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Il Fascismo combatte Cosa Nostra, a modo suo

Questo è l’articolo 7 di 7 articoli dell’inserto Storia di Cosa Nostra

Il capitolo che riguarda la lotta fascista alla mafia siciliana è uno dei più capienti contenitori di falsità storiche che il Novecento possa vantare. Il folklore e le facili etichette che ancora oggi circondano la questione (rendendo difficile la ricerca persino agli storici), sono l’emblema di quanto sia stato dolorosamente efficace il sistema propagandistico messo in piedi dal Fascismo. L’abilità nel censurare gli elementi più contradditori, insieme alla teatrale esaltazione degli eventi più spettacolari, hanno fatto dell’azione fascista nell’isola di Cosa Nostra un vanto decennale, del quale i seguaci del Duce hanno potuto giovare senza possibilità di smentita. Solo un faticoso lavoro di archivio, ancora incompleto, è riuscito a resuscitare dalle tenebre gli incroci più oscuri fra la dittatura di Mussolini e la mafia. L’opera di epurazione del ‘prefetto di ferro’ Cesare Mori assume così connotati del tutto diversi, se privata dell’appoggio mediatico che l’ha alimentata al tempo degli eventi.

Alla base di un racconto tanto intricato, spinoso e difficile da decifrare urge una precisazione introduttiva: la campagna antimafiosa degli anni Venti ha prodotto sensibili effetti negativi sull’organizzazione Cosa Nostra, quantomeno nel breve periodo. E’ di fatto da escludere, in sostanza, un sodalizio programmato fra i vertici fascisti e quelli della malavita e solo l’uso tutto politico della campagna ha permesso a molti boss di spicco di ritornare ai loro posti di comando una volta spentasi la mastodontica macchina del consenso di regime.

Detto ciò, è ormai chiaro come l’azione fascista in Sicilia non abbia mai puntato ad una reale disarticolazione del fenomeno mafioso. La criminalità sicula, in particolare la manovalanza, ha subito gli effetti del tornado totalitario solo perché si è rivelata per i propositi del Duce un elemento di disturbo, (come lo era l’odiato socialismo al nord) e di appoggio allo stesso tempo. L’esasperata ricerca di legittimità di un regime caratterizzato dalla violenza e dalla sospensione delle prerogative democratiche, ha prodotto, soprattutto nella prima fase del Ventennio, immense ondate populistiche, che miravano a fascistizzare la larga fetta analfabeta e manipolabile della torta italiana del primo dopoguerra. La campagna antimafiosa è da considerare, pertanto, su un livello del tutto analogo alla più celebre ‘battaglia del grano’ o alla rincorsa verso la ‘lira a quota 90’.

Solo mettendo in chiaro queste linee di tendenza possiamo meglio interpretare gli eventi che hanno fatto scontrare fascismo e mafia dai primissimi anni Venti alla fine di essi.

Cesare Mori, figura chiave di questa bencelata operazione, era un agente delle forze dell’ordine conosciuto già prima del Ventennio per le sue qualità professionali nel campo del rigore e dell’inflessibilità. Con il trasferimento a Trapani del 1903 Mori ebbe la possibilità di impratichirsi della ‘quistione mafiosa’. Per 14 anni il furto di bestiame, le elezioni locali in odore di mafia e tutte quelle attività della giovane Cosa Nostra che già abbiamo esaminato, furono il pane quotidiano del futuro prefetto di Palermo. Promosso sovrintendente di Trapani nel 1906 e vicequestore nel 1912, Mori dovette far fronte alle nuove difficoltà portate dalla Grande Guerra e al rinfocolarsi di mali più antichi dell’isola.

cesare mori

cesare mori

La chiamata alla leva che interessò 400.000 siciliani alimentò la renitenza e le file dei banditi si ingrossarono nel giro di pochi mesi. Col risorgere della piaga del banditismo si rafforzò anche la presa mafiosa sul territorio. L’esigenza di protezione dei proprietari terrieri trovò una risposta nell’azione militare della Fratellanza, tanto che il rinnovato fenomeno dell’abigeato venne ostacolato con soluzioni ancora meno legali del problema stesso. Si aggiunse, alla fine del conflitto, la frustrazione dilagante dei soldati di ritorno dal fronte, che resero caldissimo il termometro della tensione nazionale. Se al nord le manifestazioni e le proteste avevano carattere per lo più operaio, nel Mezzogiorno l’oggetto del contendere era la terra. Tra richiami ai Fasci siciliani di recente memoria e l’azione di consigli comunali socialisti, si inserì la speculazione mafiosa. Le cooperative socialiste per l’emancipazione dei contadini furono infiltrate a dovere e l’attività criminale del gabellotto, base dell’influenza mafiosa sulla terra, fu abilmente preservata.

