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Comico, buffo, grottesco: un itinerario nell’arte tra visioni e messa in scena

Il primo documento di “satira illustrata” è il celebre “Concerto degli animali”, dipinto nel II millennio avanti Cristo su un papiro che è oggi conservato al Museo Egizio di Torino.
Gli Egizi veneravano anche una divinità che è stata anche definita “dio dell’Umorismo”, o più propriamente della famiglia, della musica e dell’allegria: si tratta del dio Bès, nano e dall’aspetto grottesco, l’unico ad essere rappresentato frontalmente, e sempre con la lingua di fuori in segno di sberleffo, abile nello scacciare gli spiriti maligni dalle case con bizzarri strumenti musicali e con le sue sonore risate. Myriam Parissi afferma nel testo Le categorie del comico: metafora della realtà :
“Etimologicamente la parola comico deriva dal greco xomixòs da xomos che significa festa, convito e nella accezione più stretta “festa in onore di Dioniso”. Il “comico” indicava gli accessori della rappresentazione scenica e del poeta comico: la maschera, gli strumenti musicali, da cui i latini derivarono comicus e comicum, mentre comoedia passò ad indicare una rappresentazione teatrale, generalmente lieta. Il comico è quella forza, quell’impulso che sorge nell’uomo che gli fa cogliere negli eventi della vita il ridicolo: esso nasce tra il popolo nella vita di tutti i giorni, ma giunge attraverso le scene, le arti figurative, l’oratoria alle più raffinate forme dell’arte. Una delle tecniche comiche più utilizzate dai Greci è la caricatura, la quale non è altro che l’esagerazione dei difetti fisici di un uomo effigiata attraverso una pittura deformata o il raffronto con creature assai inferiori (bestie, creature deformi). Perciò la caricatura richiede due doti particolari: la tendenza al raffronto e quella all’esagerazione che sono entrambe due doti tipiche dei Greci ed è naturale che la caricatura sia stata una delle fonti fondamentali del loro comico. Il comico, quindi, è presente prima di tutto nella vita individuale e sociale dei Greci dalla licenza dei banchetti sino alla imponenza delle orazioni nei tribunali”.
Gli stessi Socrate (469-399 a.C.), Platone (427-347 a.C.) e Aristotele (384-322 a.C.), fondavano sull’acutezza dell’espressione ironica buona parte della loro filosofia, al punto da apostrofare con l’appellativo di “aghelastoj”, cioè esseri inferiori, gli uomini che non sapevano ridere.
Giorgio Celli afferma: “Nel comico esiste sempre, come meccanismo fondamentale l’infrazione di una norma, la trasgressione di una convenzione“.
Per indicare uno dei tanti artisti che ha espresso nelle sue opere questa “vena” ironica e direi anche grottesca è certo Francisco y Lucientes de Goya.
Proprio Charles Baudelaire,in Quelques caricaturistes étrangers, 1857 dice : «Il grande merito di Goya consiste nella creazione del mostruoso verosimile [..] in una parola, la linea di sutura, il punto di congiunzione tra il reale e il fantastico sono impossibili da cogliere.» e ancora: ““Nessuno più di lui ha osato il senso dell’assurdo possibile. Tutti quei contorcimenti, quelle facce bestiali, quei ghigni diabolici sono pervasi di umanità”.
L’idea dei Capricci nasce a Madrid nel 1797, come ciclo di ottanta incisioni, nel cinquantunesimo anno di età di Goya. Per “capriccio” si intende invenzione bizzarra e fantasiosa, ricca di originalità. Di fatto la prima versione della serie venne incisa in quell’anno con settantadue tavole e presentata con il titolo di Idioma Universale. Nel 1798 vennero invece eseguiti i disegni preparatori a sanguigna e incise le lastre con le prove di stampa per quella che sarà l’edizione definitiva, la cui tiratura avvenne nel gennaio 1799. ll progetto dei Capricci prese corpo nel breve periodo in cui Gaspar Melchor de Jovellanos, principale esponente della corrente illuminista e protettore di Goya, fu ministro, instaurando un clima di apertura culturale favorevole all’artista. La prima parte comincia con l’autoritratto di Goya che sembra annunciare l’ironia riversata dai Capricci sul popolo, l’aristocrazia e il clero e dove vengono presi di mira ignoranza, debolezze e vizi umani. La seconda parte prende avvio sempre con un autoritratto dove sullo sfondo si aprono le porte verso il regno della notte popolato da demoni, streghe, folletti e fantasmi che danno vita a una feroce satira contro la stregoneria e la superstizione ma soprattutto contro il clero. Superstizione e stregoneria, ritratti grotteschi, crudeli ma assolutamente veritieri e attuali, riducono l’uomo a mera macchietta di se stesso. Sono solo alcuni esempi che non esauriscono certo l’argomento ma mettono in luce come, da sempre, gli artisti sanno ridere degli altri ma anche di se stessi. Si dice sia espressione di intelligenza e quindi l’opposto…

qualche esempio tratto dall'arte di tutti i tempi

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Commenti (2)

  • francesco

    Articolo interessante ed esaustivo della funzione del comico.Non sapevo che il comico avesse origine così antiche.E’ comunque vero che una bella risata solleva lo spirito e rallegra l’anima.

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