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L’ultimo tentativo di arginare Cosa Nostra: il processo Notarbartolo

Questo è l’articolo 5 di 7 articoli dell’inserto Storia di Cosa Nostra

Il processo Sangiorgi, la ‘bomba inesplosa’ analizzata nel precedente capitolo di questa saga (dai toni surreali ma tremendamente reale),  fu disinnescato da influenze esterne e collusioni interne alla magistratura e agli organi di polizia, che permisero l’occultamento di prove e l’intimidazione di testimoni chiave. Francesco Siino, la fonte su cui il questore Sangiorgi puntava gran parte delle sue speranze, ritrattò ogni rivelazione circa la natura ramificata e organizzata dell’associazione criminale siciliana. La contesa giudiziaria fra la parte sana delle istituzioni e la cosa nostra delle origini, si concluse nel solco di una sentenza di certo significativa, ma non abbastanza da rendere il processo palermitano una pietra miliare nella storia della lotta antimafiosa.

La condanna di 32 dei 280 imputati fece crollare i propositi ambiziosi del Sangiorgi. La mafia siciliana ne uscì sostanzialmente intatta. Era fallito ancora una volta il tentativo di dipingere agli occhi degli italiani e dell’Europa intera la mafia siciliana quale essa era realmente. Non una criminalità a macchia di leopardo, disconnessa e disorganizzata, (o peggio una semplice mentalità), ma un cervello regionale che aveva influenzato politica, società e affari regionali, propagandosi verticalmente (dal capo dei capi ai ‘gestori’ delle diverse famiglie) e orizzontalmente (con la manovalanza dei picciotti, dei gabellotti e con l’appoggio diretto o indiretto di chiunque non denunciasse). Racket della protezione e contatti con la politica (non solo locale): il binomio inscindibile che fece di Cosa Nostra una creatura sempre più ricca e potente, in grado di affrontare con efficienza persino i momenti bui che di lì a pochi decenni l’avrebbero minacciata.

Negli stessi anni del coraggioso ma fallimentare lavoro del Sangiorgi un altro processo, addirittura più imponente e di sicuro più famoso, attirò sulla mafia siciliana riflettori rischiosissimi. Se il processo Sangiorgi ebbe una risonanza nazionale nulla, il suo fratello maggiore, nato e cresciuto sull’omicidio Notarbartolo occupò le prime pagine dei giornali e le piazze palermitane, milanesi e bolognesi, prima di dissolversi in un sostanziale nulla di fatto (almeno dal punto di vista giudiziario). La possibilità che l’intera struttura mafiosa dell’isola e le sue inconfessabili amicizie divenissero dominio del popolo e della pubblica opinione, fu concreta e in parte si realizzò. Solo il comportamento ambiguo della classe dirigente e l’abilità difensiva di un’organizzazione ormai radicata, riuscirono a sventare una nuova minaccia, la più pericolosa mai affrontata. In ogni caso, la coscienza collettiva circa il termine ‘mafia’, dopo il processo Notarbartolo, ne uscì inevitabilmente arricchita.

Emanuele Notarbartolo

Emanuele Notarbartolo

Il marchese Emanuele Notarbartolo era un impeccabile politico e uomo d’affari siciliano. Il suo triennio da sindaco di Palermo gli aveva consentito di mettere in mostra la sua integrità morale e la sua abilità amministrativa. Notarbartolo si impegnò per limitare la forte corruzione alle dogane e mise in atto un significativo progetto urbanistico, il cui frutto più prezioso fu il Teatro Massimo. Concluso l’impegno politico, dal 1876 occupò tutte le sue energie nella direzione del Banco di Sicilia. L’istituto di credito in questione era sull’orlo del fallimento e il marchese riuscì a riportarlo alla completa operatività, allontanando lo spettro di una crisi finanziaria siciliana dai risvolti imprevedibili. L’attività al banco, però, si rivelò tanto nobile quanto pericolosa. La lista dei nemici superò di gran lunga quella degli amici nella ideale agenda del Direttore. A provocare questa ostilità concorse in particolare la struttura dirigenziale della banca. Il consiglio d’amministrazione era composto per i due terzi da esponenti politici e fra questi non mancavano individui legati ad attività illecite e a collaborazioni mafiose, su tutti don Raffaele Palizzolo, il vero protagonista negativo di questo centrale capitolo.

