Cosa Nostra conquista la Sicilia Reviewed by Momizat on . La domanda che affligge spesso e volentieri lo storico della mafia siciliana è come essa abbia potuto estendersi all’intera isola con una tale rapidità, in un’e La domanda che affligge spesso e volentieri lo storico della mafia siciliana è come essa abbia potuto estendersi all’intera isola con una tale rapidità, in un’e Rating:
Home » Inserti » Cosa Nostra conquista la Sicilia

Cosa Nostra conquista la Sicilia

Questo è l’articolo 3 di 7 articoli dell’inserto Storia di Cosa Nostra

La domanda che affligge spesso e volentieri lo storico della mafia siciliana è come essa abbia potuto estendersi all’intera isola con una tale rapidità, in un’epoca caratterizzata dalla scarsità delle vie di comunicazioni  e dall’impossibilità di spostamenti agevoli sulle lunghe distanze. Quale evento ha scatenato un’organizzazione criminale potente ma circoscritta fino al lembo siciliano più insospettabile? Per rispondere è necessario viaggiare indietro nel tempo, tuffandosi nel panorama socio-economico siculo dell’intero secolo diciannovesimo.

La Sicilia risorgimentale ospita l’embrione di Cosa Nostra nelle terre che gravitano intorno alla capitale indiscussa dell’isola: Palermo. I limoneti di questa città sono la culla economica della neonata organizzazione criminale che si diffonderà di li a poco. Sul colpevole vuoto di potere lasciato dal giovane Stato Unitario si inserisce la speculazione illegale, che ha il suo centro nella gestione e nello sfruttamento dei grandi possedimenti terrieri resi più attaccabili dall’abolizione del feudalesimo. La figura malsana del gabellotto, cinghia di trasmissione fra mafia palermitana e proprietari terrieri, è partorita dall’assenza di un potere centrale che eserciti il monopolio della violenza. I proprietari minacciati dalle difficoltà dei tempi si affidano alla protezione criminale e la stessa politica locale e nazionale rinuncia alla gestione del Meridione insulare, sfruttandolo quale collettore di voti nel sistema clientelare e come strumento di potere locale fondato su un malsano baratto. I criminali ‘legali’ si occupano di mantenere l’ordine locale nel rispetto delle loro regole (piegate ai propri interessi economici) e i politici siciliani promettono in cambio una repressione morbida degli affari criminali, coadiuvati in questo torbido scambio da una pletora di poliziotti, magistrati e testimoni in malafede (o pesantemente intimiditi).

Il sistema palermitano tuttavia è oggetto di studio fin dal momento della sua nascita. Il rapporto Franchetti (citato nell’articolo precedente) è solo la più efficace delle analisi sulla questione criminale nel Mezzogiorno siculo. In generale, tuttavia, gli sforzi antimafiosi si infrangono contro il muro della demagogia politica e il male crescente che affligge l’isola meridionale non è attaccato nel momento in cui è più fragile. Destra e Sinistra giocano sulla questione mafiosa utilizzandola per fini politici. Se la Destra storica si fregia della sua superiorità morale nei confronti di una Sinistra collusa a livello elettorale (e non solo) con la criminalità organizzata, la stessa Sinistra smaschera, in una doppia seduta infuocata che passerà alla storia (datata 1876) i meccanismi di governo locale della Destra siciliana. Ma l’astio che anima la contesa è strumentale e al cambio di timone, quando la Destra cede il passo alla Sinistra nel 1876, si spengono gradualmente le reciproche accuse di collusione. L’unico risultato è che la Sinistra affronta la questione mafiosa con la stessa carica equivoca dei governi dell’opposta fazione. Il clientelismo siciliano rimane la fondamenta del consenso parlamentare e il nuovo Ministro dell’Interno Nicotera ha il solo effetto di garantire alla mafia siciliana un più ampio campo di intervento, grazie alla maggiore spesa pubblica perpetrata durante la sua carica. Cosa Nostra, facendo leva sull’isolamento di chi vuole contrastarla per davvero e sulla sua immagine pubblica edulcorata ad arte, può iniziare la sua letale penetrazione nelle istituzioni romane, mentre prosegue con successo quella a livello locale.

