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Jeremy Rifkin: la percezione ‘carnale’ dell’altro nella cultura globale

L’uomo ha sempre sentito l’esigenza di interpretarsi, di creare un’immagine di sé attraverso cui rapportarsi verso i propri simili e verso le altre creature. Non è un interesse meramente teoretico, non lo può essere, poiché investe profondamente la nostra vita quotidiana. Figli di Dio o scimmioni intelligenti? Da dove viene la spavalderia umana che ci porta a classificare noi stessi come animali intelligenti? Di che natura è fatta la nostra intelligenza? Da Aristotele in poi l’uomo viene considerato l’animale intelligente per eccellenza. Ma c’è anche un altro aggettivo che ci classifica intimamente: siamo animali sociali. Mai come negli ultimi due secoli, in ambito accademico, si è riflettuto sulla dimensione sociale dell’uomo (nell’ambito delle scienze cognitive, della biologia dello sviluppo e delle scienze sociali e filosofiche), ma, l’ideologia indiscussa che governa ancora oggi l’opinione pubblica è quella dell’individualismo sfrenato, del motto hobbesiano  ‘homo homini lupus’, della teoria economica liberista di Adam Smith, dell’Es egoistico freudiano.

Jeremy Rifkin ( 1945;-), economista e attivista per il movimento della pace, americano di nascita ma cosmopolita per natura, ha portato alla ribalta internazionale il problema della natura sociale dell’uomo con il suo bestseller La civiltà dell’empatia, la corsa verso la coscienza globale nel mondo in crisi, pubblicato nel 2010. La tesi che Rifkin presenta nel libro è che la vera natura dell’uomo si trovi nell’empatia, nella possibilità che l’uomo ha, attraverso il corpo e la sensibilità, di comprendere l’esperienza dell’altro, sulla base del fatto che noi condividiamo il mondo e il nostro essere esistenti come corpo empatico. L’orizzonte che l’autore delinea è un recupero della socialità empatica che il liberismo ha mortificato e negato, ma si spinge oltre, auspicando l’avvento di una coscienza biosferica. Il punto cruciale del saggio consiste nell’aver dimostrato che la creazione di una piazza globale e di una società complessivamente  interconnessa, ha come contraccolpo una maggiore entropia  a livello planetario, cioè un consumo maggiore di energia che, come ci spiega la seconda legge della termodinamica, porta necessariamente ad una condizione di esaurimento dell’energia non rinnovabile. L’impegno e l’influenza di Rifkin riguardo alle politiche energetiche di Stai Uniti ed Europa sono rilevanti, è stato anche consigliere personale sulle questioni energetiche di Romano Prodi, al tempo in cui quest’ultimo era Presidente  della Commissione Europea.

Il saggio di Rifkin è interessante soprattutto perché ci coinvolge intimamente, coinvolge la nostra natura, il nostro modo di rappresentarci.  L’autore sancisce la fine dell’era della ragione e l’inizio dell’era dell’empatia. Tuttavia, l’uomo può essere pensato come animale sociale solo se si prende in considerazione una rivalutazione del corpo e una sua stretta relazione con i processi cognitivi. Considerare cartesianamente il corpo come materia e l’ intelletto come spirito incorporeo non porta a comprendere l’uomo nella sua complessità e totalità. Il rapporto tra corpo e attività cognitiva è complesso, non è riducibile a schematiche concettuali, il corpo ha molta più intelligenza di quanto il pragmatismo possa credere e la ragione è molto più ‘incarnata’ di quanto l’idealismo possa concedere.  Come due lati della stessa medaglia, si formano insieme, ma non saranno mai riducibili l’uno nell’altro. Per secoli si è cercato di imporre agli uomini l’ideale di uguaglianza attraverso dimostrazioni logiche, trattati di filosofia politica e di diritto. Ma questo, ce lo insegna la storia, non basta a far comprendere all’uomo quanto ognuno di noi sia simile nella diversità. Sembra assurdo che proprio attraverso il corpo l’uomo riesca a ‘sentire’ empatia verso gli altri individui, il corpo è sempre stato il primo motivo di discrimine tra gli uomini. Invece no. Quello che un uomo condivide con gli altri  uomini, è l’esistenza ‘incarnata’, l’unica modalità che l’uomo conosce per esistere in questo mondo. E’ proprio attraverso il corpo che noi proviamo empatia verso gli altri, siamo diversi per cultura, religione, idee politiche, istruzione, ma siamo uguali nella modalità dell’essere al mondo, una piazza globale da condividere. Può sembrare un discorso utopistico, ma non è così, siamo ancora ancorati ad un modo di pensare che è vecchio di secoli, risale almeno al ‘700, quando il corpo era sinonimo di ‘inganno’ per i filosofi e di ‘peccato’ per i cristiani. Invece il corpo è sinonimo di uomo, un corpo concepito non materialmente ma in relazione alla sfera cognitiva. La recente scoperta dei ‘neuroni specchio’ da parte di alcuni neuroscienziati, non fa che avvalorare questa tesi. ” I neuroni specchio – spiega il neuroscienziato italiano Rizzolatti- ci permettono di entrare nella mente degli  altri non per un ragionamento concettuale, ma attraverso una simulazione diretta: attraverso la sensazione, non il pensiero.”. L’uomo può capire l’altro attraverso la sensibilità corporea, perchè noi condividiamo poche cose con tutti i nostri simili, quella più importante è la carnalità della nostra esperienza, una carnalità da non leggere in senso materialista ma in senso globale. L’uomo è il rapporto dialettico tra il corpo ed il pensiero, è un’individuo al limite tra corporeità e spiritualità, quindi non può che comprendere l’altro e sè stesso come una spiritualità incarnata, comprendendo il corpo  non come limite ma come possibilità di esperienza.

Queste riflessioni sono state suscitate dal saggio di Rifkin, un’opera ampia che tocca numerosi punti importanti. Assolutamente da leggere.

 

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