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Il complesso cammino per la verità negli “Anni di Piombo”

E’ appena andato in archivio un evento di grande importanza per la città di Verona. Infatti i giorni 18 e 19 novembre nell’ aula magna del “Polo Zanotto”, sede dell’Università di Verona, si è svolto un convegno che ha richiamato moltissimi appassionati. Il gruppo” Le Radici dei diritti” è stato il principale artefice di questo evento, che nasce nel 2005 raccogliendo subito un immediato consenso tra i docenti universitari, organizzando fin dall’anno di fondazione dei convegni annuali, per gli studenti universitari e superiori. Il tema di quest’anno è stato “Il diritto alla giustizia e alla verità: dalla strage di Piazza Fontana al sequestro Moro”. Dopo un’apertura del prof. Romagnani, il Rettore dell’Università prof. Alessandro Mazzucco apre il convegno, ringraziando i presenti e ribadendo l’impegno continuo (anche e soprattutto economico) che l’Università pone in questi eventi. Il professore sottolinea inoltre la “profonda ansietà di verità, che portano ad una richiesta continua di giustizia anche per eventi di poco conto”, come a ribadire la profonda connessione tra il passato, qui rappresentato dagli anni ’70/’80, e il presente.

 

Primo ad intervenire è il prof. Mimmo Franzinelli, della Fondazione “Rossi-Salvemini” di Firenze, esperto storico e studioso del Fascismo. Il suo intervento tenta di delineare “il contesto internazionale della società e della politica italiana” partendo “dalla ricostruzione postbellica alla metà degli anni ’60”. Appare subito dal suo intervento come sia stato quasi impossibile raggiungere la verità in molti crimini di guerra per mano di gerarchi fascisti, grazie alla famosa “Amnistia Togliatti” che di fatto impedì all’Italia di conoscere la sua vera storia, che sarebbe stata “sconveniente per le nuove alleanze che l”Italia nella Guerra Fredda aveva stipulato”. Lo studioso inoltre descrive velocemente quelli che erano i principali blocchi politici del tempo ( DC, PSI, PCI, MSI ) e sottolinea alcuni deficit che permanevano nell’Italia del boom economico, tra cui lo strapotere crescente della mafia, la differenziazione continua nord-sud e il famoso “segreto di Stato” che coprì molto spesso la verità.

 

A seguire interviene Carlo Arnoldi, rappresentante dell’ “Associazione Familiari Vittime di Piazza Fontana”, diretto testimone dei tragici fatti del 12 dicembre 1969. Il relatore sfrutta un filmato e soprattutto le continue proiezioni dei nomi delle varie vittime del terrorismo sugli schermi retrostanti per descrivere la sua drammatica esperienza, facendo riferimento soprattutto alla difficoltà di trovare un colpevole, prima individuato nella sinistra estrema, poi scagionati per accusare militanti della Destra (anch’essi assolti). Causa vera della mancanza di una verità, secondo Arnoldi, è proprio il segreto di Stato, che sta “impedendo di fare giustizia”.

 

Poi ritorna sul palco Mimmo Franzinelli, questa volta per descrivere “le strategie della tensione” che provocarono i vari attentati terroristici e soprattutto ribadendo quello che, a detta dell’esperto, “è uno dei mali peggiori dell’Italia, ossia lo stretto connubio tra servizi segreti e formazioni di estrema destra”, che si sospetta venissero pagate proprio dagli organi di sicurezza per commettere atti dimostrativi per accusare la sinistra anarchica e comunista.

 

In seguito è la volta di un’altra testimonianza molto toccante per bocca di Manlio Milani, rappresentante questa volta dei familiari delle vittime di Piazza della Loggia del 1974. Dopo un breve filmato in cui colpisce soprattutto il silenzio che accompagnò gli 8 morti durante il corteo funebre, Milani porta la sua esperienza personale ed evidenzia ancora una volta “gli immensi sforzi fatti per inquinare le indagini” evitando di raggiungere la verità.

 

Dopo una breve pausa, questa situazione paradossale viene ribadita ancora una volta da Paolo Bolognesi, in rappresentanza dei familiari delle vittime della stazione di Bologna, che descrive l’iter processuale seguito all’attentato come “un depistaggio continuo”, caratterizzato da una superficialità quasi imbarazzante.

 

Il giorno successivo il tema della giornata è invece una considerazione più “filosofica” sulla verità. Apre il convegno Silvia Guarneri, avvocato di parte civile e difensore dei familiari delle vittime di Piazza della Loggia (tra cui Manlio Milani). La descrizione verte ancora una volta ad evidenziare gli errori del procedimento giudiziario, l’opera sovversiva dei servizi segreti e di alcuni pm, l’inquinamento delle prove e la conseguente lunghezza di un processo che ancora oggi è in corso, dopo “poco più di un milione di documenti presentati e circa 170 udienze”.

 

Segue un brillante intervento del prof. Miguel Gotor, autore e massimo esperto del “caso Moro”. Lo studioso incentra il suo intervento sul famoso “memoriale”, un’ipotetico interrogatorio trascritto che le BR fecero ad Aldo Moro durante i giorni della sua prigionia (iniziata nel 19 marzo e finita nel 9 maggio 1978), ribadendo però come “ancora oggi manchino gli originali, essendoci solo pervenuti delle fotocopie”. Gotor spiega inoltre come “il “caso Moro” non possa essere paragonato ad un “Caso Kennedy, in quanto sarebbe stata allora un’uccisione immediata senza un periodo di sequestro”. Per il Professore “il vero scopo delle BR è stato quello di strumentalizzare il caso, per rendere più evidente il desiderio di cambiare, oppure di rifiutare la via democratica, distruggendo con estrema perfidia l’individuo Aldo Moro.” Gotor però non rifiuta anche di sottolineare “il carattere prettamente spionistico della vicenda, con il tentativo di recuperare informazioni top-secret che si supponeva fossero conosciute dall’ex-statista italiano”.

 

Chiude la giornata proprio la figlia dell’ex- Presidente del Consiglio Agnese Moro, che invece discute sulla grandissima difficoltà di trovare una strada verso la verità. Il vero danno è stato quello di “non porsi la domanda sui veri motivi per cui gli attentatori causarono tutte le vari stragi degli Anni di Piombo, e soprattutto non contestualizzando la violenza armata ad un quadro più generale, quasi giustificandola”. La diretta conseguenza è “una possibilità concreta che il fenomeno del terrorismo non possa mai essere pienamente spiegato ed archiviato, e non si possa mai giungere alla verità definitiva delle cose, in quanto non si è lavorato bene sulla sfera umana dei protagonisti”. L’autrice chiude il suo intervento ribadendo che “non si fa la verità senza la verità degli esseri umani” e ha risposto alla provocazione di una studentessa ribadendo che “se non traiamo i giusti insegnamenti del passato, non possiamo cogliere il presente”. Dopo uno scrosciante applauso Roberto Leone, uno degli organizzatori, dichiara ufficialmente chiuso il convegno, invitando tutti i presenti all’anno successivo.

 

 

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