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Le macerie dell’era Berlusconi e un futuro da ricostruire.

“Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Mi sono spiegato?”
La celebre frase de “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa suona quanto mai attuale e inquietante in questi giorni. Berlusconi si è dimesso, il PDL è allo sfascio, ci sarà un governo tecnico: ma cambierà davvero qualcosa? O è tutto fumo negli occhi, è solo un’illusione, e il rimescolamento degli addendi, come insegna la proprietà commutativa, porterà ad un identico risultato politico?
Anche dopo il grande scandalo di Tangentopoli si auspicava un Rinascimento della politica e la fine di un sistema corrotto e marcio, nonché dei rispettivi protagonisti. Berlusconi si propose proprio come il moralizzatore, il salvatore della Cosa Pubblica, (celebre la sua discesa in campo, nella quale si presentava quasi come il nuovo messia). Cambiò ben poco invece: le stesse facce di sempre, gli stessi partiti riciclati sotto l’insegna di nuovi nomi più attraenti, gli stessi errori ed orrori. “Dopo anni di regno”, scrive l’autorevole quotidiano Le Monde, “Silvio Berlusconi lascia l’Italia come l’ha trovata”. In realtà anche peggio, aggiungo io: il suo influsso mediatico-culturale e le sue legislature han lasciato un’impronta ben definita e duratura. Purtroppo.
Come dopo ogni fine, od ogni presunta rivoluzione, la domanda che nasce spontanea è “cambierà davvero qualcosa? O la stessa realtà vecchia e logora di ogni giorno si ripresenterà solamente sotto spoglie diverse?” Ex pdellini che migrano in massa verso l’UDC, i Responsabili od ovunque convenga approdare per essere rieletti; i soliti attori che ancora una volta si riciclano per rimanere attaccati alla poltrona e dai salotti televisivi balbettano i loro mantra; gli stessi slogan, le solite risse, l’identica incompetenza: l’era berlusconiana dovrebbe essere finita da qualche giorno, ma per adesso pare non essere cambiato nulla. Un governo tecnico può essere utile per il momento, ma senza riforme radicali del sistema esso vale quanto un sacco di farina per arrestare un fiume in piena. E quando, dulcis in fundu, si sentono certi discorsi di persone comuni (“Ah beh, ma è colpa dei magistrati comunisti se Silvio è caduto!”, “Oh, ha fatto tanto per l’Italia poverino” e altre perle simili) allora bisogna forse “lasciare ogni speranza”, come avvertiva la porta infernale di dantesca memoria. Eppure, se attraverso l’inferno si può giungere al Paradiso, non costa nulla sperare che dopo le pene politiche di questi anni, con buona volontà, si possa arrivare non dico all’Empireo della politica (le utopie non sono di mio gusto) ma quantomeno ad un rispettabile Purgatorio. Prima di parlare degli impegni da assumerci per il futuro è però bene dare un ultimo sguardo al passato e focalizzarsi sul presente.
Berlusconi si dimette. È finita un’era? No, assolutamente. Il problema di fondo è che i leader possono cambiare, ma chi gli da forza è il popolo che li segue. Si è dimesso Berlusconi, ma milioni di italiani che l’hanno votato non hanno certo fatto lo stesso. Come diceva Gianni Rodari “un leader è come un 1, e tanto più vale quanti sono gli 0 che gli van dietro”. La forza di Berlusconi (e della sua crew) è stata proprio quella di non solo raccogliere gli zero esistenti, ma esercitare un fitto e brillante programma propagandistico-culturale (attraverso televisioni, giornali, leggi, ecc.) che gli ha permesso di coltivare e far sbocciare intere piantagioni di zero, persone di bassa cultura e scarsa capacità critica (lasciamo stare la moralità, và..) che prontamente hanno seguito la musica del pifferaio magico, pronte a giustificare e tollerale ogni suo comportamento. Berlusconi si è dimesso ma gli effetti della sua propaganda culturale si avvertiranno ancora per molti anni. Denaro, quarto potere e interessi privati sono state le sue armi (vincenti). Chi è cresciuto avendo come modello calciatori, veline, decelebrati e mafiosi, difficilmente sarà disposto a sostituirli con modelli positivi di tutt’altra levatura. L’estetica anestetica della televisioni, dei reality, degli slogan e dei sorrisi a 32 denti ha infettato nel profondo le menti. Il disastro legislativo ed economico che ha contribuito ad abbattere sull’Italia non si risolverà certo in una bolla di sapone. Si, pagheremo ancora a lungo i danni di questo regime, ma oggi, dopo tanti anni, è giunto il momento di essere ottimisti, di avere un minimo di speranza. Qualcosa forse è cambiato, e le dimissioni di Silvio possono essere il primo sassolino che rotolando, rotolando, formi una frana di eventi nuovi e positivi.
