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Cosa Nostra e il socialismo, un rapporto contrastato

Questo è l’articolo 6 di 7 articoli dell’inserto Storia di Cosa Nostra

Sulla scia delle idee socialiste diffuse dal Risorgimento, qualche mese prima della fondazione del Partito dei Lavoratori Italiani (PSI nel 1895), la Sicilia destabilizzata dal fenomeno mafioso conosceva la rivoluzione. Un movimento di protesta coeso e di breve durata, ma dai risvolti indimenticati.

I Fasci siciliani si organizzano su scala regionale a partire dal 1891 e nel giro di un anno avvolgono l’intera isola del loro spirito di rivalsa. Nell’ottica di una storia di Cosa Nostra il fascio che più merita la nostra attenzione è senz’altro quello di Corleone, guidato con audacia e qualche inevitabile leggerezza da Bernardino Verro, burocrate municipale votato alla causa dei braccianti e immediatamente licenziato dalla sua occupazione come ricompensa per tanto coraggio.

Montebello partecipa ai moti dei Fasci siciliani

Montebello partecipa ai moti dei Fasci siciliani

Nella prospettiva della Palermo di fine ottocento la vicina Corleone fungeva da immenso granaio. I corleonesi lavoravano per sfamare i loro vicini conterranei, accontentandosi delle briciole che un sistema non più feudale, ma comunque immorale, metteva loro a disposizione. Seguendo un meccanismo che affliggeva i contadini dell’intera isola il grande proprietario terriero affittava la terra ad un intermediario, il gabellotto (di cui già abbiamo parlato), servendosi di contratti a breve termine. Quest’ultimo, frutto di un sistema postfeudale mal regolamentato dal giovane Stato italiano, spremeva selvaggiamente il bracciante per ricavarne, nel breve lasso di tempo disponibile, la maggior ricchezza possibile. Un lavoro così esposto alla reazione del contadino e alle minacce del banditismo siculo necessitava di una assicurazione. La protezione mafiosa servì ai gabellotti per tutelarsi da queste minacce e, nella coscienza collettiva, la figura di questo intermediario venne presto assimilata a quella dell’affiliato mafioso. La neonata Cosa Nostra penetrava nel rinnovato circuito economico postunitario e gettava le basi della sua evoluzione, appoggiandosi al mondo politico locale e ottenendo per i suoi gabellotti i contratti terrieri che si stipulavano nella grande Palermo.

Verro, speranza estrema dei braccianti della Conca d’Oro, si adoperò con i suoi modesti mezzi per diffondere il verbo socialista, aspirando a costruire quel sentimento comune fra i lavoratori sfruttati, che avrebbe fatto da scudo alle previste campagne diffamatorie delle autorità e al contrattacco della malavita. Il fascio corleonese, sotto la guida di una personalità tanto decisa, assunse dimensioni impressionanti e divenne presto modello dei suoi fratelli siciliani. Ciò che questi sindacalisti delle origini chiedevano a gran voce era un grado di libertà e uguaglianza che avrebbe martoriato gli interessi della criminalità e della classe dirigente locale, minando al tempo stesso la solidità delle istituzioni nazionali, nel fulcro della crisi finanziaria degli anni Novanta. Richieste talmente pericolose erano, in realtà, del tutto moderate. Si pretendeva un maggiore equilibrio nel rapporto padrone-contadino, garantendo a quest’ultimo una maggiore quota di prodotto della terra. Questo sogno, nella sua realizzazione, avrebbe però reso superflua la stessa figura del gabellotto, di cui la mafia aveva disperato bisogno per farsi strada nel mondo degli affari. Era un progetto, quindi, tanto semplice quanto irrealizzabile senza un appoggio convinto delle autorità.

