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Quando una nazione si autocondanna

Ha fatto ancora notizia, nei giorni scorsi, una fenomeno che purtroppo in Italia non dovrebbe più far cronaca, tant’è un fenomeno diffuso: si tratta del caso di Stefano Brizzolara, un valente ricercatore d’ingegneria navale presso l’Università di Genova che, per progredire di carriera, non potendo mantenere la sua famiglia col suo misero stipendio, ha partecipato al concorso per diventare professore associato che purtroppo non ha superato. Ma il suo talento non è stato gettato all’aria: lo attendono al Mit di Boston, dove la Nato lo vuole per l’avanguardistico progetto di studiare le prime navi invisibili.

Non è più un fatto straordinario per la nostra nazione, che vede ormai ogni giorno farsi soffiare giovani talenti per la cui formazione spende ormai cifre irrisorie, non certo bastevoli a sostenere il progresso scientifico. La ricerca vede finanziamenti sempre più miseri e con questi difficilmente può dimostrare la propria utilità ed efficacia. È un rubinetto quasi chiuso che lascia cadere poche gocce: si pretende che da esso si possa bere a sazietà quel poco che ne esce senza lasciar scorrere più generosamente il flusso dell’acqua.

Ma questo scenario già di per sé apocalittico non è all’apice del suo decorso. Con la legge 240/2010 il ministro Gelmini ha introdotto la figura del ricercatore a tempo determinato: il ricercatore è assunto per un periodo di tre anni – che si possono prorogare per altri due – al termine dei quali può avere un rinnovamento del contratto per altri tre. Al termine di questi o supererà il concorso per diventare associato o potrà tranquillamente salutare laboratori e dipartimenti.

Durante le proteste che si sono tenute nel corso del passato anno accademico avevo sentito un professore parlare a buon diritto di riforma Gelmonti. Un connubio adulterino, quello tra Istruzione ed Economia: la scuola e l’università seguono criteri che il denaro con comprende. E di questo ce ne accorgeremo, se non già ce ne accorgiamo, quando l’Italia, che vede nella classifica mondiale un ateneo importante come quello di Bologna solo al 175° posto, sarà dominata da un’arretratezza scientifica e culturale difficilmente sanabile, arretratezza che ha alimentato essa stessa non solo tagliando le proprie gambe, ma rafforzando quelle della concorrenza.

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