Queste “rolling stones” che costituiscano la valanga d’eventi, come si possono ottenere? Così come tutte le grandi rivoluzioni, giungono dal basso. Perchè morto un re se ne fa un altro, finchè il popolo non lotta per guadagnarsi la democrazia. Ma, come insegna la storia, la massa difficilmente si smuove da sé e un sassolino se non trova le giuste condizioni è improbabile che provochi la frana. Qui sta l’importanza di alcune figure fondamentali: 1- la classe degli intellettuali, che devono costruire e mantenere un pensiero critico libero e alternativo al sistema, nonché essere la voce del dissenso (fortunatamente in Italia ne abbiamo ancora e di eccellenti, nonostante le epurazioni), 2- una leadership carismatica e onesta che rappresenti il paese e sia da guida per esso (e qui siamo messi piuttosto male, dato l’attuale stato delle forze politiche antiberlusconiane), 3- I singoli, i privati e i gruppi di cittadini che lottano per il bene comune e per la giustizia, tentando di coinvolgere l’opinione pubblica (ancora troppo pochi, ma ci sono).
La (presunta) fine di un sistema comporta l’inevitabile genesi di un sistema alternativo. Il (presunto) crollo dell’edificio berlusconiano permette di gettare le basi per un nuovo progetto, di porre la prima pietra di un nuovo sistema. E qui iniziano i veri problemi. Come fare? Aspettare che qualcosa accada, lasciare che gli eventi seguano il loro corso? No, questo sarebbe un disastro. Come ho già scritto non sono utopico, ne tanto meno credo a concezioni filosofiche della storia come processo evolutivo tendente al perfezionamento. L’unico modo per riuscire ad uscire definitivamente da questo pantano, e provare ad edificare un futuro soddisfacente, è quello che passa attraverso alcuni punti fondamentali e attraverso tutti noi: lo sviluppo di una coscienza critica comune; la voglia di lottare (pacificamente, sia chiaro!) per i propri diritti inalienabili; l’attivismo politico (che non significa candidarsi, ma semplicemente essere consapevoli di ciò che sta avvenendo, e cercare di svolgere anche nel proprio piccolo un ruolo che porti beneficio alla collettività); il recupero di valori quali la dignità (intellettuale e morale), il pudore (politico) e la passione (sociale); il desiderio di costruirsi un futuro migliore. Il tempo dell’ignavia è finito. Se si vuole governare (come sarebbe diritto di un popolo) e non essere governati (ciò può forse bastare a delle pecore) bisogna saper affrontare la realtà, e non inchinarsi ad essa.
“Ok, belle parole, bella retorica” potrete pensare “ma in concreto?”. Bè, in concreto basta poco (o forse tanto). Esempi? Protestare quando qualcosa non va bene; provare una sera a leggere un bel libro invece che guardare la tv; informarsi su ciò che accade nel mondo (ecco, evitiamo il tg4 magari…); fare ogni tanto un discorso con un amico sui fatti quotidiani o sulla politica; scrivere i propri pensieri e confrontarli civilmente con quelli di chi la pensa diversamente; non votare chi con i suoi atti non ha meritato la nostra fiducia; studiare la storia e imparare dagli errori del passato; non essere disposti a tollerare le prese per i fondelli di una classe dirigente corrotta, fraudolenta e disinteressata al bene della Cosa Pubblica; essere disposti a fare autocritica; indignarsi e reagire di fronte all’ingiustizia; cercare di coinvolgere con la propria voglia di cambiare ciò che non va anche altre persone: da soli si può poco, insieme si può tanto. E l’elenco potrebbe continuare a lungo.
Concludo. Un’era è finita solo per la caduta di Berlusconi? No, assolutamente. Ma una prima crepa è apparsa nel sistema. Sta a tutti noi trasformare questa crepa in qualcosa di più. Il futuro sarà migliore del passato? Forse no, ma è il momento di sperare e lottare. La morale insomma si può riassumere così: “Annuntio vobis gaudium magnum: habemus futurum; tocca a noi plasmarlo in un buon presente”.

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