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‘Cosa Nostra’ e il suo battesimo ottocentesco

Questo è l’articolo 2 di 7 articoli dell’inserto Storia di Cosa Nostra

La mafia siciliana è un’organizzazione criminale relativamente recente. L’Ottocento è il secolo d’oro che ha ospitato la sua genesi e il suo rapidissimo sviluppo in sistema illegale, palermitano prima e siciliano poi. La chiave di volta della nascita di Cosa Nostra (che ha assunto tale denominazione solo più tardi) è, paradossalmente, il vento di rinnovamento che ha investito l’isola nel primo spicchio del secolo diciannovesimo, culla delle conquiste democratiche venute alla luce con la Rivoluzione Francese.

La Sicilia medioevale e moderna era caratterizzata da rapporti giuridico-sociali di tipo feudale. La terra, vera fonte di ricchezza e di sostentamento fino all’esplosione industriale e anche oltre, era gestita da nobili-baroni che beneficiavano dei suoi frutti in cambio della fedeltà militare giurata al Re. Nel caso siciliano il Re in questione nel primo Ottocento era il monarca borbonico Ferdinando IV. A partire dall’intervento inglese nell’isola, risalente al 1812, questa cristallizzata situazione feudale venne progressivamente meno. Dapprima il rapporto feudale scomparve nella sua storica accezione, ma rimase in vita il dominio privato dei baroni sulle terre. In seguito, nel giro di qualche decennio, le tenute si aprirono ad acquisti esterni, divenendo in sostanza parcellizzabili e a niente servì il tentativo restaurativo dell’assolutismo borbonico. La Sicilia, al passo con i tempi, aprì la sua maggiore fonte di ricchezza al capitalismo.

Una terra comperata e non più ereditata metteva in crisi le fondamenta del dominio baronale, ma allo stesso tempo generava un nuovo mondo di possibili rapporti terrieri, che lo Stato siciliano in primis e quello italiano più tardi avevano il compito di gestire dall’alto. Era un campo minato che necessitava di una legislazione chiara e applicata con severità, per evitare irregolarità e tutelare il singolo proprietario terriero, insieme ai contadini affittuari a lui sottoposti.

Il lettore più attento avrà quindi già compreso dove gettò le sue resistenti basi quell’organizzazione criminale che diverrà Cosa Nostra. L’Unità d’Italia, che unì l’isola meridionale al nuovo Regno di matrice piemontese, andò ad alimentare un terreno fertilissimo per l’attività illegale. La Sicilia, infatti, annessa nel 1860 dopo l’impresa garibaldina, rappresentò da subito l’anello debole del nuovo Stato unitario. Un governo lontano e pressato dalle incessanti esigenze di una giovanissima Italia, si affidò ben presto a rapporti poco limpidi nel Mezzogiorno per esercitare il potere locale. Il sostanziale vuoto di potere che ne derivò fu preda facile della stessa setta illegale che aveva potuto svilupparsi durante i moti rivoluzionari antiborbonici del 1821 e del 1848. A rafforzare le prerogative di questa nuova realtà siciliana fu proprio la definitiva liberazione garibaldina. Con l’Unità si rafforzò il fenomeno tutto siciliano del banditismo, spia luminosissima dell’incapacità del governo centrale di gestire la situazione meridionale. Il monopolio della violenza, che lo Stato italiano stava implementando con successo nel nord e nel centro della penisola, non esisteva di fatto in Sicilia, dove ‘l’industria della violenza’ divenne la fondamenta principale del sistema mafioso.

La Mafia in Sicilia

La Mafia in Sicilia

Il proprietario terriero minacciato dai banditi, dal diffusissimo abigeato (furto di bestiame) e dalle violenze occasionali, necessitava di protezione e in assenza di un forte potere centrale che potesse garantirgliela, si rivolse ben presto al suo più credibile sostituto, il capomafia della sua zona. La figura centrale di questo malsano rapporto era quella del gabellotto. Esso apparteneva all’associazione mafiosa e faceva le veci del guardiano dei campi, affittando il possedimento del nobile e sfruttandolo a più non posso, data la scarsa durata dei contratti. Talvolta l’opera infida del gabellotto poteva portare alla conquista definitiva della terra, sotto i colpi dell’intimidazione e dell’omicidio.

