Gerusalemme sconquassata Reviewed by Momizat on . Quomodo sedet sola civitas plena populo! Facta est quasi vidua domina gentium. Alle volte,  rivolgersi verso ciò che fu in passato è il modo più efficiente per Quomodo sedet sola civitas plena populo! Facta est quasi vidua domina gentium. Alle volte,  rivolgersi verso ciò che fu in passato è il modo più efficiente per Rating:
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Gerusalemme sconquassata

Quomodo
sedet sola civitas plena populo!
Facta est
quasi vidua domina gentium.

Alle volte,  rivolgersi verso ciò che fu in passato è il modo più efficiente per presagire il futuro, per vedere con chiarezza cosa stia avvenendo in fronte a noi. Le lamentazioni di Geremia, di cui ho sopra riportato l’incipit, hanno un unico tema: la distruzione di Gerusalemme. Il passo non è stato riesumato  casualmente, poiché il profeta è conscio che il germe di tale rovina consiste nel progressivo imbarbarimento dei suoi abitanti; in particolare di re, sacerdoti e falsi profeti, le cui fallaci indicazioni hanno portato la città ed il popolo alla degenerazione. Queste tre “categorie” rappresentano coloro a cui vengono
affidate le responsabilità civile e morale all’interno della società formata dai singoli cittadini che, se allora si configurava nella forma di città, oggi si presenta nell’organizzazione dello stato. Riportando la citazione alla situazione odierna, possiamo constatare che queste stesse categorie ( sebbene non si parli più né di re né di profeti ) stanno subendo una grave crisi di
fiducia in tutto il mondo, e dire che l’Italia ne rappresenta il caso esemplare mi pare scontato. Questo continuo calo di fiducia nei confronti della classe politica può facilmente convertirsi in sfiducia verso lo stato, inteso come insieme di istituzioni e modi di esercizio del potere. Questo sentimento non è necessariamente negativo: una sana incazzatura verso l’incapacità che ha un sistema di funzionare correttamente potrebbe portare a un suo miglioramento, ma solo nel caso di una SANA incazzatura, di un SANO sdegno, non di quella “inerziale indignazione” che può, anche suo malgrado, alimentare reazioni
di stampo estremista in verso autoritario: non è certo un mistero che le più forti degenerazioni degli apparati statali siano avvenute in un clima di forte ed esteso malcontento. Questo largo calo di consenso nei confronti delle leadership degli stati che formano l’Europa ( resto in casa, ma lo stesso avviene ovunque nel mondo) è un dato che merita uno studio non contaminato da facili ardori di pura rabbia e risentimento: chiediamoci se un cambio di persona al potere sia, da sola, una soluzione in grado di risolvere i problemi in cui la società sta imbattendosi. Chiediamoci se un’esasperata campagna di
sfiducia nei confronti dei governi vigenti sia davvero quello che vogliamo.
Domandiamoci piuttosto se non preferiamo una concreta rotta in grado di farci superare gli scogli in cui il mondo tutto sta sfracellandosi, se sia necessario un nuovo modo di lottare e vincere le oscenità che appartengono a passato e presente: se sia necessario un nuovo modo. I capricci, i battibecchi e l’incapacità di quegli uomini che vivono di politica, non sono che gli spasmi di un sistema destinato a sparire; di un sistema già morto da tempo la cui carcassa, venerata ancora da reazionari incapaci di guardare avanti, comincia a puzzare tremendamente. Non si può curare un giardino dalle erbacce solo strappandole, bisogna sradicarle: ogni problema va dunque risolto agendo al giusto livello. I cittadini necessitano di un potere in grado di garantire loro il rispetto dei propri singoli diritti, ma per poter essere efficiente, tale potere deve sapere incidere con la giusta intensità al giusto livello. Nell’odierna condizione di anarchia globale ai livelli economico, finanziario e delle
relazioni internazionali, gli stati nazionali non sono più in grado di esercitare tale potere, né di garantire i diritti espressi dalle loro belle costituzioni, in primis quello riguardo l’uguaglianza. Quello di cui il mondo ha veramente bisogno è la consapevolezza dell’interdipendenza tra le sue parti: con questa coscienza ben presente, i rapporti internazionali non si
fonderebbero più sul cozzare di singole ragion di stato, non si risolverebbero più nella prevalsa dell’una sull’altra; poserebbero invece sulla solidarietà, e i risultati conseguiti sarebbero ricercati con lungimiranza. Questo modus
operandi può concretizzarsi solo con la creazione di una di federazione mondiale a rappresentanza democratica ( di cui l’ONU e altre organizzazioni sovranazionali sono solo un abbozzo), e in questo gli stati dell’Unione Europea possono molto, sottoponendosi per primi a questo processo di devoluzione verso l’alto (ovvero verso organi federali, sovrastatali) dei poteri ormai inefficaci se guidati da una politica a livello nazionale. In primis, vista la pressione esercitata dalla crisi, per quanto riguarda la fiscalità dell’Unione ( mi permetto di indirizzare i lettori alla lettura dell’articolo di Jean-Paul Fituossi apparso
su “La Repubblica”del 20 settembre a pag. 51). Vorrei infine concludere queste righe come furono cominciate, ovvero in lingua latina, evidenziando il cambio di motti che segnerà la nuova svolta dell’umanità: il passaggio dalla mentalità
del “mors tua, vita mea” alla nuova “vita tua, vita mea”.

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