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Crisi di una nazione, crisi di un sistema

Le vicende che stanno riguardando il nostro Paese, quelle della crisi finanziaria e politica, sono sotto lo sguardo ansioso di gran parte del mondo. Per quale motivo? Sempre lui, il danaro. Al mondo non interessa tanto il fatto che Mario Monti possa ricomporre i cocci di un’Italia frantumata dal bunga-bunga, quanto piuttosto l’ultima speranza riposta in lui di salvare il salvabile di un’economia al limite della conflagrazione. Nemmeno la Grecia di Papademos desta più tanta preoccupazione: ormai l’abbiamo persa. Infatti l’Italia non ha ancora raggiunto il limite critico, di non ritorno: il nostro debito pubblico ha un rapporto del 120 % rispetto al Pil, “al limite della gestibilità”, secondo Rana Foroohar del Time. Il fallimento dell’Italia non implicherebbe solo la crisi delle nazioni dell’eurozona, ma anche degli stati oltreoceano. Paul Dales, esperto della società Capital Economics, ha osservato  che i rapporti tra Stati Uniti ed Europa sono profondi: per questo gli investitori seguono trepidanti le vicende italiane. Si limitassero solo alla crisi ansiosa, pochi sarebbero i mali. Invece, temendo il collasso dell’Italia, aumentano gli interessi sui titoli di stato italiani, con un conseguente aumento del debito pubblico. Si vuole arrestare l’avanzata verso il tracollo schiacciando sull’acceleratore.

 

Intanto per noi è arrivato il momento della pillola amara, delle cosiddette ‘misure di austerità’, che secondo Tobias Jones (The Guardian), ma non solo, avrà come possibile conseguenza una deriva populista – la Lega, che si è già opposta a Monti, probabilmente accentuerà le sue ambizioni al distacco dell’Italia dal sistema dell’eurozona – . Ci aspettano una serie di provvedimenti impopolari, quali l’innazamento dell’età pensionabile a 67 anni, la privatizzazione delle imprese di stato e i tagli ai servizi pubblici. Se tutto ciò non dovesse funzionare, il fallimento avrebbe conseguenze disastrose per l’economia globale e probabilmente anche l’euro sancirebbe il suo fallimento (Der Spiegel).

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