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29 settembre 1944: strage di Marzabotto, una ferita ancora aperta.

QUADRO STORICO. 1944, Italia. I tedeschi, appostati sulla “Linea Gotica”, cercano di rallentare l’avanzata angloamericana proveniente da sud. Poco più a nord, sugli Appennini, i partigiani sono una spina nel fianco dei nazifascisti. La brigata comunista “Stella Rossa”, attiva nella zona di Marzabotto (paesino situato 30 km a sud di Bologna) stava compiendo duri atti di sabotaggio contro i rifornimenti nazifascisti.

RAPPRESAGLIA. A quel punto le SS, presero alla lettere le direttive di Kesserling, comandante delle forze naziste in Italia: «In caso di attacco, aprire immediatamente il fuoco, senza curarsi di eventuali passanti.[…] Tutti i comandi responsabili devono usare la massima durezza nella persecuzione […]». A eseguire l’ordine fu il maggiore Walter Reder che si rese protagonista di un vero eccidio. Il bilancio finale fu di 770 morti: quasi solo donne, anziani e bambini, essendo i maschi adulti alla macchia, nei partigiani o nello sbandato esercito italiano.

 

 

Il maggiore Walter Rader

SPETTATORI. La strage iniziò quando, all’arrivo dei soldati tedeschi, la popolazione si rifugiò in chiesa. Le SS entrarono nel luogo sacro uccidendo il sacerdote don Marchioni e ordinando alla folla di uscire. Un’anziana paralitica fu subito assassinata. Il resto è descritto da un partigiano che assistette da un bosco vicino: «Li vedemmo abbattere il cancello del cimitero e ammucchiare tutti sulla gradinata della cappella, i grandi dietro, e i piccoli davanti. Li scorsi appostare la mitraglia sull’entrata: […] di lì vidi sparare in mezzo agli innocenti, lanciare le bombe a mano, e poi alcuni militari con la pistola finivano quelli che si lamentavano. […]. Dopo due giorni di vagabondaggio entrai nel cimitero e trovai mia moglie; aveva un grosso foro nella fronte e stringeva ancora le due bimbe tra le braccia».

Elide Ruggeri, sopravvissuta al massacro del cimitero raccontò: «i nazisti spararono sulle immagini sacre, incendiarono la chiesa e le case intorno col lanciafiamme». I militari uccisero tra le risate dei commilitoni, come descritto da altri abitanti. Altre testimonianze insistono su particolari estremamente crudi del “rastrellamento” condotto per le varie zone del paese, ma non ci si soffermerà ulteriormente.

DOPOGUERRA: Cosa accadde al maggiore Reder? Catturato dagli americani, venne processato in Italia nel 1951 e fu condannato all’ergastolo. Liberato poi nel 1985 per un’amnistia, morì nel 1991 a Vienna senza aver mai mostrato pentimento. Parole di dolore furono invece pronunciate nel 2002 dal Presidente della Repubblica tedesca Johannes Rau: «Quando penso ai bambini e alle madri, alle donne e alle famiglie intere, vittime dello sterminio di quella giornata, mi pervade un profondo senso di dolore e vergogna. Mi inchino davanti ai morti. […].Vi ringrazio per aver fatto diventare Marzabotto un luogo che non divide italiani e tedeschi. Quello che successe qui fa parte della nostra storia comune ed è l’impegno per un futuro comune di pace».

Come disse il Pubblico Ministero che nel dopo guerra accusò e processò Walter Reder: «Quello che commisero non è guerra, forse nemmeno assassinio, è qualcosa che non ha nome».

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