In Sicilia, infatti, alla mafia palermitana si affianca ben presto una mafia agrigentina, che allo sfruttamento delle terre preferisce quello delle zolfiere, fonte di ricchezza della parte meridionale dell’isola sin dal principio del secolo. Ed eccoci giunti al succo della nostra iniziale domanda. La mafia sicula si espande nell’isola con una rapidità che coglie impreparati anche poliziotti, politici e magistrati con la schiena dritta. La ‘’Fratellanza di Favara’’ che agisce dal 1878 fino al processo imponente del 1883 deve il suo nome alla cittadina che risiede nel cuore dell’agrigentino, appunto Favara. Nelle miniere di zolfo si manifesta sull’esempio palermitano l’organizzazione criminale che regolerà la vita quotidiana di città e zone circostanti. Il ricco proprietario terriero cede i diritti minerari a imprenditori, che a loro volta assoldano sovrintendenti capaci di gestire un nutrito numero di guardiani, sorveglianti e minatori, spesso ragazzini giovanissimi deformati dai pesanti carichi che devono trasportare quotidianamente.

La cittadina di Favara

La cittadina di Favara

Su questo schema la Fratellanza poté implementare la struttura gerarchica trasmessa dai cugini di Palermo. Uno o più capi-testa gestivano più capi-decina, ognuno dei quali controllava un massimo di dieci affiliati. La Fratellanza, che inizialmente contava nelle sue file pastori, artigiani e zolfatai, riuscì ben presto a far propri i servigi degli stessi proprietari terrieri che davano vita al business delle zolfiere e a tutti gli affari più appetitosi nella città (e nell’isola).

La Fratellanza riuscì a ingrandire le sue fila grazie ad uno dei primi accordi fra cosche, che tanto hanno giovato alla struttura di Cosa Nostra nel tempo. Dall’omicidio di un affiliato ad un battesimo, per mano di una cosca rivale, si arrivò alla composizione del dissidio locale attraverso l’unione di tre cosche, di cui una fece la parte del mediatore. Nella Sicilia ottocentesca l’istituto del battesimo era importante non tanto per il bambino quanto per la creazione di rapporti extrafamigliari che allargavano l’orizzonte della famiglia di sangue. Il ‘padrino’ del battesimando diventava giocoforza un alleato famigliare a cui prestare attenzione e rispetto. Il battesimo rendeva il padre e il padrino co-padri e li legava indissolubilmente. In  questo sistema, che fungeva da collante sociale, si infiltrò così un’alleanza di tipo criminale, che estendeva velocemente i rapporti illegali in seno alle diverse cosche. L’unione delle cosche di Favara diede così vita ad una Fratellanza molto potente, al centro del primo mastodontico processo di mafia che, in via eccezionale, ottenne un inaspettato successo giuridico.

L’associazione agrigentina venne disarticolata attraverso la condanna di tutti i 107 imputati e il processo stesso aiutò a far luce sui meccanismi dell’organizzazione. I membri fondatori di essa avevano colto l’occasione del contatto con i mafiosi palermitani. Questo contatto fatale avvenne prima del 1878 nelle isole-carceri (quali Ustica) che riunivano fuorilegge siciliani e mafiosi palermitani. Il virus della criminalità organizzata ebbe l’occasione di diffondersi culturalmente e il modus operandi della criminalità organizzata di Favara venne presto ad assomigliare in tutto e per tutto a quello palermitano.

