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H.G. Wells e la Quarta Dimensione: La Macchina del Tempo

 

Nell’era moderna la sensazione di ottimismo legata al costante progresso tecnologico ha lasciato spazio a un misto di ansia, inquietudine e decadenza dei valori costituiti e della fiducia nel futuro. Nel romanzo La macchina del tempo di H. G. Wells (1866-1946) questa sensazione veniva comunque mitigata da una certa speranza di cambiamento, basata sulla fiducia nella scienza e sul buon senso dell’umanità nell’utilizzarla.

H.G. Wells nel suo primo romanzo di fantascienza, costruisce l’idea del viaggio nel tempo descrivendolo come quarta dimensione: secondo il protagonista sarebbe possibile spostarsi nel tempo con una macchina così come si può fare nelle tre dimensioni dello spazio. Wells in questo modo anticipa la teoria della relatività speciale di Einstein, e cioè l’idea di una realtà quadrimensionale che unifichi spazio e tempo, che fino a quel momento erano stati considerati entità distinte: secondo la definizione dello scrittore inglese non esiste altra differenza fra il tempo e una qualsiasi delle altre dimensioni dello spazio, se non per il fatto che siamo coscienti di procedere nel tempo. In questo modo il tempo risulta essere un aspetto puramente psicologico, e infatti accade spesso di percepirlo in modo soggettivo: un’attività noiosa sembra sempre più lunga di una piacevole. Wells alcuni anni dopo scrive anche un racconto intitolato Il nuovo acceleratore in cui parla del professor Gibberne che, cercando di produrre uno stimolante nervoso, per caso inventa un “acceleratore” in grado di aumentare di migliaia di volte la velocità delle funzioni fisiche e mentali di chi lo beve, senza che costui avverta il cambiamento di velocità: ogni cosa sembrerà però muoversi lentissima nel mondo circostante, e il preparato avrà l’effetto collaterale di accelerare anche l’invecchiamento di chi l’ha ingerito, a conferma della percezione soggettiva della quarta dimensione. Wells si identifica in un collega di Gibberne che ha provato il farmaco miracoloso e descrive il mondo come fosse congelato: le persone non si accorgono dei due viaggiatori che si spostano a velocità tali da bruciacchiare i propri vestiti per l’attrito con l’ossigeno, ed essi le vedono quasi come fossero ferme, riuscendo addirittura a percepire il movimento d’ali di un’ape. Nei racconti di fantascienza degli anni successivi si diffonde l’idea che se l’universo cessasse di espandersi e cominciasse a contrarsi anche la direzione del tempo si invertirebbe. 

Wells seppe riformulare nei suoi “scientific romances” alcune tematiche proprie dei generi letterari preesistenti, quali la narrativa utopica, il romance “faustiano” (es. Frankenstein) e il romance di evasione: The Time Machine è tutto questo, ma ciò che più emerge da questo romanzo è a mio parere la visione radicalmente innovativa di un possibile futuro apocalittico e distopico inimmaginabile nei testi precedenti. L’epos avventuroso del Viaggiatore-scienziato, everyman dell’era moderna, si svolge lungo il binario temporale che lo porterà a identificare gli sviluppi futuri dell’umanità basandosi su un’interpretazione letteraria del concetto di evoluzione biologica. Ma l’anno 802.701 in cui il Viaggiatore incontrerà i gentili Eloi ed i selvaggi Morlocchi non appartiene alla tradizione utopica del passato, tradizione tipicamente inglese che può essere fatta risalire a Thomas Moore, al contrario il mondo descrittoci in questo caso è il primo prodotto di quella fervida immaginazione utopica e distopica, dinamica ed avveniristica, giustificata dall’evoluzione sociale ed economica in cui l’autore si trova a vivere (gli albori dell’era moderna e dello sviluppo industriale di massa). In The Time Machine la prefigurazione di un futuro ancora molto lontano, ma non per questo inattendibile, diviene il punto di partenza simbolico e paradossale in cui si identificano le ansie e le paure borghesi di fine secolo.

In Wells questa angoscia per un futuro ormai sempre più vicino, a causa della industrializzazione già in uno stato avanzato, questa ansia esistenziale, trova dunque un unico momento risolutore nella fiducia scientifica e razionale nel progresso tecnologico; a partire da questa figura di scrittore scienziato abbiamo forse il primo caso di intellettuale cosciente in maniera del tutto razionale del problema insito nell’utilizzo realmente pacifico della scienza per il benessere dell’umanità e non della sua strumentalizzazione oppressiva.

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