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Di Natale e Kevin Prince, due leader molto diversi

L’impatto con il campionato è in grado di influenzare un’intera stagione. Per lo stesso meccanismo che rende ogni vittoria fonte di nuove vittorie, una serie di risultati negativi trasforma il futuro in un rebus ingarbugliato da tensioni, cali di autostima e tentennamenti che possono risultare fatali. Il Milan di Allegri si è trovato nella parte destra della classifica dopo un inizio di stagione reso infernale da infortuni e prestazioni scadenti (in Italia). In una situazione del genere, persino i detentori del tricolore possono perdere la testa. E molto probabilmente, senza una sosta che ha permesso di recuperare psicofisicamente la distanza dalle squadre di vertice, il 3-0 di Lecce, maturato con paurosa facilità nel lunch match di ieri, sarebbe stato un colosso troppo imponente da abbattere. I rossoneri si adagiano sulla doppia vittoria con Palermo e Bate Borisov e partono rinunciatari quanto svogliati. Nel bunker leccese, dove il Milan non ottiene l’intera posta da ben 9 anni, i rossogialli sono furie a cui solamente il sempre ottimo Abate può rispondere con efficacia. La classe di Nesta non è più supportata a dovere dall’età e il centrale romano non è in grado di disciplinare uno Yepes in giornata no (ma capace di farsi perdonare nel finale l’allegria difensiva). Un Ibra e un Robinho imprecisi da far rabbia assistono immobili ai 3 gol del Lecce, dei quali il rigore del 2-0 lascia molto perplessi. Prima  Giacomazzi non perdona di testa l’inizio horror del Milan (e siamo al minuto 5). Poi l’uscita sporca e imperfetta di un Abbiati pallido pallido porta al mancamento di Corvia, che inganna il direttore di gara Peruzzo, scagionato dalla velocità dell’azione. L’ex in declino Oddo segna dal dischetto ed esulta scatenando le ire dei tifosi del Diavolo. Grossmuller al minuto 37 completa la festa salentina dopo un goffo assist di Antonini, che vanifica la posizione di fuorigioco del giocatore avversario.

Una squadra bistrattata in tale modo, dopo il sermone del mister, può rientrare sul prato guidata da sensazioni contrastanti. Sconforto e encefalogramma piatto o carica selvaggia alla ricerca della rimonta da celebrare. A indirizzare con autorità animalesca il Milan in direzione della seconda opzione è Kevin Prince Boateng. I primi venti minuti della ripresa sono tutti del Principe rossonero. Due conclusioni spettacolari in qualche minuto non bastano ad accorciare. Prima respinge Benassi, poi il Boa allarga di un niente. Sono solo le prove generali di altri due bolidi molto più efficaci. Il primo su ribattuta è un diagonale dal basso verso l’alto che toglie la ragnatela dal sette. Il secondo è da posizione centrale, limite dell’area, appoggio di Ibra e collo-esterno dritto per dritto che lascia di sale portiere e Via del Mare intero. I rossoneri non si guardano allo specchio, come potrebbe accadere quando una rimonta con i fiocchi è completata a metà e manca una buona mezz’ora alla fine. A impedire pensieri di tal fatta è ancora Big Bang Boateng, indiscusso leader. Il 3-3 è meno bello ma altrettanto deciso. Nuovo rimpallo in area leccese e lesto destro sul palo del portiere, che para ma non contiene, finendo in porta con la sfera. Mister Di Francesco tenta di frenare la rabbia da campioni dei diavoli punti nell’orgoglio, ma è tutto inutile. Il Lecce è in balia degli eventi e Cassano ne fa un’altra delle sue (non di cassanate, tutt’altro) e incorona un momento personalmente ricco di soddisfazioni con la cosa che gli riesce meglio: l’assist. Pallonetto sul secondo palo per l’accorrente Yepes. Incornata del colombiano e titoli di coda. Rimonta da scudetto per la squadra, che anche in un campionato così livellato (per Capello verso l’alto, dichiarazioni di oggi), merita i favori del pronostico.

httpv://www.youtube.com/watch?v=TJgvfYLJcDQ

Una tale impresa seguita immediatamente al più brutto primo tempo dell’era Allegri (e non solo) si prende una grande fetta di attenzione nell’ottavo atto di Serie A, ma anche le altre partite regalano entusiasmi, delusioni, e punti di domanda.