Il rito di iniziazione degli affiliati, a cui veniva punto il dito con uno spillo e il cui sangue era spalmato su una statua sacra in segno di totale fedeltà alla Fratellanza, era solo uno di questi aspetti comuni. Tra questi è doveroso ricordare la totale comunanza nel linguaggio in codice dei mafiosi, che si riconoscevano tramite copioni predeterminati (diffusissimo quello del mal di denti). La stessa organizzazione gerarchica è prodotto di questo dialogo penitenziario originario, a cui non sfuggì l’assimilazione agrigentina del concetto di fedeltà all’associazione. La Famiglia mafiosa era più importante di quella di sangue e talvolta gli iniziati dovevano manifestare questo dogma uccidendo famigliari e parenti, per non perire loro stessi.

un ritratto di ''Cavalleria Rusticana'' musicata da Mascagni

un ritratto di ''Cavalleria Rusticana'' musicata da Mascagni

I contatti fra mafiosi di parti distanti dell’isola proseguirono senza una coordinata opposizione centrale di politici e magistrati. Lo stesso maxiprocesso che limitò la Fratellanza di Favara e dimostrò l’esistenza di una parte sana delle istituzioni anche in Sicilia, si distinse per miopia circa la questione del come affrontare globalmente la minaccia mafiosa. L’erronea convinzione di trovarsi di fronte ad una organizzazione molto arretrata e primitiva fu il freno principale che mutilò la lotta alla mafia. Prodotti culturali come ‘’Cavalleria Rusticana’’ scritta da Giovanni Verga  e musicata in Sicilia e in tutta Italia (con un successo senza precedenti), attingevano a piene mani dalla visione fantasiosa degli intellettuali siciliani circa la natura mafiosa.

Un esempio per tutti. Il medico Giuseppe Pitrè, ‘demopsicologo’ siciliano dell’epoca si impegnò a costruire, nei suoi viaggi e studi, un enorme ritratto della mentalità collettiva siciliana. Tale sforzo partorì il più grande e utilizzato bacino di stereotipi folcloristici e pittoreschi del siciliano medio dell’epoca. In tale contesto il mafioso era visto come individuo dalla spiccata bellezza e consapevolezza della propria forza personale. Pitrè così dipinge la Cosa Nostra delle origini: ‘’…la mafia non ha né setta né associazione, non ha regolamenti né statuti. Il mafioso non è un ladro, non è un malandrino…la mafia è la coscienza del proprio essere…il mafioso vuole essere rispettato e rispetta quasi sempre. Se è offeso non ricorre alla Giustizia, non si rimette alla Legge’’.

Giuseppe Pitrè

Giuseppe Pitrè

Per un arco di tempo lunghissimo, che non ha mancato di lasciare le sue scorie fino ad oggi, la visione rusticana di Pitrè è stata ‘’…il talismano per i criminali siciliani e i loro avvocati’’. Lo stesso intellettuale meridionale, in questa ottica distorta, riuscì a definire ‘’…vero gentiluomo…correttissimo e onesto amministratore…’’ il più famigerato mafioso di fine Ottocento, il protagonista del prossimo capitolo della nostra storia di Cosa Nostra: don Raffaele Palizzolo.

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 5.0/5 (2 votes cast)

Cosa Nostra conquista la Sicilia, 5.0 out of 5 based on 2 ratings

Commenti (2)

  • elisabetta breviglieri

    Ciao Simone! Bella ricerca storica sulla mafia, circostanziata e ben scritta. Continua! E’ interessante. Stai facendo esami di storia sull’argomento? Ciao, tienimi informata
    La profe di ita

    VA:F [1.9.22_1171]
    Rating: 0 (from 0 votes)
    Rispondi
    • Simone Garilli

      Giorno profe! Mi fa piacere che mi legga anche lei. Esami specifici sulla mafia ancora no, ma penso che affronterò l’argomento nella tesi triennale, nel più ampio contesto del malcostume politico italiano. La terrò informata volentieri!

      VN:F [1.9.22_1171]
      Rating: 0 (from 0 votes)
      Rispondi

Lascia un Commento

*

© 2012 il Ritaglio.it - Il Ritaglio è un blog ad indirizzo giornalistico e pertanto non è una testata registrata. |

Torna su