Nel bel mezzo di questi sconvolgimenti, infiammati dall’esempio rivoluzionario in Russia, Cesare Mori avanzò nella sua prestigiosa carriera, andando ad occupare nel 1917 la poltrona di Questore di Torino. Nasceva poco dopo il partito nazionale fascista e quantomeno al Nord la violenza squadrista si scatenò senza una degna opposizione delle forze dell’ordine. Scardinati gli scomodissimi rivali socialisti, le violenze non risparmiarono neppure le crescenti forze sociali cattoliche. Noncurante della provenienza di certi disordini il nuovo Prefetto di Bologna Mori (dal 1921) mise la sua ingombrante figura sulla strada del manganello e dell’olio di ricino. Nel 1922 la protesta della gioventù nera travolse il Prefetto. Le camice nere delle città vicine si riunirono nella città degli Asinelli e ottennero dal tremebondo governo liberale ciò che pretendevano. Mori fu tolto dall’incarico in fretta e furia e la sua ascesa professionale sembrò arrestarsi di fronte ad una tranquilla pensione anticipata.

L’ambizione di Mori, tuttavia, non tardò a produrre i suoi effetti. Riciclatosi presto sostenitore del neonato governo di Mussolini (la marcia su Roma si concretizzò nell’ottobre dello stesso anno), fu più tardi premiato per il suo interessato cambio di rotta.

Nel 1925, appena qualche mese dopo il delitto Matteotti e il celeberrimo discorso alla Camera del Duce in data 3 gennaio, Cesare Mori entrò a far parte a tutti gli effetti della grande e generosa (con gli amici) famiglia fascista. Il governo era ormai regime e le fondamenta democratiche subivano in quei mesi colpi durissimi, di fronte all’avanzata delle ‘leggi fascistissime’. Il terreno era fertile per un tentativo dichiaratamente totalitario. Quello che il condottiero del fascismo cercava, per rendere solida la sua neonata creatura, era il consenso delle masse. Ecco perché la seconda parte degli anni Venti fu il bacino delle più cinematografiche ‘imprese’ di regime.

Tra esse, base e la gerarchia fascista diedero priorità assoluta all’assalto contro la criminalità organizzata siciliana. Toni trionfalistici e pomposi diedero il via all’operazione, ma all’ombra di tanto demagogico entusiasmo riposava il vero movente della campagna di regime.

‘’La mafia poteva svolgere in Sicilia lo stesso ruolo che il socialismo aveva svolto nel Nord: poteva essere per il fascismo un nemico assai comodo…Mussolini avrebbe fatto propria questa strategia. Il suo movimento in camicia nera si presentava come l’antidoto al vecchio mondo del clientelismo e degli ambigui compromessi. Siccome i mafiosi erano spesso legati ai politici, una crociata contro la criminalità organizzata avrebbe permesso di colpire al tempo stesso alcuni dei grandi personaggi del sistema liberale. Non poteva esserci modo migliore di mettere in risalto l’immagine di un fascismo fattivo, che andava al sodo.’’

Il Duce non biasimava il ruolo giocato dalla mafia nel sistema di potere locale siciliano, non vedeva di cattivo occhio un tacito accordo con essa per l’amministrazione del Mezzogiorno, sulla scia di tutti i precedenti governi postunitari. Mussolini, però, a differenza dei suoi predecessori non poteva accontentarsi di questo oscuro sodalizio, ma doveva arrischiarsi laddove la base fascista era meno pronunciata. Con la campagna siciliana il fascismo anteponeva lo stringente bisogno di proselitismo al governo dell’isola, disinteressandosi di un ‘dopo’; puntando piuttosto ai benefici che una tale impresa avrebbe portato nell’immediato. Tanta miopia nelle intenzioni non poteva che produrre una crociata sostanzialmente mediatica, dolorosa per i picciotti e i banditi di bassa leva, ma a conti fatti inefficace nello sradicamento di Cosa Nostra dal territorio. La mafia siciliana in questi anni venne rallentata, questo si, ma non di certo sconfitta o sradicata come la propaganda immediatamente successiva voleva far credere.

Più che tante parole al vento è l’assedio di Gangi, piccola cittadina in provincia di Palermo, che può dipingere al meglio lo spirito della crociata fascista. La maxiretata nel piccolo centro collinare è ricordata più o meno come i fascisti volevano che lo fosse: ‘militaresca, decisiva, dura, spettacolare’, tanto da rimanere memoria negativa anche nell’immaginario collettivo di qualche pentito mafioso dei tempi recenti, che parla dei tempi del regime sottolineando il ‘giro di vite’ fascista in seno alla mafia e la ‘dura vita’ per l’organizzazione.