L’Inter vuole dimostrare che con Sneijder è un’altra cosa e per il titolo sarebbe imprudente mettere i soldati di Ranieri fuori dai giochi. A S.Siro non va in scena uno spettacolo da incorniciare ma il premio da 3 punti che deriva dallo stacco imperioso di Motta su cioccolatino di Wesley allontana i nerazzuri dall’umiliante zona retrocessione e di colpo li proietta a pochi passi dalla zona Champions.

1-0 copiato dalla Roma in fieri dello mister spagnolo, sul quale il giudizio è ancora sospeso. I giallorossi però sembrano più in salute dei rivali interisti. Geometrie e occasioni non mancano e il gioiello di Lamela (al debutto) fa ben sperare, anche perché l’altro giovanissimo, Bojan, non segna ma conferma la crescita. La difesa sembra di nuovo solida e il percorso evolutivo continua, nonostante il derby perso all’ultimo fiato.

Nel girone delle grandi (quantomeno di nome) la Juve stecca senza però abdicare dalla corsa scudetto. Il primo posto è ora dominio dell’Udinese magica di Guidolin, ma i bianconeri sembrano in salute, anche se in un momento non fortunatissimo negli episodi. Matri si sta costruendo un’immagine di bomber continuo e completo. 2 gol al Genoa di pregevole fattura. Storari paga le ruggini della panchina. Caracciolo lo fulmina al 90esimo per il 2-2 finale, l’1-1 di Marco Rossi è l’intermezzo che dà fiducia ai genoani. Per la Juventus 13 punti (-2 dalla vetta) e 4 pareggi nelle ultime 5. Conte non fa drammi, come non aveva alimentato facili entusiasmi dopo l’inizio champagne. La maturità del mister appare indiscutibile, vedremo quella della squadra. Anche la Signora, in ogni caso, sembra candidata all’aspra lotta per la gloria.

E’ il Napoli, fra le big, a sembrare più sfiancato dallo sprint iniziale. La Champions a tutta si sente nelle gambe e nella testa e un Cavani solo a tratti da applausi come l’anno scorso, non garantisce i 3 punti nelle partite più complicate. In Sardegna uscirne vivi non è cosa da tutti e la banda Mazzarri quantomeno porta a casa un punto prezioso.

Parma-Atalanta regala l’ennesimo (ed inutile) gol dell’ex. Valdes accorcia nella sconfitta interna di Giovinco e compagni contro la squadra più in forma da inizio campionato. I bergamaschi puniscono due volte con speedy Moralez, bomberino-fantasista in formato mini, già a quota 4 reti.

La Fiorentina non decolla, pur essendo la sua classifica di tutto rispetto. Manca però la cattiveria delle grandi vecchie e nuove (Napoli e Udinese). Il massimo a cui puntare per Mihaijlovic dovrebbe essere l’Europa League. Nel chiaroscuro di Firenze brilla, però, il funambolo Jovetic. Doppietta coi fiocchi nel 2-2 interno con il Catania solidissimo di Montella, capace di rispondere colpo su colpo e giustiziere dell’Inter pochi giorni fa.

Splendide e meritevoli di chiusura sono la prima e la seconda della classe e dopo otto giornate (sette giocate) la vetta della graduatoria non può più essere relegata a caso o fortuna. La Lazio nel posticipo sbanca in scioltezza il Dall’Ara di un Bologna penultimo. Hernanes è scaltro e spara un bolide contro un difensore bolognese, provocandone l’autogol. Completa l’ottima prestazione il sigillo di Lulic, speranza laziale in netta ascesa.

L’Udinese, inutile dirlo, impressiona anche di più. Cammino netto in Italia ma anche in Europa. Dopo la prestigiosissima vittoria contro l’Atletico di Madrid di Falcao arriva il 3-0 facile facile all’insidioso Novara di Tesser. Di Natale scalza dalla classifica bomber Giovinco e vola a 6 reti in 7 partite. Nel mezzo un colpo di nuca di Domizzi innesca una traiettoria incredibile, che finisce nella rete avversaria. Ma l’Udinese di Guidolin (che non sbaglia un campionato da anni)  potrebbe segnarne altri 3 o 4. Il Barcellona d’Italia, ora come ora, non può che essere la corazzata di Patron Pozzo.

httpv://www.youtube.com/watch?v=CgNsG57FYMk

 

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