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Rapporto Sangiorgi, la ‘bomba inesplosa’

Questo è l’articolo 4 di 7 articoli dell’inserto Storia di Cosa Nostra

Lo Stato italiano ha dimostrato sin dall’Unità un rapporto contraddittorio con la criminalità organizzata. Cosa Nostra, vero e proprio catalizzatore di voti per il parlamentari siciliani, (importantissimi in particolare negli equilibri dei governi della Sinistra Storica) ha potuto sviluppare il suo controllo sul territorio agendo per lunghi periodi quasi indisturbata. Le collusioni fra boss e schiere di magistrati, poliziotti e politici più o meno influenti, rappresentano tutto fuorché un’eccezione nell’Italia di fine Ottocento. In quest’ottica desolante, nella quale il clientelismo cementa un patto non scritto fra autorità e criminalità, le periodiche retate anticrimine nella Sicilia degli agrumeti e dei gabellotti sono misure spesso manovrate dall’alto con l’unico scopo di accumulare consensi politici in momenti di evidente crisi. La loro efficacia, per questo, deve pagare lo scotto di una superficialità di fondo, che si trasforma in vero e proprio disinteresse nel momento in cui la classe dirigente al potere ritiene di aver guadagnato dalla sbandierata lotta anticrimine tutto quello che si poteva guadagnare. Il disinteresse, quando non l’intensa complicità con il sistema mafioso, torna presto a regnare e l’opera di pochi coraggiosi singoli si schianta contro il muro dell’omertà.

L’Italia dell’ultimo ventennio del secolo XIX tocca il fondo nei primi anni Novanta. I due principali istituti di credito sono costretti a chiudere i battenti. La Banca Romana, una delle sei autorizzate ad emettere moneta, viene smascherata nella sua attività illecita. Banconote false girano negli ambienti politici quali mezzo di finanziamento di diverse campagne elettorali. Nel panorama di una crisi finanziaria che non ha precedenti nella storia del giovanissimo Stato, il governo Crispi, affronta il problema seguendo la via più rischiosa: la guerra. La campagna coloniale in Etiopia si chiude con la più clamorosa sconfitta di un esercito europeo nell’arretrata Africa in via di spartizione. Passando per la legge marziale in Sicilia, che acuisce violenze e disagi nel tentativo di sedare i disordini fra contadini e proprietari, si giunge al cambio di governo nel 1898.

Il generale Pelloux assume le redini del potere e nel tentativo di gestire una transizione verso acque più tranquille, gestisce un’intensa campagna anticorruzione, il cui centro non può che essere la Sicilia delle collusioni. Con Pelloux il poliziotto romagnolo Ermanno Sangiorgi può scalare l’ultimo gradino della sua gloriosa carriera, segnata dalla lotta alla mafia siciliana. Dopo incarichi dall’epilogo incoraggiante nelle altre parti dell’isola (Sangiorgi fu colui che diresse il rastrellamento della Fratellanza di Favara descritta nel precedente capitolo) il prescelto del Presidente del Consiglio si trasferisce a Palermo, assumendo la prestigiosa carica di Questore.

Il generale Luigi PellouxIl generale Luigi Pelloux

Sangiorgi già conosceva quello che tanti abitanti del Belpaese non sapevano o fingevano di non sapere. La mafia non era una mentalità, una spiccata individualità cavalleresca e mirabile che caratterizzava il siciliano medio. La mafia di Palermo come quella di Favara era un’organizzazione criminale organizzata su scala regionale, seguendo una gerarchia precisa. Il modus operandi di questa grande famiglia era tutto da scoprire, ma una cosa era certa: la Cosa Nostra delle origini era tutto meno che arretrata e innocua come i più ingenui o i più collusi amavano descriverla. L’ambizioso progetto del Sangiorgi prevedeva la condanna del maggior numero di affiliati mafiosi nel tentativo di smascherare pubblicamente la natura ramificata dell’organizzazione, in modo da impedire la sottovalutazione di un fenomeno illegale che già da qualche decennio influenzava negativamente economia e politica nazionale, a partire dalla Sicilia.

Fulcro del complesso disegno investigativo-giudiziario era una legge statale che prevedeva condanne penali (molto leggere ma in questo caso altamente significative) per il reato di associazione criminale. Ermanno Sangiorgi, tuttavia, mancò il bersaglio. Isolato da un’inchiesta scomodissima e tradito da testimoni che ‘…la sera accusavano e la mattina difendevano il mafioso di turno…’, dovette assistere a condanne irrisorie e ad assoluzione in serie. La ‘bomba inesplosa’, simboleggiata dal gigantesco rapporto del questore (486 pagine inviate alla Procura in 31 intervalli) mostrò ancora una volta quanto era difficile scardinare una mentalità ormai diffusissima nell’isola. La paura, gli affari e la parte malata delle istituzioni erano elementi troppo insidiosi per un singolo eroe, o per pochi magistrati dalle mani pulite.