Gangi, in provincia di Palermo

Gangi, in provincia di Palermo

L’assedio fu un poderoso palco teatrale calato dall’alto sulla cittadina. Un colpo di scena dopo l’altro elettrizzarono l’ambiente e colpirono la popolazione e la stessa manovalanza mafiosa come nelle intenzioni dei suoi esecutori. Cesare Mori, nella sua nuova veste al soldo del regime, controllava la situazione da Palermo, indirizzando i pezzi giornalistici ed enfatizzando ogni aspetto della vicenda. Per il ‘prefetto di ferro’ il popolo siciliano era vulnerabile e credulone e la mafia era riuscita ad affermarsi sfruttando con abilità queste due caratteristiche. La guerra alla mafia doveva quindi dispiegarsi su un livello di parità. Un duello ad armi pari. Violenza contro violenza. La cittadina di Gangi fu così stritolata per una decina di giorni nella morsa della polizia e di qualche miliziano fascista. Le donne dei banditi (mafiosi, piccoli delinquenti e molta gente onesta erroneamente colpita dalla durezza dell’operazione) vennero prese in ostaggio e maltrattate, il bestiame venduto a prezzi irrisori o macellato in segno di disprezzo nella pubblica piazza. Un latitante dopo l’altro si consegnò alle forze dell’ordine fino ad un numero di 130 criminali catturati, ma furono addirittura 300 i fermi per coloro che ai presunti mafiosi avevano dato in qualche modo un appoggio.

Questa tentacolare resa dei conti interessò Gangi come moltissime altre cittadine dell’intera isola e nella sola provincia di Palermo, nel giro di 3 anni, furono arrestate circa 5000 persone, 11000 in totale. Si colpì nel mucchio, condannando qualche migliaio di siciliani per educarne molti di più. Fu un’impresa che di leggendario ebbe molto poco. I processi mastodontici che ne seguirono si dissolsero nel nulla quando interessavano un boss di spicco o una personalità influente e l’alta gerarchia mafiosa, anche grazie alla massiccia emigrazione negli Stati Uniti del proibizionismo (prossimo scottante capitolo), poté conservarsi indenne (con rarissime eccezioni).

Nel 1929, terminata la manovra dei consensi, Cesare Mori fu velocemente congedato dalla prefettura di Palermo, i riflettori sull’isola si spensero e le voci controllate della stampa, della radio e del cinema cominciarono a parlare d’altro. Se nell’immediato lo Stato totalitario si era dimostrato inflessibile ed efficace, sul lungo periodo l’immagine dell’autorità centrale in Sicilia non poteva che soffrire dei rozzi metodi che l’avevano guidata. Il Mezzogiorno siculo riaffondò presto nelle sabbie mobili della corruzione e delle dinamiche criminali. La rivincita di Cosa Nostra non tardò ad arrivare e, alla faccia di un fascismo in rapido declino, l’Onorata Società si aggrappò alla sua nuova ancora di salvezza: gli Stati Uniti d’America, intesi come luogo di conquista, ma anche e soprattutto come potenza vincitrice della Seconda Guerra Mondiale.

A Giovedì…!

 

 

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Commenti (1)

  • Pep87

    La fallacia dell’intero discorso appare evidente quando si dice:”Fu un’impresa che di leggendario ebbe molto poco. I processi mastodontici che ne seguirono si dissolsero nel nulla quando interessavano un boss di spicco o una personalità influente e l’alta gerarchia mafiosa” e poi subito dopo, senza fornire ulteriori chiarimenti atti a conferire linearità e senso logico al discorso, si dice: “Anche grazie alla massiccia emigrazione negli Stati Uniti del proibizionismo (prossimo scottante capitolo), poté conservarsi indenne (con rarissime eccezioni) e infine “L’Onorata Società si aggrappò alla sua nuova ancora di salvezza: gli Stati Uniti d’America, intesi come luogo di conquista, ma anche e soprattutto come potenza vincitrice della Seconda Guerra Mondiale”. Se si fosse trattato di una semplice operazione propagandistica che colpì prevalentemente la “bassa manovalanza”, come sostiene l’autore, i “processi mastodontici” si fossero dissolti nel nulla quando riguardavano boss di spicco o personalità influenti, che necessità avrebbero avuto i mafiosi di riparare negli Stati Uniti d’America e aggrapparvisi quale “ancora di salvezza!?

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