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In ricordo di Mario Monicelli e della grande commedia all’italiana.

Era il 29 novembre di un anno fa, ed ero uscito a bere una birra con gli amici. Quando tornai a casa trovai la mia coinquilina con le lacrime agli occhi. Ci disse che doveva darci una bruttissima notizia: “Mario Monicelli è morto, si è suicidato”.
Se ne era andato per sua scelta, con la dignità che è propria dei grandi che preferiscono andare incontro alla morte a testa alta, piuttosto che aspettare di marcire giorno dopo giorno. Quella sera di fine Novembre scompariva così una persona unica, un eccellente regista, un intellettuale, e con lui si chiudeva definitivamente la grande stagione della commedia all’italiana. Il primo a uscire di scena fu vent’anni prima, nel 1990, Ugo Tognazzi. Poi nel corso di due decenni se ne andarono anche Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Alberto Sordi, Nino Manfredi, Gian Maria Volontè, Dino Risi e molti altri.
Cosa fu la commedia all’italiana? Più che un vero e proprio genere fu un filone creativo che vide la produzione in Italia di commedie brillanti, ma con contenuti profondi e attuali: alle situazioni comiche e agli intrecci tipici della commedia tradizionale, si affianca infatti sempre, con ironia, una pungente satira di costume che riflette l’evoluzione della società italiana di quegli anni. Furono prodotti film che seppero mostrare, con un sorriso, i mutamenti, i vizi, le virtù, le contraddizioni di un paese come l’Italia che dal dopo guerra viveva il suo boom economico. Ma ancora più che dell’Italia furono rappresentati gli italiani, con i loro pregi, i loro difetti, la loro vita. Poi i tempi cambiarono, il pubblicò cambiò, dagli anni ’80 iniziò il forte declino di questo tipo di commedia, nuovi generi presero il sopravvento (per esempio la “commedia sexy” di Lino Banfi, Alvaro Vitali, ecc.) mentre uno alla volta scomparvero molti dei protagonisti di quella stagione irripetibile.
Mario Monicelli fu il regista di molti film che diedero vita alla grande commedia all’italiana, e di veri e propri capolavori come “I soliti ignoti”, “L’armata Brancaleone”, “Amici miei”, “Il marchese del Grillo”, solo per citarne alcuni. Film che ancora oggi rappresentano vere e proprie perle del cinema italiano (ma non solo) e mantengono intatto il loro fascino unico.
Mario era intelligente, spiritoso, generoso, ma anche pungente, dissacrante, talvolta quasi cattivo, e in tempi gonfi di buonismo come questi ciò è un pregio. “Gli uomini vestiti da soldati sono sempre a proprio agio, non c’è bisogno di ingaggiare degli attori professionisti per questo. Così come le donne: se le vesti da puttane, va sempre bene”.
Al giorno d’oggi come siamo messi cinematograficamente parlando? Riscuoterebbe ancora successo presso il grande pubblico Monicelli se potesse girare nuovi film? Come risposta può bastare un esempio lampante: da “I soliti ignoti” (1958) si è passati a trovarci nelle sale cinematografiche “I soliti idioti” (2011), un film che sta sbancando il botteghino in questi giorni. Il film monicelliano era intriso di una comicità semplice e profonda allo stesso tempo (come non ricordare l’interpretazione di Totò o la scena finale dei “banditi” che dopo il colpo fallito si accontentano di mangiare un bel piatto di pasta trovato nella casa?); una comicità popolare ma acuta, una comicità con un’ombra d’amarezza e di critica, soprattutto una comicità mai e poi mai volgare. Il quasi omonimo film di questi giorni è invece un mix di parolacce e volgarità, di stereotipi e macchiette. Per carità, farà anche ridere molte persone, e quindi ottiene il suo scopo, ma nel confronto fra questi due film si vede tutta la differenza che passa tra l’Italia d’un tempo e l’Italia moderna, figlia della rivoluzione culturale berlusconiana, o forse solo dei tempi moderni e dei nuovi italiani. Guardando pellicole come questa, o gli inesauribili cinepanettoni, mi sforzo ma proprio non riesco a capire come un “vaffanculo” possa far più ridere delle tragicomiche avventure di Brancaleone, non comprendo come una scoreggia provochi più ilarità delle supercazzole del Conte Mascetti o come un Boldi in Egitto possa piacere più di un Sordi che da vita a “Gasperino er carbonaro”. Voglio chiarire un punto: non è una questione intellettuale, anzi, alcune tra le più belle scene monicelliane sono d’estrema semplicità, sono popolari, fanno ridere più di pancia che di mente. È solo una questione di stile, una questione di buon gusto.
Quella di Monicelli fu un umorismo mai volgare. Per carità, qualche parolaccia ci scappava, qualche bassezza poteva capitare, ma vi era sempre dignità, al contrario che in molti sketch che “ammiriamo” oggi. Il suo grande merito fu quello di fondere con maestria la comicità alla tragedia, lo gioa di vivere alla malinconia del vivere, in un mix di leggerezza e profondità, di amore e di morte, di vittorie e di sconfitte. Tutto in un’unica danza, mai sopra le righe. Perché far ridere in fondo è facile, e far piangere altrettanto. Ma far ridere e piangere contemporaneamente è dono sono delle grandi menti. Con “Amici miei” si ride a crepapelle, tra gag di tutti i tipi, ma alla fine arriva la morte di uno dei protagonisti; eppure anche il funerale riesce a diventare un momento di divertimento. La morte del vecchio ebreo Abacuc ne “L’armata Brancaleone” raggiunge le vette filosofiche della saggezza umile e popolare: “io non so dove ora tu andrai” afferma Brancaleone da Norcia al morente per consolarlo “ma per certo io credo che sarà sempre meglio di questa vita che ci toccò in sorte” . Il Marchese del Grillo, favorito dai gendarmi grazie alla sua posizione sociale dopo una rissa, sbandiera ai poveracci: “Ah, mi dispiace. Ma io so io, e voi non siete un cazzo!”. Una frase che vale più di un trattato sociologico.
Il cinema di Monicelli è stato capace di rappresentare l’Italia, i suoi costumi, il carattere dei suoi abitanti, ma ha anche affrontato la vita stessa. Un giorno Mario dichiarò “le grandi domande esistenziali non mi interessano. Chi siamo e dove andiamo sono cose su cui non mi sono mai soffermato. Quelle bischerate là servono solo ad alimentare l’angoscia”. Non credo che fosse del tutto sincero; in realtà si occupò a lungo di questi argomenti, ma da bravo ateo, comprendendo che l’unica realtà è la vita, impiegò il suo talento per rappresentarla, e mostrò così chi siamo e dove andiamo. Con il coraggio dei grandi seppe ridere in faccia all’“umana tragedia”, senza mai smettere di rispettarla; come scrisse Stefano Benni “ridere dei piccoli dolori è sollievo dei deboli. Ridere sull’abisso è proprio degli eroi”. Io voglio credere che quella sera di fine Novembre di un anno fa, mentre si gettava dalla finestra, Mario Monicelli avesse un sorriso sulle labbra.

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