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La vera storia del Signor Peresson. Una storia di denuncia

Ad oltre cinque anni dal mio ricovero all’Ospedale Civile di Tolmezzo, nel Reparto di Ortopedia, desidero rendere pubblica l’odissea, vissuta dal sottoscritto, in quel reparto. Ho 67 anni e all’epoca dei fatti 62.

Il 18 luglio 2006 ho avvertito dei dolori fortissimi alla schiena e alle gambe a causa dei quali non   riuscivo più a sdraiarmi in quanto, questi, diventavano insopportabili. Avevo notevoli difficoltà a camminare per cui mia moglie mi ha trasportato al Pronto Soccorso  dell’Ospedale di Tolmezzo, dove ho spiegato che da 30 anni soffrivo di mal di schiena; ho esibito l’ultima Risonanza Magnetica risalente al 1998, dalla quale risultava una protrusione discale con marcata stenosi, in parte congenita, del canale vertebrale. Mi è stata diagnosticata una semplice Lombosciatalgia e mi sono state prescritte 3 iniezioni al giorno di un antidolorifico e quindi sono stato rimandato a casa. Purtroppo il giorno dopo non riuscivo più a camminare e perdevo progressivamente la sensibilità dai piedi fino al bacino, non sentivo gli stimoli fisiologici (per urinare dovevo spingere e premere l’addome e la ritenzione fecale è durata due settimane) i dolori erano sempre fortissimi; a questo punto mia moglie ha chiamato il 118 che mi ha trasportato di nuovo al Pronto Soccorso, dove sono stato accolto da un medico ortopedico che, (come scritto nella cartella clinica) dopo avermi visitato, ha formulato la seguente diagnosi:

Lombosciatalgia bilaterale in fase acuta. SINDROME DELLA CAUDA EQUINA.

Il dott.  è poi uscito dicendo che mi faceva ricoverare per accertamenti e cure. Non dicendomi, però, né la sua diagnosi, né in che cosa consisteva e quali i provvedimenti da prendere. Come terapia, dopo consulto con l’anestesista, 3 giorni dopo, mi è stato introdotto fra le vertebre un catetere peridurale (Elastomero) per alleviare il dolore, rischiando di peggiorare la situazione viste le condizioni della mia colonna vertebrale.

A questo punto, cito testualmente dal PNLG (Programma Nazionale Linee Guida) dell’ Istituto Superiore di Sanità:

“SINDROME DELLA CAUDA EQUINA. Sindrome grave per fortuna rara. Se il medico riscontra nel paziente la Sindrome della Cauda Equina (malattia causata dalla compressione dei nervi che emergono dall’ultimo tratto del midollo spinale e che si manifesta con mal di schiena, difficoltà motorie, perdita della sensibilità alle gambe, anestesia a “sellino” in regione perineale, ritenzione o incontinenza urinaria e/o fecale, ipostenia bilaterale) questa è un’indicazione assoluta all’intervento di discectomia da effettuare urgentemente, se possibile entro 24 ore e non oltre le 48 ore” (Pena esiti invalidanti permanenti, come citato dal dott. Del Fabbro, primario dell’Unità Spinale di Udine).

Vista l’urgenza sono stato inviato all’Unità Spinale, per un consulto, il 3 agosto 2006 ben 16 giorni dopo il mio ricovero, dove sono stato operato per una voluminosa ernia che comprimeva la Cauda Equina cioè la parte finale del midollo spinale, provocandomi la paralisi pressoché totale degli arti inferiori.

Il dott. del reparto il giorno dopo il mio ricovero (sebbene nella TAC eseguita lo stesso giorno, risultasse presente un’ernia discale a focalità mediana) alla mia richiesta di essere mandato a Udine, mi disse che in Unità Spinale non si andava senza la Risonanza Magnetica, per la quale ho dovuto aspettare ben 2 settimane. Quando questa è stata eseguita (1° agosto 2006), risultava che la situazione era notevolmente peggiorata rispetto alla precedente TAC. Qualche tempo dopo ho incontrato il dott. del reparto, il quale mi ha riferito che, il giorno dopo il mio ricovero, aveva avvertito il primario che avevano un paziente con la Sindrome della Cauda Equina.