Bernardino Verro

Bernardino Verro

Il quadro che contiene i seguenti eventi non era però così limpido come qualche riga di un saggio può far credere. La Fratellanza (questo era il nome col quale Cosa Nostra era conosciuta al tempo) osteggiava la lotta contadina nella stessa misura in cui la appoggiava. Se da una parte era pronta a sostenere la causa del gabellotto di turno minacciato dal nuovo piglio contadino, dall’altra vedeva di buon occhio anche contatti con i Fasci, tutelandosi di fronte alla possibilità che lo Stato italiano accogliesse le sue pretese più innovative. Il gioco mafioso era doppio, e questa propensione a tenere il piede in due scarpe sarà un elemento chiave del successo di Cosa Nostra nel Novecento, che non farà distinguo ideologici fra partiti politici o personalità chiave, riservandosi di scegliere in base alla propria esclusiva convenienza.

E’ in questo contesto che prende corpo la misteriosa e segretissima iniziazione di Bernardino Verro alla Fratellanza. In una mattina primaverile del 1893 il leader corleonese dei Fasci si prestò a quel giuramento che non avrebbe mai dimenticato e di cui si sarebbe immediatamente pentito. Nel suo animo, tuttavia, non c’era posto per alcun tentennamento e l’errore che lo portò a diventare un membro dell’Onorata Società derivava dal bisogno esasperato di un aiuto per portare al successo la sua causa e dalla preoccupazioni circa le voci che lo vedevano come bersaglio imminente dei proprietari terrieri. Il Verro, all’ombra di una piccola e oscura stanza nei pressi di Corleone, si impegnò a giurare la sua fedeltà ai Fratuzzi. Il pollice della sua mano destra fu punto con uno spillo che ne provocò la fuoriuscita di sangue, spalmato sull’immagine di un teschio, che alcuni affiliati attorno ad un tavolo avevano custodito. L’immagine venne infine bruciata e Verro dovette baciare fraternamente ciascuno dei mafiosi presenti. Venne poi a sapere che per identificarsi con i suoi nuovi fratelli avrebbe dovuto fingere un mal di denti, toccandosi gli incisivi. E’ un rito strano e complicato, difficile da credere persino nell’Italia di fine Ottocento, ma tremendamente simile a quello che vige ancora oggi, nella mafia siciliana e nelle altre organizzazioni criminali della penisola. Bernardino Verro, nuovo affiliato della cosca di Corleone, tenne segreta questa maledetta mattina per tutta la vita, affidando il suo ricordo alle memorie che verranno scoperte solo dopo la sua efferata uccisione.

A favorire questo disarmante sodalizio concorreva anche la dilagante ignoranza circa la consistenza dell’organizzazione mafiosa. I processi Sangiorgi e Notarbartolo, come già abbiamo letto, non riuscirono, se non in parte, nel loro nobile intento di accendere la luce nell’imperante oscurità mafiosa. I Fasci tentarono quindi in qualche occasione, mal consigliati da questa inconsapevolezza, di mettere le loro idee nelle mani delle cosche e l’incontro di fine aprile 1893 fra Verro, due dirigenti generali dei Fasci, e i boss palermitani rientra in quest’ottica. Il mancato accordo che ne seguì è, col senno di poi, un fatto estremamente positivo.

La primavera nera di Bernardino Verro lasciò tracce indelebili nella sua coscienza e il pericolo che la sua persona e gli stessi Fasci venissero screditati da queste rivelazioni scottanti, rese sempre più amaro il suo rimorso.

Repressione militare dei Fasci

Repressione militare dei Fasci

L’aspra lotta per i contadini si risolse nel gennaio del 1894. Il governo Crispi inviò l’esercito in Sicilia e il 3 del mese 50000 soldati imposero lo scioglimento dei Fasci. Il pretesto erano gli scioperi fiscali che Verro e gli altri dirigenti regionali avevano orchestrato, insieme alla campagna contro i consigli comunali corrotti. La sfida allo Stato divenne così una sfida alla stessa mafia, minacciata dalla rivolta popolare contro la sua spalla principale, il potere politico locale. Verro, insieme  al fondatore del movimento Giuseppe de Felice Giuffrida e ad altri pezzi grossi, venne arrestato e condannato con tanta pesantezza che persino alcuni conservatori ne furono impressionati. Sia il nostro sindacalista che i compagni, però, beneficiarono presto dell’amnistia che seguì la disarticolazione del fenomeno rivoluzionario e tornarono all’aria aperta.

