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Un saluto a chi ci ha lasciato nel 2011

gennaio 2011
Inizia con Tullia Zevi la serie di articoli/epitaffi per ricordare persone speciali che ci hanno lasciato e salutarli con una breve biografia per rendere loro omaggio.
Tullia Calabi Zevi afferma in una testimonianza letta al ‘Convegno del Circolo Rosselli di Firenze del 15 novembre 1999
“Eravamo quattro figli, papà avvocato, di cui conoscevamo vagamente le idee repubblicane, liberali, e si sapeva anche che era un massone di quelli di una volta, cioè non proprio come adesso. Papà era molto cauto nel parlare con noi, però era riuscito benissimo a farci capire come la pensava, semplicemente ricorrendo alle armi del disprezzo e dell’ironia. Evidentemente erano mezzi semplici e cauti, ma efficaci. Voglio ricordare un paio di aneddoti. Per esempio, non è che ci diceva: “II fascismo è prevaricazione, Mussolini è un mascalzone”. No. Ma a tavola, un giorno, ci raccontò come sui muri di corso Buenos Aires all’alba fosse stata trovata una poesia. E in milanese, ma io spero che i toscani il milanese lo capiscano. La poesia diceva:

“Caro il me Benitu
te me cunscià pulitu
te me cala la paga
te me cresù l’affittu.
Quando “Bandiera rossa”se cantava
trenta lirette al dì num se ciapava.
Adeso inves se canta “Giuvinesa”
se crepa tùch — ahimè — de debulesa. ”

Così in fondo è stato l’inizio della nostra formazione antifascista. Mi ricordo che il più piccolo dei miei fratelli, che era quindi quello più condizionato dalla propaganda fascista nelle scuole, un giorno a tavola (perché era a tavola che si formava la nostra coscienza politica) disse: “Papà, non pensi che Mussolini sia un grand’uomo?” e papà, serio serio, a voce bassa, disse: “Per me non ha fatto che delle fesserie”. Ora, un padre che ci diceva queste due o tre cose, faceva capire benissimo come la pensava”.
Così raccontava Tullia Calabi Zevi per mettere in luce la sua esperienza familiare e il suo profondo antifascismo derivatole anche dalla figura del padre.
Tullia Calabi Zevi nasce a Milano il 2 febbraio 1919. Dopo aver compiuto studi classici frequenta per un anno la Facoltà di Filosofia dell’Università di Milano.
All’indomani delle leggi razziali, durante l’estate del 1938, il padre, un affermato avvocato, raggiunge la famiglia che si trova in vacanza in Svizzera e annuncia che non sarebbero più tornati in Italia.
Così racconta a proposito Tullia Zevi: “Noi eravamo in villeggiatura in Svizzera, era l’estate del 1938. Toscanini avvertì mio padre che era in pericolo. Lui ci telefonò dicendo: “Aspettatemi, vi raggiungo”. Arrivò e ci disse: “Non si torna più”. Questa partenza senza addii fu molto triste. La nostra prima stazione d’esilio fu Ginevra, che pullulava di spie fasciste, ma dove c’erano anche molti antifascisti. Lì cominciò la mia formazione politica con una visita alla casa di Guglielmo Ferrerò..”
Emigrati in Francia, Tullia continua il suo percorso di studi alla Sorbona di Parigi. La famiglia si trasferisce poi negli Stati Uniti con l’ultima nave che parte prima dell’arrivo dei tedeschi. Tullia studia alla Juillard School of Music di New York e al Radcliff College di Cambridge (Massachussets, USA). Suona l’arpa nell’orchestra dei giovani di Boston e nella New York City Simphony.

Frequenta i circoli antifascisti di New York e quasi per caso inizia a lavorare presso una radio locale italoamericana.
Della sua esperienza americana racconta: “…C’era inoltre il lavoro presso le comunità italo-americane. Mi resi conto, venendo appunto da poco dall’Italia, che nessuno in Italia era fascista come lo erano i fascisti italo-americani. E questo perché? Perché loro del fascismo sapevano solo quello che la propaganda fascista filtrava, cioè treni in orario, niente scioperi, ecc. Agli occhi del ceto medio americano, questo uomo con il petto in fuori, che si faceva rispettare, intimoriva, se ne infischiava delle sanzioni, incuteva un certo rispetto e quindi rafforzava il loro orgoglio italo-americano. Per noi, si trattava di spiegare agli italo-americani che a milioni vivevano ancora nei loro vecchi quartieri (adesso il benessere, il successo, il succedersi delle generazioni hanno dissolto un po’ queste comunità, ma allora erano molto compatte) come stessero veramente le cose.”
Alla fine della guerra torna in Italia sposata a Bruno Zevi, architetto e critico d’arte – la cerimonia di nozze si era svolta il 26 dicembre 1940 nella sinagoga spagnola di New York, e senza più la sua arpa: la realtà vissuta le impone il mestiere che lei stessa definirà come “cotto e mangiato”, quello del giornalismo. Le sue prime corrispondenze sono quelle dal processo di Norimberga.

