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Il capitalismo ha fallito?

Nel prepararci ad affrontare il quarto anno di crisi finanziaria globale, appare sempre più chiaro che il patto economico e politico che sta alla base della nostra società postbellica è ormai in pieno disfacimento. Non è più il caso di interrogarsi su quando le nostre società torneranno alla normalità, perché ciò non avverrà. Né dovremmo chiederci quando finirà la crisi, perché è destinata a prolungarsi forse per decenni. Ed è una crisi che cambierà la vita della stragrande maggioranza della popolazione più radicalmente di quanto non abbia fatto la fine della Guerra fredda o l’11 settembre.

Adam Haslett, nato nel 1970 e autore della fortunata e pluripremiata raccolta di racconti Il principio del dolore, è finalista del Pulitzer e del National Book Award. Si è laureato in Giurisprudenza a Yale. I suoi scritti sono apparsi su varie riviste. È stato finalista per il National Magazine Award. Qualche giorno fa ha scritto un articolo per il Corriere della Sera in cui spiega come il sistema del capitalismo abbia fallito, ormai da molto tempo. Nell’articolo ripercorre le radici storiche della crisi economica che ha cambiato il volto della nostra società.

Per due decenni e mezzo dopo la Seconda guerra mondiale, l’Occidente ha conosciuto un periodo di straordinaria espansione economica. Ma già dagli ultimi anni 60, questa avanzata aveva cominciato a segnare il passo. Dovendo fronteggiare la recessione dei primi anni 70, i governi hanno preferito stampare denaro per stimolare i consumi e tenere a bada la disoccupazione, creando una fortissima inflazione.Nei primi anni 80, ancora una volta davanti allo spettro della recessione, i governi hanno fatto ricorso alla spesa pubblica, gonfiando il deficit dello Stato per rilanciare i consumi, Usa e Gran Bretagna in particolare hanno ingaggiato un braccio di ferro con i sindacati nel tentativo di ostacolare le loro richieste di aumenti salariali. Negli anni ’90, nel tentativo di sostenere la crescita e al contempo ridurre il deficit, sia Washington che Londra hanno liberalizzato in maniera decisiva il settore finanziario.Lasciando carta bianca ai finanzieri di inventarsi e immettere sul mercato un’infinità di nuovi strumenti di gestione del debito privato, i governi hanno distolto lo sguardo dagli Stati sovrani, preferendo chiedere prestiti da aziende e individui in grado di finanziare i loro consumi (e speculazioni), finendo per indebitare le future generazioni. Inoltre, nel corso degli ultimi due decenni, l’industria finanziaria, sgravata da ogni vincolo, si è conquistata un potere politico talmente grande da bloccare qualsiasi riforma delle sue operazioni. Sia al di qua che al di là dell’Atlantico, le esigenze delle élite finanziarie si scontrano con la volontà popolare, apertamente ignorata. Se dovessero radicarsi, tali tendenze potrebbero sfociare in un assetto politico non più riconoscibile come democrazia, dando vita a un sistema capitalistico, sì, ma non democratico.  È assai poco rincuorante constatare che l’attuale crisi non rappresenta che un semplice ingranaggio nell’evoluzione storica complessiva del capitalismo occidentale, che continua a ridistribuire la ricchezza verso l’alto, a indebolire le istituzioni democratiche e a concentrare il potere nelle mani di pochi individui.

La malattia del capitalismo ha contagiato il sistema democratico, forse è il sistema democratico occidentale stesso che porta dentro di sè il verme della malattia, poichè i nostri sistemi si poggiano su un’oligarchia finanziaria che evidentemente gioca il suo gioco. Capitalismo e democrazia non sono due concetti dicotomici, fino a quando c’è una regolamentazione finanziaria.

 

 

 

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