fantasticato sulle innumerevoli possibilità che aveva avuto nella propria esistenza, e su tutte le opportunità che aveva scartato e sfruttato, trasformandosi di fatto nella propria attuale persona. Se a un certo punto della sua vita non avesse deciso di seguire la propria attitudine alla recitazione probabilmente sarebbe diventato un chimico, un meccanico, qualcosa insomma che avesse a che fare con la scienza e la tecnica. Qualcosa che probabilmente gli avrebbe permesso una vita più agiata. La navetta intanto procedeva nel suo viaggio senza nemmeno un tremolio, come se il suo interno fosse completamente indipendente dalle condizioni esterne: non capiva come quello che apparentemente sembrava vetro e gli permetteva di vedere tutto ciò che accadeva fuori da qualsiasi angolazione volesse potesse essere così robusto e isolato, e come il vecchio mantenesse una tranquillità invidiabile, zigzagando divertito fra comete, asteroidi e polvere celeste. In quel momento non avrebbe voluto trovarsi in nessun altro contesto al di fuori della navetta spaziale. Fanculo il teatro, il pubblico ignorante, la vita quotidiana avara di soddisfazioni e Molly che, pur affermando di credere in lui, non aveva mai fatto niente di concreto per sostenerlo. Quella mattina Molly era uscita di casa senza pensare. Non considerava triste il fatto che per lei esistessero solo la realtà del teatro, la vita scandita e ripetitiva della città di Gardenia, con le sue energie di paura e di aggressività diffuse nell’aria e quell’inconcludente del suo fidanzato Henri. Per lei era tutto normale: era la vita. Il giovane invece, quella mattina così come ogni giorno, serbava la speranza che potessero esistere infinite possibilità combinatorie di cui la propria vita era solo una delle realizzazioni concrete, e sperava ora di poter avere la conferma delle proprie intuizioni. Imparando a muoversi tra le dimensioni, la realtà sarebbe diventata molto più interessante di come appare a chi vede solo quello che vuole vedere. Henri e Stanley procedevano ridacchiando sulla navetta spaziale verso l’infinito, illuminati dalle stelle e ubriachi di aria purissima.

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