Fu la concreta possibilità che l’impeccabile Notarbartolo ritornasse a dirigere il Banco che scatenò, qualche anno dopo, le paure di questi elementi collusi, a piede libero sotto il successore del marchese. Il denaro della banca siciliana era stato impiegato per sostenere il prezzo delle azioni della N.G.I., società armatoriale della potentissima famiglia siciliana dei Florio. Il Banco concedeva prestiti a intermediari che acquistavano titoli N.G.I, depositati nella stessa banca come garanzia dei prestiti. I veri mutuatari (tra i quali si scoprirono Ignazio Florio, il governatore del Banco successore di Notarbartolo e in seguito don Raffaele Palizzolo) rimasero del tutto anonimi, in violazione delle più elementari norme bancarie. Se il valore dei titoli cresceva i truffatori si affrettavano ad uscire dall’anonimato per riscuotere i loro illegali guadagni. Se questo scendeva il Banco non poteva recuperare i soldi prestati. Il bivio non poteva che portare la banca siciliana allo sfascio, per garantire ricchezze facili a pochi innominati, condizionati nella loro attività da infiltrazioni mafiose (venute a galla per mezzo  delle indagini che precedettero l’omicidio Notarbartolo).

Lo spettro del marchese di ferro agitò le acque e il vaso ben presto traboccò. L’omicidio di Emanuele Notarbartolo si consumò nel treno che da Sciara portava a Palermo, poche settimane dopo le voci di un suo trionfale ritorno al Banco. La dinamica della lotta e del successivo decesso dell’ex sindaco fu chiarita dalle poltrone divelte dai coltelli e dalle successivi indagini. Lo scompartimento del marchese era isolato quando all’altezza di Termini Imerese due losche figure salirono sul treno. Notarbartolo girava sempre armato di un grosso fucile, che aveva promosso quale compagno di viaggio dopo il sequestro subito l’anno prima (1892), nei pressi della sua residenza di campagna a Mendolilla. La prudenza del marchese e la sua pronunciata forza fisica (eredità della sua carriera militare) non bastarono a contenere la furia omicida dei due sicari, aiutati dal rumore del treno che passava in una galleria e dalla probabile complicità del controllore di corsa. Notarbartolo, 1 febbraio 1893, fu colpito da 27 coltellate, di cui 4 in pieno petto. Il suo corpo, gettato dal finestrino, non raggiunse il mare secondo le intenzioni degli attentatori, ma si fermò sulle rotaie.

Nell’inverno 1899, due anni prima del processo Sangiorgi, iniziarono a Milano le prime udienze circa l’omicidio del marchese, a distanza di sei anni dal suo sanguinoso omicidio. Gli elementi evidenti che collegavano il delitto alle malversazioni del Banco di Sicilia, attirarono sul processo Notarbartolo un grado di attenzione pubblica inconsueto. Il sentore di coinvolgimenti proibiti del potere politico e l’alto profilo morale e istituzionale della vittima, gonfiarono di attesa le udienze davanti alla Corte d’Assise lombarda, che non delusero le attese.

Gli imputati iniziali erano due ferrovieri: il frenatore Pancrazio Garufi e il controllore Giuseppe Carollo. Le testimonianze dei malcapitati si caratterizzarono per una imbarazzante incoerenza. Tra vuoti di memoria e balbettamenti arrivò il 16 novembre, sesto giorno di processo, quando Leopoldo Notarbartolo, figlio della vittima e rispettato ufficiale di Marina, sfruttò la posizione di parte civile (non era stato inserito tra i testimoni richiesti dall’accusa!) per gettare luce laddove regnava l’ombra. La sua intensa ed elegante arte oratoria fecero del processo un fenomeno mediatico. Leopoldo dipinse un affresco convincente (e supportato da prove) dei fatti che realmente avevano condotto il padre alla morte. Nei tormentati sei anni che avevano separato l’omicidio del padre dall’inizio del processo, Notarbartolo junior non si era dato per vinto. Attraverso indagini a tappeto aveva costruito una sua verità, vicinissima a quella che sarà poi rivelata dalla prima illusoria sentenza.

