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La nudità come veste, il corpo come autorappresentazione

I Greci per primi posero al centro della propria esperienza l’uomo. La figura umana, non casualmente, è l’oggetto pressoché costante nell’immaginario greco e il tema privilegiato dell’arte e in particolare della statuaria. Il corpo identificava in modo visibile le virtù della persona : “Kálos Kai Aghatos”, cioè bello e buono o più precisamente ben nato, aristocratico. Corpi armonici e fiorenti, divini; un perfetto equilibrio tra spirito e corpo. La scultura greca, improntò dei modelli dove la bellezza del fisico corrispondeva alla perfezione morale. Gli atleti rappresentarono per gli scultori i modelli ideali per il nudo maschile, frutto di un’operazione di cernita e definizione.
Pausania, scrittore e geografo greco del II sec. d.C. circa, racconta di un atleta, Orsippo di Megara, che durante la XV olimpiade del 720 a.C., impegnato nella corsa, decise di togliersi il pesante perizoma convinto che un uomo nudo potesse correre più a suo agio. La pelle è più aerodinamica dei tessuti, Orsippo vinse e il suo esempio venne poi seguito da tutti gli atleti.

Diadumeno, museo Nazionale di Atene (foto: Daniela Baldo)

Diadumeno, museo Nazionale di Atene (foto: Daniela Baldo)

La nudità viene intesa come una veste che i Greci indossano per autorappresentarsi. In questo modo, attraverso l’arte, si eleva l’uomo verso la sfera ideale e si cala la divinità nel mondo umano, immagini eterne che diventavano l’esempio dell’ordine e dell’armonia dell’universo. Diversamente dai Greci, le altre civiltà avevano dato al nudo un significato di inferiorità, attribuendo questo stato ai vinti, ai prigionieri a chi aveva perso tutto, anche la propria dignità. Per questo la nudità dell’arte greca comunica la sua “diversità” da ciò che gli è inferiore: il barbaro, lo schiavo…..
Una curiosità comune a coloro che osservano le statue greche maschili e su cui si sprecano battute e ilarità, riguarda l’esiguità delle misure dell’organo maschile. In Grecia il pene piccolo indicava eleganza e perfezione; le statue rappresentavano giovani atleti, adolescenti e quella era la misura di riferimento, al contrario schiavi, stranieri o creature animalesche come i satiri o i fauni venivano rappresentati con peni enormi in segno di disprezzo.
Anche il nudo femminile comparve, sebbene tardivamente, nell’evolversi della statuaria greca tutta al maschile, espressione di una società virile. In modo particolare si deve citare Frine l’etera più bella, raffinata e ricca di Atene e gli artisti dell’epoca la scelsero spesso come modella, in particolare lo scultore Prassitele, attivo tra il 375 ed il 326 a.C.. Frine e Prassitele furono a lungo legati in una relazione amorosa. Il nudo femminile, sperimentale all’epoca di Prassitele, ci riporta un’immagine di donna valorizzata, non solo per la bellezza esteriore, ma elevata a divinità, a Venere. Le opere dello scultore, ahimè totalmente perdute e che possiamo ammirare solo attraverso delle copie, gli valsero il titolo di maestro di cháris (grazia).
Concludendo questa breve riflessione sul nudo proiettandola nella nostra realtà si coglie una certa comune tendenza ossessiva anche oggi alla perfezione del corpo che passa, dall’operazione di cernita e definizione degli scultori greci al Photoshop sfrenato dei grafici pubblicitari e

di moda. Si coglie allo stesso tempo uno svuotamento del contenuto e un fine ultimo che attribuisce al nudo un valore esclusivamente erotico e soprattutto pornografico. Cambiano le proporzioni, la visione di dettagli, i gesti e una prevalenza assoluta dei corpi femminili ostentati, in un meccanismo che toglie loro dignità di soggetti, che involgarisce le forme, snatura l’individualità. Se ne ricava una autorappresentazione sconfortante che mette in luce una società che ha paura della vecchiaia e della morte e persegue modelli irreali di giovinezza e perfezione solo per un piacere esclusivamente materiale e fagocita ogni altro aspetto di quel corpo, soprattutto la parte non visibile e segreta. Sparisce l’idea, il mondo intero racchiuso in un corpo, l’appartenenza all’universo. I grandi

maestri classici ci hanno trasmesso un messaggio potente e profondo attraverso il corpo umano, una comunicazione sempre attuale che valorizza l’uomo e non lo mercifica come un bell’oggetto da desiderare, un involucro vuoto.

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Commenti (5)

  • luca burzelli

    una apologia del corpo contro chi lo trova “peccaminoso”….. bello davvero..

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  • francesco Di Mauro

    Un articolo interessante e chiarificatore che inquadra il corpo nella sua giusta dimensione, una dimensione “divina”-

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  • Nicola

    Peccato per la chiusa moralista e banale.

    “Si coglie allo stesso tempo uno svuotamento del contenuto e un fine ultimo che attribuisce al nudo un valore esclusivamente erotico e soprattutto pornografico.”

    Falso; se davvero l’articolo mira a ridare dignità al nudo non può poi cadere nel bigottismo comune che lo associa unicamente al sesso. Nell’estetica commerciale pubblicitaria c’è, indubbiamente, un rimando alla sfera sessuale ed alla seduzione, ma non è affatto vero che sia sempre così. E anche quando questa provocazione sessuale non c’è, i più continueranno a leggerci sempre e solo sesso.

    “Cambiano le proporzioni, la visione di dettagli, i gesti e una prevalenza assoluta dei corpi femminili ostentati, in un meccanismo che toglie loro dignità di soggetti, che involgarisce le forme, snatura l’individualità.”

    Questo è ciò che è sempre accaduto, la statua di Frine – che scandalizzò enormemente all’epoca, ricordiamocelo – non ci dà né ci parla dell’individualità della donna: le statue erano un’idealizzazione, non erano la reale rappresentazione di modelli e modelle. Ed il concetto per cui il corpo d’una modella è privato della dignità di soggetto, dovrebbe valere allora quanto oggi. Senza tener conto che voler fare il paragone tra pubblicità e scultura greca è a dir poco forzato.
    Ma poi francamente, “involgarisce le forme”? Messo lì solo perché suonava bene, immagino.

    “Se ne ricava una autorappresentazione sconfortante che mette in luce una società che ha paura della vecchiaia e della morte e persegue modelli irreali di giovinezza e perfezione solo per un piacere esclusivamente materiale”

    Non per questo è un piacere minore o peggiore, vogliamo forse tornare all’oscurantismo cattolico su quali siano i piaceri giusti e quali quelli sbagliati?

    “e fagocita ogni altro aspetto di quel corpo, soprattutto la parte non visibile e segreta.”

    La parte “non visibile e segreta” del corpo semplicemente non esiste, il corpo è materia. E per tornare a ridargli la giusta dignità forse si dovrebbe anche levargli di dosso certe filosofiche ipocrisie, non si può sempre dibattersi da un eccesso ad un altro.

    “I grandi maestri classici ci hanno trasmesso un messaggio potente e profondo attraverso il corpo umano, una comunicazione sempre attuale che valorizza l’uomo e non lo mercifica come un bell’oggetto da desiderare, un involucro vuoto.”

    A parte il cattivo gusto di scrivere uomo, anziché la persona, tagliando via di fatto la donna – poi ci si lamenta dei poveri corpi femminili senza dignità in televisione e però ci si dimentica di tenerne conto quando non fa comodo – qui urge fare la conoscenza di un certo Baudelaire.

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