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Italo Calvino, L’immaginazione come repertorio del potenziale (seconda parte)

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Da dove vengono le immagini di fantasia? Non c’è un’unica risposta: l’osservazione del mondo reale, i sogni, processi di astrazione e rielaborazione dell’esperienza sensibile mediata dalla coscienza… Si potrebbe affermare però che anche le immagini di pura fantasia hanno una base storica: esse cioè si combinano e costruiscono su elementi della nostra memoria o della nostra vita, con materiali presi dalla realtà. L’immaginazione non è separata dalla realtà, in quanto è comunque legata alla percezione del mondo. Ad esempio per un bambino è importante crescere in un ambiente ricco di impulsi e di stimoli concreti (forme, suoni, colori, percezioni tattili) che alimentino la sua immaginazione. Senza il reale forse non esisterebbero neanche la fantasia e l’immaginazione perché la realtà è il seme che, in potenza, contiene ciò che si può realizzare nel fantastico, e immaginare è un modo creativo di fare esperienza. La necessità che spinge Calvino alla scrittura è quella di trovare una letteratura che possa spiegare il mondo ed aiutare l’uomo a “vedere” il molteplice, ad abbracciare il tutto con un solo sguardo, un guizzo mentale che consenta di unire rapidamente ogni singolarità in un unico punto di vista, il punto di vista non del soggetto, ma del mondo stesso. Tuttavia quest’idea appare irrealizzabile in una dimensione umana, l’io è di fatto il limite della conoscenza, e quindi il limite del mondo, e uno sguardo puramente oggettivo non è concepibile se non dopo la morte, così come Calvino ci lascia intendere nel finale di Palomar: per quanto l’uomo si sforzi di comprendere la combinatoria del reale, per quanto ricerchi le forme in cui cristallizzare la realtà e capire il mondo, si blocca sempre al cospetto di sé stesso, del proprio io che interviene continuamente sulla realtà modificandola, rendendola sfuggente e difficile da capire.

Calvino ci ha parlato del problema della conoscenza del mondo, della comprensione del reale, in una bellissima conferenza intitolata Mondo scritto e mondo non scritto, in cui l’autore distingue due diversi piani della realtà. Il mondo scritto è ciò che compare sulla pagina ed è leggibile, non è soggetto a mutazione, è limitato, sicuro e conoscibile e permette attraverso il processo immaginativo di tradurre in immagini visuali i concetti espressi sul foglio. Il mondo non scritto è invece la realtà così come ci appare, ma è sfuggente, mutevole, inafferrabile. Così come Calvino afferma in Palomar, l’uomo non riesce a comprendere l’essenza delle cose perché se sul foglio riesce a capire una piccola parte dell’insieme, limitata dal foglio stesso e quindi accessibile, nella realtà questo non è attuabile perché l’attenzione a ogni singolo dettaglio (un’onda, un granello di sabbia, ecc…) non riesce a esaurirne ogni aspetto in quanto il punto di vista cambia continuamente e non si riesce ad applicare l’osservazione all’intero universo. Questo concetto è a mio avviso ben espresso da un pensiero contenuto in Palomar, che riassume parte della filosofia di Calvino: “Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose […] ci si può spingere a cercare quel che c’è sotto. Ma la superficie delle cose è inesauribile”.

 

Italo Calvino, Mondo scritto e mondo non scritto, conferenza letta nel 1983 alla New York University.

(Continua…)

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