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Melancholia, l’ultimo film di Lars Von Trier

E’ uscito da poco nelle sale italiane il nuovo film di Lars Von Trier, il controverso regista danese espulso da Cannes 2011 per aver dichiarato di capire Hitler e di odiare Israele. Tralasciando l’infelice accaduto, il film si è distinto a Cannes, e poteva gareggiare con il vincitore della Palma d’Oro, il noiosissimo e poco essenziale The three of life di Terrence Malick. Tuttavia, una delle protagoniste, una bellissima ed eterea Kirsten Dunst, si è meritata il premio come miglior attrice protagonista.

Protagonista del film, oltre alle sorelle Justine ( Kristen Dunst) e Claire (Charlotte  Gainsbourg), è Melancholia, interpretato attraverso due piani di lettura interconnessi. Ad un  livello cosmologico rappresenta il pianeta, facente parte della galassia di Anthares, che avrà un drammatico incontro ravvicinato con la Terra, arrivando a distruggerla dopo una drammatica ed ineluttabile  danza della morte, preannunciata durante la prima sequenza del film attraverso immagini apocalittiche e una colonna sonora (l’unica in tutto il film) degna dell’apocalisse, la wagneriana Tristano e Isotta. Il regista non si ferma a raccontarci superficialmente, come molti critici si sono limitati a cogliere, la fine del mondo, tematica che va per la maggiore sulla scena del cinema hollywoodiano dei grandi incassi. Perché il nome Melancholia? La domanda ci porta dritti fino al secondo livello interpretativo, quello psicologico, la malinconia ( nome ottocentesco della depressione)  è la protagonista di buona parte del film. Justine è malata di depressione, ci svela Claire solo nella seconda parte del film, confermando il sospetto che velatamente incupisce la prima parte. La malinconia ha il volto di Justine, è lei che in una delle scene più simboliche della pellicola, si stende sulla roccia in una candida nudità riflessa dal chiarore di Melancholia e sembra chiamarla verso di sé con tutta la sua potenza distruttiva, un’inquietante seconda luna che pesa come una spada di Damocle sul destino dei personaggi. Il significato del film si trova in una tragica, poiché ineluttabile, dicotomia tra la realtà quotidiana, rappresentata dalla razionalità sorprendente di Claire che tutto vuole controllare ( l’illusione prometeica di aver rubato il fuoco della conoscenza agli dei) e l’assurdità, rappresentata da quel pianeta appena conosciuto che si celava dietro al Sole (simbolo di vita) e incarnato dalla personalità autodistruttiva di Justine. Come la depressione, con la sua assurdità, distrugge la vita delle persone, Melancholia  distrugge la Terra, lasciando dietro di sé il vuoto, nessun  riferimento ad una vita ultraterrena può riscattare la tragedia, tutto è tremendamente assoluto, come la scena finale del film che inevitabilmente lascia senza parole. Davanti all’assurdità l’uomo razionale soccombe. Claire, legata  alla vita perché madre, quando si rende conto che la fine è vicina, tenta di scappare, nessun posto li potrà salvare, se non la “grotta magica” costruita da Justine e dal figlio di Claire, una salvezza immaginaria, in cui le due sorelle sembrano incontrarsi per la prima volta.

 

La dicotomia tra realtà e assurdità si ritrova anche nello stile del film, che in alcune scene richiama l’iperrealismo del Dogma ‘95 (manifesto cinematografico di cui Lars Von Trier fu il più ferreo sostenitore, ma anche il suo più duro critico; emblematico dello stile iperrealista è il film Idioti del ’95), riconoscibile per l’uso della telecamera a presa diretta, nervosi movimenti di macchina e messa a fuoco imprecisa, mentre nel prologo e nel finale la scena è ricostruita ad arte  con l’intento di colpire lo spettatore con immagini ad alta potenzialità estetica e riferimenti pittorici notevoli: è la vittoria dell’assurdo. Molti sono i riferimenti iconografici provenienti dal mondo artistico, emblematica è l’immagine della locandina del film, è un chiaro riferimento iconografico all’ Ophelia del pittore preraffaellita Millet.

Melancholia è un film difficile ma travolgente che chiede uno sforzo allo spettatore, non a tutti piacerà, ma vale la pena di essere visto.

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