Il rapporto Sangiorgi, scrupolosamente costruito a partire dal 1898, delineava un sistema criminale coordinato alla perfezione, che faceva del racket della protezione e dei contatti politici il suo punto di forza. La violenta guerra di mafia che stava insanguinando le strade di Palermo e quelle della Conca d’Oro dal 1896 , fu piegata al meglio dal questore per i propri nobilissimi fini. Indagando nell’ambito di una serie di omicidi che avevano scosso l’opinione pubblica (i 4 cadaveri di uomini d’onore che occupavano il Fondo Laganà, azienda agrumaria a nord della capitale siciliana) Sangiorgi arrivò fino ai vertici della buona società palermitana. Le ricchissime famiglie dei Florio e dei Witthtaker erano in odore di mafia. Tra favori e minacce subite (e nascoste alle autorità) facevano da sfondo alla battaglia violentissima che destabilizzava le cosche della Conca.

Non potendo contare sull’atteggiamento omertoso di queste due emblematiche famiglie il questore dovette volgere lo sguardo verso altre fonti. Le occasioni non mancarono. Le testimonianze di tre donne furono importanti. Giuseppina Di Sano era una umile venditrice condannata a morte dalla mafia per i suoi sospettati rapporti con la polizia. Nell’attentato che doveva metterla fuori dai giochi perì la giovane figlioletta e la donna, coraggiosissima, si decise a denunciare. Le altre due donne erano le vedove di due picciotti uccisi nell’ottica della guerra di mafia. Nessuna di queste testimonianze era però in  grado di dimostrare senza appello l’esistenza di una organizzazione criminale efferata e attivissima.

I mafiosi al processo del 1901 scaturito dall'opera del SangiorgiI mafiosi al processo del 1901 scaturito dall’opera del Sangiorgi

Il jolly che mutò i rapporti di forza nel braccio di ferro fra criminalità e Procura di Palermo arrivò il 25 ottobre del 1899. Il ‘capo dei capi’, cervello della giovane Cosa Nostra a livello regionale, subì un attentato potenzialmente mortale da parte dei seguaci di un mafioso in forte ascesa, Antonio Giammona. Francesco Siino, sulla cinquantina, riuscì con grande fortuna a sfuggire alla morte e Sangiorgi non perse l’occasione. Arrestato Siino, finse il suo imminente decesso per le ferite riportate e spinse la moglie a svuotare il sacco. La donna, al grido di ‘infame! Infame!’ di fronte all’inetto esecutore del marito, diede inizio al suo rapporto di collaborazione con la giustizia. Lo stesso Siino, informato di questo evento, decise di contribuire attivamente alla pericolosissima inchiesta.

Il questore Sangiorgi, abilissimo nel portare avanti il suo disegno e lodevole persino nella stesura elegante e precisa del rapporto che veniva componendo, aveva finalmente trovato il pentito con la P maiuscola. Siino, trascinato dagli eventi, sapeva e intendeva dire tutto ciò di cui il Sangiorgi necessitava per portare alla sbarra centinaia di uomini d’onore. Di fronte a un pesce così grosso, il questore romagnolo poté affinare la sua conoscenza della mafia siciliana, il suo linguaggio, la sua lista di regole ferree che garantivano disciplina interna anche quando l’organizzazione era nel bel mezzo di una guerra fratricida. La difficoltà, giunti a questo punto di snodo, era provare in tribunale certe accuse, renderle tanto convincenti agli occhi del giudice e dell’opinione pubblica, da accendere la luce laddove Cosa Nostra aveva necessità di mantenere l’oscurità.

La ‘bomba’ di Sangiorgi era, di fronte a interessi tanto imponenti e a rapporti del tutto inconfessabili, destinata a non esplodere, ma il modo in cui venne disinnescata fu la spia evidente di quanto le autorità considerassero la mafia uno strumento di potere. Strumento da gestire con il bastone o la carota a seconda delle esigenze, in una escalation di favori e insabbiamenti che avrebbero reso Cosa Nostra il cancro novecentesco della Penisola.

Giovedì prossimo, analizzando il processo innescato dal Sangiorgi, il suo triste epilogo e gli strascichi che produsse, cominceremo ad addentrarci in un periodo in chiaroscuro per la Cosa Nostra a cavallo fra i due secoli. L’esportazione in America, i rapporti complicati con socialismo e fascismo e il ruolo svolto nelle due guerre mondiali. Tessere affascinanti che ci avvicinano sempre più alla mafia dell’attualità…

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