Leopoldo accusò dell’omicidio don Raffaele Palizzolo, mandante dei due killer, acerrimo nemico cittadino del padre, presunto sequestratore dello stesso nel 1892. Nell’arringa infuocata vennero riportati alla memoria della Corte e della stampa i contrasti fra le due eminenti personalità siciliane, che si erano trasformati nel tempo in una aspra lotta personale. Da una parte il rigore del marchese Notarbartolo, dall’altra la fierezza contaminata di illegalità e di collusione mafiosa del deputato e consigliere comunale Palizzolo. Le parole di chiusura del coraggioso Notarbartolo junior suonavano malissimo per chi aveva condotto le indagini e si ripercossero pesantemente sugli animi di quella parte delle istituzioni legata a doppio filo con la mafia dal potere clientelare e dagli affari: << Tutte queste cose io dissi ripetutamente alle autorità: pure Raffaele Palizzolo non venne mai interrogato dalla giustizia. Forse si ebbe paura di farlo!>>.

Via Notarbartolo

Via Notarbartolo

La straordinaria portata di dichiarazioni di tal fatta condussero all’immediato arresto del deputato Palizzolo (la Camera votò a favore della carcerazione perché il siciliano era divenuto un elemento di grave imbarazzo politico) per mano dello stesso questore Sangiorgi che tentava negli stessi mesi di colpire Cosa Nostra da un altro lato.

Con Palizzolo in cella fuoriuscirono altre scottanti rivelazioni. Subito dopo l’omicidio il Procuratore del Tribunale di Palermo era stato allontanato per aver ipotizzato il coinvolgimento del Palizzolo stesso e l’ispettore che lo sostituì si sporcò le mani occultando alcune prove e indirizzando l’indagine su piste fasulle. Chiara divenne poi la vicinanza fra il carcerato e l’ispettore, che aveva svolto per il deputato siciliano il ruolo di agente elettorale qualche tempo prima. L’ultimo successo dell’accusa che movimentò quei giorni fu l’imputazione di uno dei due sicari, smascherato dal vicecapostazione di Termini Imerese. Il killer Giuseppe Fontana, di Villabate, era un membro dell’onorata società, e il suo rapidissimo arresto concluse la prima parte del procedimento, aprendo una nuova finestra di indagini atte a riordinare le tante novità emerse.

In questo spicchio di tempo non mancarono i tentativi degli ‘amici’ del Palizzolo di evitare le imminenti udienze e significativo in questo senso fu la manovra di sabotaggio del Procuratore generale palermitano Cosenza, che prima di ostacolare il processo Sangiorgi, si adoperò anche in quello Notarbartolo, stilando un rapporto dai toni difensivi nei confronti del Palizzolo.

Il processo di Bologna si distinse da subito per la sua elevata spettacolarità. La difesa prolissa e faticosa di don Raffaele Palizzolo così come quella stringata e distaccata di Giuseppe Fontana, tanto diverse fra loro, furono però ugualmente efficaci. Palizzolo si dichiarò vittima di un complotto politico (qualcuno dei nostri giorni deve avere imparato da questa enigmatica figura ottocentesca…) e Fontana dichiarò di essere estraneo all’omicidio in quanto impegnato in Tunisia nel giorno del delitto. Entrambi dichiararono di non conoscersi. A far da contrasto a queste testimonianze fu la parola meno ispirata, ma decisamente più realistica, del questore Sangiorgi, che delineò la mafia quale organizzazione criminale organizzata e ne rivendicò la portata regionale. Il suo j’accuse venne criticato da coloro che sostenevano l’inconsistenza di tale ipotesi richiamando l’insuccesso del parallelo processo Sangiorgi, appena concluso con un sostanziale buco nell’acqua.