Dal 1978 e per cinque anni è vice presidente della Comunità Ebraica Italiana; nel 1983 viene eletta presidente, unica donna ad aver mai assunto questa carica. Diviene poi presidente dell’European Jewish Congress e membro dell’Esecutivo dello European Congress of Jewish Communities.
Racconta di questo periodo: “E mi sembrava giusto, avendo avuto la ventura di essere sopravvissuta, tornare e partecipare alla ricostruzione di queste comunità allo sbando, traumatizzate, ed anche di partecipare, sconfitto il fascismo, alla rinascita della democrazia in Italia. Mi iscrissi al Partito d’Azione; poco prima che purtroppo naufragasse. Poi mi avvicinai al Partito Repubblicano, collaboravo a La voce repubblicana. Mi dimenticavo di dire che nel frattempo, occupandomi delle comunità ebraiche, avevo fatto “carriera”, ossia mi ero assunta sempre più grane negli anni difficili della ricostruzione delle comunità. Fui eletta, prima donna nella storia dell’ebraismo italiano, nel Consiglio dell’Unione delle Comunità Ebraiche, poi entrai in Giunta e, infine, fui eletta Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Ho cercato di fare del mio megli”..

Per molti anni – dal 1960 al 1993 – lavora come corrispondente per il quotidiano israeliano “Maariv” e per il settimanale londinese “The Jewish Chronicle”; dal 1948 al 1963 è corrispondente della “Jewish Telegraphic Agency” e, dal 1946 al 1976, per il “Religious News Service” di New York.

Nel 1988 è incaricata della presidenza della Commission for Intercultural and Interfaith Relations dello European Jewish Congress.

Nel novembre del 1992 è la candidata italiana per il premio “Donna europea dell’anno”. Nel dicembre dello stesso anno il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro insignisce Tullia Zevi del titolo Cavaliere di Gran Croce, la massima onorificenza italiana.

Nel marzo del 1993 riceve il premio “8 marzo: la donna nella scuola, nella cultura e nella società” da parte dell’associazione culturale romana “Il margine” e il premio “Donna coraggio 1993″ dall’Associazione Nazionale delle Donne Elettrici. Nel marzo del 1994 il Ministero dei Beni Culturali le assegna la Medaglia d’Oro per “il suo contributo all’educazione, all’arte e alla cultura”.
All’inizio del 1997 le viene consegnato il premio “Firenze – Donna” per i suoi successi internazionali.

Nel 1998 viene eletta membro della Commissione per l’Interculturalismo del Ministero dell’Istruzione; nel biennio 1997-1998 entra nella Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul comportamento del contingente italiano durante la missione di soccorso in Somalia (1993 – 1994).
Sempre nell’anno 1998 Tullia Zevi viene eletta membro della Commissione Italiana dell’Unesco.

Nel 2007 pubblica un libro dal titolo “Ti racconto la mia storia. Dialogo tra nonna e nipote sull’ebraismo”. Muore a Roma il giorno 22 gennaio 2011, poco prima di aver compiuto 92 anni.
“..Sono arrivata alla conclusione. Mussolini diceva che gli italiani erano un popolo di eroi, di navigatori e di poeti. Quasi tutti i popoli si scelgono degli eroi e li erigono a simbolo della nazione. Io non so se di eroi abbiano veramente bisogno i popoli, le nazioni, ma so che di uomini come Leo Valiani, come Carlo e Nello Rosselli è e sarà sempre molto difficile colmare il vuoto.
E a noi cosa rimane da fare? A noi spetta il compito di onorare la loro memoria e di continuarne l’opera. Per un’Italia che sia di cittadini consapevoli dei loro diritti, ma anche dei loro doveri e ben integrata in un’Europa che non sia solo dei mercati e delle borse, ma che sappia vivere attuando profondamente i principi di giustizia e di libertà”.
Sottoscriviamo le sue parole e come la Zevi ha sentito il bisogno di onorare figure importanti della nostra democrazia e continuare la loro opera, così facciamo noi con questa figura così importante non solo per la comunità ebraica ma per tutta l’umanità. Un monumento al libero pensiero e all’impegno per i diritti dell’uomo.

                                                                                  Tullia Zevi

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