Giuseppe de Felice Giuffrida, fondatore dei Fasci

Giuseppe de Felice Giuffrida, fondatore dei Fasci

Gli anni successivi diedero all’apparente sconfitta dei Fasci siciliani un significato del tutto diverso. A Roma si era insediato un governo decisamente più liberale e una legge, in particolare, consegnava ai contadini una possibilità unica, che giustificava anche la tanta fatica dei tempi rivoluzionari. Il provvedimento statale permetteva alle cooperative di accendere prestiti presso il Banco di Sicilia e di utilizzare i fondi per garantire ai braccianti l’affitto diretto della terra dai proprietari, senza la minacciosa mediazione del gabellotto. Bernardino Verro, neanche a dirlo, si mise a capo di una di queste cooperative e respingendo i tentativi di infiltrazione mafiosa (che in altri contesti siciliani ebbero invece successo), riuscì ad acquistare dal 1907 al 1910 ben 9 tenute, emancipando centinaia di lavoratori della terra.

A ostacolare la nuova entusiastica avanzata socialisteggiante del ceto contadino ci si mise con tutta la sua forza la Chiesa cattolica. L’Unità d’Italia completata nel 1870 con l’annessione di Roma aveva portato il Papato a chiudersi a riccio di fronte allo Stato laico nascente e i potenziali elettori cattolici erano stati sollevati da ogni pretesa di vita politica dal celebre ‘Non expedit’. Con la crescente minaccia di origine marxista in via di evoluzione, anche la gerarchia cattolica si decise a prendere posizione. Il materialismo socialista preoccupava non poco e la mafia antiFasci trovava in una parte del mondo cattolico l’alleato più adatto alla sua guerra di conquista. A battagliare con le cooperative socialiste furono ben presto quelle cattoliche e nel micromondo corleonese la Cassa Agricola San Leoluca diede filo da torcere all’attività di Verro. Per sorvegliare la terra affittata la cooperativa cattolica utilizzava i Fratuzzi e gli elementi che componevano la San Leoluca erano tutto fuorché personaggi trasparenti.

Le gesta di Verro e del suo seguito giunsero ad un punto di snodo nel 1910. Il nostro sindacalista promosse un nuovo sciopero sindacale contro il sindaco corrotto di Corleone e fece crollare il consiglio comunale. Nella successiva campagna elettorale lo stesso Verro denunciò <<la mafia affiliata con i cattolici>> e sfuggì la morte per l’incapacità dei suoi esecutori, che lo ferirono ad un polso.

Verro temeva ormai quotidianamente per la sua incolumità e l’esecuzione di alcuni suoi compagni di avventura alimentarono i suoi privati timori. La lettera che scrisse ad un amico al principio del 1911 è indicativa dei suoi umori:

Ha visto che cosa hanno fatto del povero Panepinto? E’ la sollevazione della mafia gabellota e clericale contro gli organizzatori delle affittanze collettive. La verità è così terribile che mi rende quasi pazzo dallo sconforto. Il povero Panepinto cadde fulminato, ed io, tutte le volte che guardo la ferita del mio polso sinistro scorgo nella mia cicatrice il cadavere mio e quello del mio buon amico e compagno. Io stesso ho dovuto abbandonare Corleone, dove oramai la maffia mi ha proclamato ‘cascittone’. Cosa mi resta da fare? Diventare anch’io delinquente e vendicarmi col piombo e la dinamite, oppure aspettare come un morto in licenza che fra poco sarà assassinato?

