L’ossessione della decadenza e Gabriele D’Annunzio Reviewed by Momizat on . Avete mai notato che nei supermercati il settore “bellezza” è sempre più esteso? Ci trovate una miriade di prodotti diversi, realizzati ad hoc per contrastare i Avete mai notato che nei supermercati il settore “bellezza” è sempre più esteso? Ci trovate una miriade di prodotti diversi, realizzati ad hoc per contrastare i Rating:
Home » Cultura » L’ossessione della decadenza e Gabriele D’Annunzio

L’ossessione della decadenza e Gabriele D’Annunzio

Avete mai notato che nei supermercati il settore “bellezza” è sempre più esteso? Ci trovate una miriade di prodotti diversi, realizzati ad hoc per contrastare i segni dell’invecchiamento in qualsiasi parte del corpo. E dobbiamo ammettere che, su questo, fra uomini e donne c’ è ormai quasi una perfetta par condicio. È come se la nostra società fosse ossessionata dalla nuvola terribile dell’invecchiamento (magari precoce) e si ingegni quotidianamente per combatterlo: così un giorno, passando per il supermercato, ho ripensato alle parole di Gabriele D’Annunzio. Nel 1903 egli pubblica la raccolta Alcyone, da tutti ritenuta significativa dello stile del Poeta-Vate: ed è proprio all’interno di Alcyone che possiamo leggere uno splendido madrigale intitolato Nella belletta, ispirato ad un luogo paludoso visitato dal poeta. Ne riporto qui di seguito i pochi versi e partendo da questi vorrei mostrarvi l’aspetto ossessivo della poesia dannunziana tralasciando l’estetismo che -da solo- meriterebbe un libro intero di studio.

ritratto fotografico di Gabriele D'Annunzio

Nella belletta i giunchi hanno l’odore

delle persiche mezze e delle rose

passe, del miele guasto e della morte.

Or tutta la palude è come un fiore

lutulento che il sol d’agosto cuoce,

con non so che dolcigna afa di morte.

Ammutisce la rana, se m’appresso.

Le bolle d’aria salgono in silenzio.

Gabriele ci parla di un canneto (“la belletta” appunto) di acque ferme, arso dal sole afoso di una estate che lentamente si avvia a finire: la prima cosa che ci descrive sono le sue sensazioni nel vederlo. Tuttavia la descrizione della palude non può prescindere dai canoni estetici che tanto amava e così nasce una descrizione “poetica” dell’orrido. I giunchi infuocati dal sole gli richiamano alla mente l’odore delle pesche in putrefazione, delle rose appassite e del miele marcito. Egli doveva essere ben ossessionato dalla decadenza fisica se i primi pensieri che gli vengono in mente sono tre realtà in degrado lento ma inesorabile: li sintetizza alla fine del terzo verso con la parola “morte”, la fine del processo di degenerazione e, allo stesso tempo, lo spettro che tanto lo ossessiona. Eppure pensate a quanto dovesse essere incuriosito da questa processo naturale: lo teme ma contemporaneamente lo scruta e lo studia come fa il bambino con un oggetto sconosciuto ed affascinate. La decadenza diventa “croce e delizia” per il suo genio creatore: ne parla con i suoi modi e i suoi metri e la teme. Però ne parla.

L’ idea dell’afa insostenibile e dell’oppressione è rafforzata dal paragone della palude ad un fiore coperto di fango (lutulento) che viene letteralmente soffocato e sciupato dal calore del sole d’agosto, proprio quel sole che dovrebbe invece permettergli di fiorire al meglio: e ancora una volta appare sullo sfondo lo spettro della morte, come un’ombra che grava sulla palude e che ne impedisce la vegetazione e la vita. L’immagine dell’oppressione deve essere fortissima: cosa meglio di un fiore infangato suggerisce un sentimento di sporcizia e pesantezza?

La rana rappresenta proprio l’unica forma di vita nel canneto: tuttavia con l’avvicinarsi del poeta essa tace improvvisamente. Proprio allora, nel silenzio della scena (come fosse un cimitero?) si levano dall’acquitrino le bolle dalla melma infuocata, simili alle bolle dai tini di vino (pensate al “ribollir dei tini” di Carducci) ed ennesimo segno di decadenza. Come potete vedere, è tutto un paesaggio in degrado ed affanno: D’Annunzio ne fa un’ossessione ma, allo stesso tempo, un nuovo argomento da cui trarre ispirazione per fare arte. Questa sua ossessione non deve sembrarci immotivata: egli infondo era un esteta da sempre dedito alla ricerca di cose belle e di arte, spesso fin troppo pacchiana. La decadenza fisica gli appare disarmante. Raccontano che, inorridito dalla perdita dei denti, rifiutasse di mangiare in compagnia. Ma nella più bieca delle sorti egli non rinuncia al suo stile: da vero esteta fa del suo timore un capolavoro letterario così come le passioni e le forti emozioni dei nostri pittori si sono concretizzate nelle loro tele più famose (penso a Urlo di Munch o a Guernica di Picasso).

Così anche questo madrigale, piccola poesia in versi endecasillabi, ci permette di capire con quale criterio D’Annunzio “costruisse arte” (e mai come per lui vale questa espressione): la sua è una poesia di effetti sonori, ottenuti con attentissimo uso della parola, delle lettere e del verso, con l’obiettivo di ricavare la massima musicalità dal testo. Leggete il testo e rileggetelo ancora: troverete al suo interno un susseguirsi di suoni P e poi B e poi ancora S: suoni rotondi come bolle o scoppi alternati a suoni aspri e secchi (la esse e la zeta) vi lasceranno nell’orecchio il suono della palude ancora prima dell’immagine o dell’odore. In ciò sta la grandezza del Vate: con la parola ha ricreato un mondo costruendolo senza l’utilizzo dei sensi ma anzi ingannandoli.

D’Annunzio è davvero ossessionato dal naufragio dell’invecchiamento e della decadenza fisica: ma è certo che, grazie alla musica della sua poesia, il naufragar ci pare dolce “in questo mar”.

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 5.0/5 (4 votes cast)

L’ossessione della decadenza e Gabriele D’Annunzio, 5.0 out of 5 based on 4 ratings

Lascia un Commento

*

© 2012 il Ritaglio.it - Il Ritaglio è un blog ad indirizzo giornalistico e pertanto non è una testata registrata. |

Torna su