Il 30 luglio 1902, alle 21:45 la sentenza dei giurati movimentò le piazze stracolme sotto la Torre degli Asinelli. Palizzolo e Fontana vennero dichiarati colpevoli e condannati e la gioia del popolo bolognese fu sfrenata. A Palermo regnava invece la freddezza. I giornali di proprietà dei Florio gridavano allo scandalo, cartelli di chiaro stampo mafioso recitavano ‘’ La città è in lutto’’, solo il ‘Giornale di Sicilia’ sottolineò la portata giudiziaria della sentenza e la sua pericolosità per il principale sostegno della mafia, il potere politico.

Sei mesi dopo la Corte di Cassazione annullò la sentenza per un vizio di forma. Un testimone secondario, sfruttando la disattenzione della difesa, aveva mancato di pronunciare il giuramento e l’intero processo era da rifare. In Sicilia, intanto, venne messo in piedi un imponente comitato in favore del Palizzolo. Il Comitato ‘ProSicilia’ faceva leva sul sentimento siciliano, dipingendo la sentenza di primo grado quale strumento denigratorio alimentato da un pregiudizio etnico e razziale, che vedeva nei meridionali un popolo diverso e inferiore. Con un meccanismo che diventerà nel tempo consueto, mafia e uomini politici ad essa legata, nel momento di difficoltà, fecero leva sul vittimismo del meridione, vagheggiando di razzismo e perfino di indipendenza siciliana. Sfruttare il pregiudizio di un pregiudizio per aizzare il popolo siciliano tutto (anche quello onesto) contro l’Italia settentrionale più avanzata. Il tentativo produsse i suoi effetti. Il Comitato ProSicilia fu anche la disperata ancora di salvezza di quei politici conservatori di destra che con l’avvento dei liberali di sinistra avevano perso gran parte della loro influenza e molti leggono nell’annullamento della sentenza bolognese un tacito accordo di non belligeranza fra questa parte delle istituzioni (ancora importante per certi equilibri) e la nuova classe dirigente liberale.

Il nuovo processo di Firenze nacque e crebbe nel segno di una rinnovata speranza dei due imputati (Palizzolo e Fontana) e nell’affievolita carica accusatoria di chi già aveva dimostrato la validità delle sue ragioni. Iniziato nel 1903, durò quasi un anno, (quanto il processo bolognese) e portò al banco degli imputati anche il secondo killer di Emanuele Notarbartolo, Matteo Filippello, referente del Palizzolo per la cosca di Villabate. Ma la vigilia del giorno in cui doveva testimoniare Filippello fu trovato impiccato alla ringhiera della sue pensione. La sensazione di scetticismo che accompagnò un  processo chiaramente abusivo (quello ‘giusto’ già si era concluso con mille fatiche) lasciò lo spazio per una sentenza clamorosa ma che venne accolta, per noia e disinteresse creati ad arte, con tolleranza e indifferenza. ‘’Così, malgrado la cassa di risonanza di Milano e Bologna, il concetto di ‘mafia’ rimase opaco e informe…la mafia aveva stancato. E quando ciò avvenne diminuì il rischio che un’assoluzione provocasse nell’opinione pubblica un’ondata di sdegno politicamente pericolosa.’’

Palizzolo e Fontana vennero assolti e il primo fu celebrato per giorni nella ‘Sua’ Palermo. Leopoldo Notarbartolo, il coraggioso accusatore, ritornò ingloriosamente nella sua città e per coprire le spese dei processi dovette vendere la tenuta di Mendolilla che aveva fatto germogliare assieme al padre. Continuò la sua battaglia componendo una umile biografia pubblicata postuma dalla moglie nel 1949, a due anni dalla sua morte.

Fontana, invece, emigrò in America, laddove una Cosa Nostra ormai matura aveva gettato il suo sguardo conquistatore…

…Continua…A Giovedì!

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