Ma se è vero quello che mi ha detto il dott. del reparto, perché, il Primario, non si è mai occupato personalmente della mia grave patologia?                                            

Esimio Primario: io l’ho conosciuta nel aprile 2008 quando ho chiesto un colloquio con Lei e con l’allora Dir. Sanitario, per chiedere spiegazioni sul Vostro comportamento perlomeno negligente nei miei confronti, dal quale non ho avuto risposte che fossero anche minimamente plausibili.  Però, durante la mia degenza (17 giorni) nel suo reparto, Lei  non mi ha mai visto, parlato, né tantomeno visitato, perché Lei non è mai entrato nella mia stanza.

Concludendo, ad ormai oltre cinque anni dall’intervento, ho ripreso a camminare sia pure con l’ausilio delle stampelle, però con la pressoché completa insensibilità dal bacino ai piedi, non sento più gli stimoli fisiologici, non ho più la sensibilità degli organi sessuali, con tutte le conseguenze che lascio immaginare, derivanti da questa situazione.

Da oltre quattro anni ormai, sono in cura da uno psicologo in quanto non riesco ad accettarmi in queste condizioni, che ormai purtroppo, sono irreversibili.

Ma c’è una domanda che mi ossessiona giorno e notte: PERCHE’?!! Perché, non mi è stata comunicata la diagnosi che avevano già scritto? Perché, quando chiedevo: cosa mi sta succedendo, per quale motivo non cammino e non sento più le gambe, mi veniva risposto: “Non capiamo, c’è stato un crollo, aspettiamo la Risonanza Magnetica”? Perchè, non mi è stata praticata, urgentemente, l’unica terapia prevista per la mia patologia, cioè l’intervento chirurgico d’emergenza?

Ed infine, perché  dovrò soffrire per il resto dei miei giorni, ed a causa di chi o di che cosa? Queste domande a tutt’oggi, non hanno risposta e mi tormenteranno per il resto della mia vita.

Nella causa civile da me intentata nei confronti della A.S.S. 3 Alto Friuli, il Giudice ha chiaramente e pesantemente accertata la colpa dei sanitari di Tolmezzo, condannando l’A.S.S. 3 al pagamento di tutte le spese e il risarcimento dei danni subiti dal sottoscritto e di conseguenza a mia moglie che allora aveva 47 anni, come risulta dalla sentenza del Tribunale di Tolmezzo depositata il 20-09-2011. Ma nessuno mi dirà mai che cosa è successo in quel reparto e perché sono stato ridotto così. La salute non ha prezzo e nessuna cifra può pagarla. Non si deve togliere quello che non si può restituire.

Ho mandato queste righe alla stampa nella speranza (vana?) che non si verifichino più casi come il mio.

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Ringrazio i miei Avv.ti Maria Poniz e Barbara Buttò che mi sono stati  vicini in tutta questa amara vicenda, ascoltando non soltanto professionalmente ma anche umanamente i miei sfoghi.

   Un grazie particolare alla mia psicologa dott.ssa Cardella ed al mio medico legale dott. Barisani.

  Infine, il mio ringraziamento, vada al personale infermieristico  di Tolmezzo ed al dott. SIMONELLI che, purtroppo, era in ferie in quei giorni.

  Inoltre la mia infinita gratitudine vada, in particolar modo, alla dott.ssa CAPPELLETTO, dell’Unità Spinale di Udine, che ha eseguito l’intervento, ed a tutto questo reparto, perché sono convinto che, se riesco ancora a camminare, il merito è solo loro.

  In tutti loro ho trovato conforto, professionalità ed umanità nel momento più tragico della mia vita ed una vera dedizione al proprio lavoro.

  Un immenso grazie a tutti voi.

Mario Peresson

 

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Commenti (1)

  • Alice

    Caro sig.peresson mi dispiace tanto la capisco xche tutto ciò è accaduto a mia mamma.ancora una volta si è verificato un casa di mala sanità in uno degli ospedale della sicilia non hanno capito nulla diverse visite ortopedica neurologica ed in infine visita al reparto di malattie infettive. Grazie al suo medico di Bologna e stata operata al Rizzoli di bacheria .
    Avevo il piacere di scambiare con lei due parole.
    Grazie saluti e i miei migliori auguri
    Alice

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