Le accuse di malagestione della cooperativa che lo travolsero poco dopo, portandolo alla sbarra fino al 1913, furono una chiara manovra mafiosa e uscito di carcere il Verro, povero e all’apparenza scaricato da tante vicissitudini, aspettava in realtà la prima occasione per lanciarsi nella vita politica, come chiedevano a gran voce i suoi numerosi sostenitori contadini che, pur ignoranti, dalla sua condanna per truffa non si erano fatti sviare.

La legge elettorale nazionale del 1912 aveva introdotto il suffragio universale maschile e a Verro non rimaneva che candidarsi. Corleone fu uno dei primi comuni italiani a conquistarsi il suo sindaco socialista, con una maggioranza schiacciante datata 1914.

Per quella che fu la circostanza probabilmente più sfortunata della movimentata esistenza del neosindaco la sua elezione coincise grossomodo con l’entrata in guerra dell’Italia. La Grande Guerra oscurò qualsiasi altra questione dai giornali nazionali e dall’interesse della pubblica opinione e quando cala l’ombra la mafia agisce con più decisione e meno conseguenze da affrontare.

Nel 1915 il processo per truffa che poteva riportare Verro in carcere o scagionarlo definitivamente era alle porte. Il pomeriggio del 3 novembre, forse per la paura che durante le udienze siciliane il sindaco potesse svelare i suoi segreti sulla Fratellanza e i suoi metodi, e di certo sfruttando l’attenzione per la guerra, una pallottola raggiunse Bernardino Verro sotto l’ascella sinistra e altre cinque lo finirono facendolo affondare nel fango. Uno dei sicari completò la sua personalissima opera d’arte trafiggendolo altre quattro volte alla tempia e facendo del suo corpo uno scempio, un tribale ammonimento a chiunque osasse rallentare l’inesorabile cammino mafioso.

L’amara fine dei processi di mafia di fine secolo di cui abbiamo discusso nei precedenti capitoli furono un ulteriore fattore utile a silenziare l’accaduto. La noia e il senso di ineluttabilità che aveva avvolto il contesto mafioso in tutta la penisola erano il più grande punto di forza della stessa organizzazione. A dimostrare quanto detto è il fatto che neanche le carte straordinarie uscite durante le indagini per l’omicidio Verro bastarono a portare a giudizio quantomeno i suoi più diretti esecutori. I segreti postumi del sindacalista furono archiviati e il Procuratore capo abbandonò la causa sostenendo di non possedere prove sufficienti.

Bernardino Verro lasciò le sue idee nella mani di altri uomini, ma non fu l’unica vittima del terrore mafioso. Prima e dopo di lui perirono altri personaggi che ruotavano intorno al movimento contadino e fra questi anche quella parte sana dell’associazionismo cattolico che vedeva nella mafia il problema principale delle sofferenze dei più poveri.

Cosa Nostra, con Verri, ebbe anche modo di manifestare a tutti la sua infinita memoria e il suo irrefrenabile rancore. Persino i busti in onore di uno dei suoi più grandi oppositori furono danneggiati e poi abbattuti. Il primo nel 1917 e il secondo addirittura nel 1994, dopo che solo due anni prima un coraggioso sindaco di sinistra aveva eretto per questo antico martire un nuovo riconoscimento.

Sull’onda dei malcontenti prodotti dalla Prima Guerra Mondiale in Italia e nella Sicilia della Fratellanza non si fecero attendere le rivolte popolari sul modello della rivoluzione bolscevica in Russia e nel SudItalia le file dei banditi poterono rinfocolarsi, così come nuova linfa ebbero i consigli socialisti.

Era l’alba del movimento fascista, tanto duro per il popolo civile quanto pericoloso per la mafia siciliana.

Giovedì prossimo potremo prenderne coscienza…

 

 

 

 

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