E’ impressionante notare come la mafia sicula delle origini sia già gerarchicamente organizzata in cosche, capodecina e picciotti e quanto velocemente si assesti su base provinciale e interprovinciale. La sua rapida ascesa fu dovuta a diversi fattori. Se quello economico ebbe la possibilità di consolidarsi in scioltezza fu perché non mancò mai l’appoggio politico. I governi locali finirono velocemente nella mani delle cosche, in grado di influenzare quindi non solo poliziotti e funzionari, ma anche politici di professione. Questi ultimi attraverso l’aiuto mafioso potevano garantirsi un ottimo bacino di voti alle elezioni parlamentari. Il clientelismo politico che così si diffuse fu il frutto più nefasto del Senato regionale che caratterizzava il sistema costituzionale italiano. La collusione mafia-politica fu insomma il volano dell’espansione finanziaria dell’organizzazione, che attraverso contatti extracittadini (l’esempio più allarmante è quello del Carcere dell’Ucciardone di cui si parlerà nelle successive puntate) poté estendere il suo modus operandi e le sue ferree regole di comportamento oltra la Conca d’Oro che circondava Palermo.

A conti fatti, come afferma nel suo ottimo manuale  John Dickie, ‘la legge veniva parcellizzata e privatizzata, proprio come la terra…in un’infernale parodia dell’economia capitalistica’. E all’interno di questa disarmante parodia ‘l’industria della violenza’ la faceva da padrona, tanto che il parlamentare Leopoldo Franchetti, autore insieme al futuro Presidente del Consiglio Sidney Sonnino di un’inchiesta parlamentare sulla questione mafiosa in Sicilia, così scrisse del capomafia: ‘fa…la parte del capitalista, dell’impresario e del direttore. Egli determina quell’unità nella direzione dei delitti, che da alla mafia la sua apparenza di forza ineluttabile ed implacabile; regola la divisione del lavoro e delle funzioni, la disciplina fra gli operai di questa industria [della violenza]…A lui spetta il giudicare dalle circostanze se convenga sospendere per un momento le violenze, oppure moltiplicarle e dar loro un carattere più feroce, e il regolarsi sulle condizioni del mercato per scegliere le operazioni da farsi, le persone da sfruttare, la forma di violenza da usarsi per ottenere meglio il fine’.

Leopoldo Franchetti (a dx) e Sidney Sonnino (seduto)

Leopoldo Franchetti (a dx) e Sidney Sonnino (seduto)

Già, Leopoldo Franchetti. Il primo vero intellettuale di mafia e la prima voce autorevole non ascoltata su questo torbido tema. Il suo poderoso rapporto rappresenta la base informativa più ampia e affidabile fino all’avvento del pool antimafia degli anni ’80-’90 con la già citata (articolo introduttivo) attività del compianto Giovanni Falcone. Nonostante questo il Franchetti dovette morire senza aver visto valorizzato il suo poderoso lavoro, in notevole anticipo sui tempi. Perì abbandonato dallo stesso Stato per cui nutriva un amore profondo, isolato come molte altre figure impegnate nel contrasto alla criminalità organizzata e a lui successive. Un isolamento che proviene nel suo caso non solo dall’omertà delle istituzioni e dei testimoni diretti ma anche dall’ignoranza in materia che imperava al tempo.

Ora della mafia si parla e si conosce, ma i fatti ci hanno dimostrato che la volontà di una certa parte delle istituzioni di occultare i punti deboli del sistema mafioso hanno prodotto effetti ugualmente devastanti se paragonati al silenzio di tomba che accompagnò il rapporto Franchetti. Morti eccellenti e non hanno costellato la storia dell’Italia monarchica e repubblicana, in un via vai di provvedimenti antimafia talvolta rigorosi ma altre volte addirittura dannosi. Per arrivare alla mafia dei giorni nostri la via è ancora lunga e tortuosa. La Cosa Nostra delle origini incontrerà nella sua evoluzione momenti straordinari ed altri molto difficili. Riuscirà ad espandersi al di fuori del Bel Paese con la spregiudicatezza di personaggi quali Al Capone e Lucky Luciano e sarà osteggiata con sempre più consapevolezza da quegli eroi dell’Italia unita troppo spesso dimenticati o non appoggiati a dovere da chi avrebbe dovuto.

Martedì prossimo sarà utile ripercorrere in questa ottica storica la graduale penetrazione mafiosa nelle istituzioni, partendo dalla prima grande manifestazione organizzata della criminalità siciliana, ‘La Fratellanza di Favara’.

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