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Fare l’Italia cantando: la Bella Gigogin

 

Anche questo anno di festeggiamenti sta per concludere e, per la nostra tanto sospirata Italia, si vedono già i centocinquantuno: tutto sommato neanche tanti anni, se pensiamo all’età delle nazioni vicine come Francia, Gran Bretagna e Spagna. Eppure, per l’ultimo giorno che ci resta nell’anno dell’anniversario, potremmo spendere due parole sugli Italiani che eravamo allora e,magari, anche poco prima, quando l’Italia non esisteva se non nelle menti e nei sogni di tante persone. Ho pensato di fare questo servendomi di testi popolari così, forse, almeno per una volta, assaporeremo il gusto dell’italianità veramente sentita e vissuta e non solo guerre, accordi e armistizi: così vi parlerò della Bella Gigogin.

Fino a qualche decennio fa era un canto popolarissimo perché veniva insegnato nelle scuole: poi questo esercizio è stato abbandonato, lasciando alla memoria degli studenti solo Cavour, Mazzini, Garibaldi e Savoia. Eppure La Bella Gigogin è un canto scritto dal popolo e per il popolo: la casa editrice Ricordi scrive sullo spartito “sopra motivi di canzone del Popolo Milanese ed a lui dedicata”. Il compositore fu Paolo Giorza che, nel 1858, inebriato dal fervore popolare per l’indipendenza dall’Impero, unì insieme canti e motivi musicali piemontesi (“Gigogin” era diminutivo di Teresina), genovesi (forse il “lerillellera” del ritornello è un motivo tipicamente genovese) e milanesi. E fu proprio a Milano, ormai già in fermento, che venne eseguita il 31 dicembre del 1858.

F. Hayez Il bacio, 1859, olio su tela, 112x88 cm,  Pinacoteca di brera, Milano.Provate a calarvi per un momento nei panni dei milanesi: la notte di San Silvestro, tradizionalmente momento di festa e di ilarità, nel pieno di un odio anti-asburgico che sta per scoppiare, sentire queste parole è come sentire il corno della battaglia. “Rataplan tambur io sento che mi chiama alla bandiera”: e la bandiera è quella tricolore (con lo stemma sabaudo al centro) che poi sarà soggetto di un altro canto popolare. Le allusioni ai fatti delle guerre d’indipendenza vengono mascherate dietro ai comportamenti della battagliera ed eccentrica Teresina, in arte Gigogin, ritratto di una donna che forse partecipò veramente agli scontri in Milano e poi a Goito (MN). Ma Gigogin è anche l’emblema di quelle donne che assistevano i soldati dal fronte, che portavano munizioni ed armi ai padri, ai mariti ed ai figli sulle barricate milanesi, che scesero in Sicilia con Garibaldi. Le donne immortalate nei quadri di Hayez e di chi raffigurò le scene di guerra: forse non a caso nel “Bacio” di Hayez è la donna ad essere circondata dal Tricolore (chissà, sarà stata la bella Teresina?).

I riferimenti a fatti storici sono mascherati ma alcuni emergono lo stesso, come acqua che, per quanto arginata, trova falle da cui passare. L’ossessiva ripetizione del verso “daghela avanti un passo” è l’apostrofe a Vittorio Emanuele II, perché facesse il passo oltre i confini ed invadesse il territorio lombardo: un passo che non verrà mai fatto perché doveva essere l’Austria ad attaccare per prima. Gli accordi con l’alleato Napoleone III prevedevano aiuti francesi solo e solamente in caso di attacco dell’Austria. Questo matrimonio fra piemontesi e francesi è immortalato dalla canzone nei versi “per non mangiar polenta, bisogna aver pazienza, làssala maridar!” e verrà consumato quando, nel 1859, gli austriaci, stanchi dei movimenti militari sul confine, attaccheranno scatenando la Seconda guerra d’indipendenza.

Ma ormai la fama della Bella Gigogin è nazionale: il popolo che l’aveva creata la canta ovunque. Perfino i soldati austriaci la imparano, non consapevoli del significato ma colpiti dalla stravaganza della coraggiosa guerriera. Prima della battaglia di Magenta, furono gli austriaci ad intonare la strofa del brano contro i franco-piemontesi schierati oltre il Ticino: ne ebbero in risposta il ritornello, suonato dalle bande francesi, che doveva galvanizzare i soldati, spronare il re alla guerra e, se possibile, ridicolizzare il nemico. Qualcuno oggi paragona La Bella Gigogin a Lilì Marlene durante la Seconda guerra mondiale: un canto condiviso da più fronti. All’ingresso di Vittorio Emanuele a Milano, dopo Magenta, le bande ripetono il motivo, ormai celeberrimo e candidato ad essere “cavallo di battaglia” della riscossa italiana contro l’Austria. E piace proprio a tutti: il popolo si ritrova nelle gesta della soldatina piemontese (del resto era frutto di canti popolari, di un sentire comune); piaceva all’esercito che ne era affascinato e incalzato; piaceva anche agli austriaci che non la capivano, ma la cantavano.

C’è chi parla di un innamoramento di Gigogin per Goffredo Mameli, compositore della musica del nostro inno: non sappiamo se il ritratto fisico di questa donna sia stato reale o meno. Ma sappiamo che questo testo, questi canti e questi sentimenti provenivano dal popolo. Fu il popolo a dare l’ispirazione, a riconoscersi nelle parole e a cantarne la musica. Se non ci fosse stata la gente comune, dove sarebbe arrivato il Risorgimento? Cosa avrebbe ottenuto? E poi, per chi? Invece fu una iniziativa di tutti, dall’aristocrazia liberale alla popolazione nelle piazze passando per clero (il papa partecipò alla Prima guerra del 1848 con i piemontesi) e gli intellettuali. Chi affermasse che non ci fu intervento popolare nel Risorgimento dovrebbe almeno dare spiegazione delle prove che sostengono il contrario: canti, diari, racconti popolari. Si è fatta l’Italia, l’hanno fatta gli Italiani o, almeno, quelli che si sentivano tali: ed erano tanti, con buona pace di chi afferma il contrario. C’era un obiettivo comune che ha stretto insieme tante persone. Invece, oggi, credo sia proprio l’assenza di un obiettivo comune a non unirci inseme come allora. Anche in una singola famiglia non tutti i membri sono uguali: non per questo non dovremmo più chiamarla famiglia. Ereditiamo un sentimento comune dal passato, ci serve un impegno comune per il futuro, specie per questo anno in arrivo: se riuscissimo a ritrovarlo ci ricorderemmo che, infondo, siamo come vecchi fratelli, dimenticatisi temporaneamente l’uno dell’altro.

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