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I soldi muovono emozioni, soprattutto quando non ci sono

La terza giornata della massima serie (ma seconda effettiva) ci offre tutto ciò che il calcio è capace di mettere sul piatto, in particolare un calcio competitivo ma livellato sempre più in direzione di una spettacolare omogeneità. La Serie A odierna in virtù di tale sfrenata concorrenza non consente pause. Sembra svanito ogni sorta di timore reverenziale che le sei o sette sorelle del grande calcio nostrano (anni novanta del secolo scorso in particolare) incutevano nelle restanti e che partoriva partite combattute ma segnate da un filone prevedibile: la grande squadra riversata all’attacco, padrona incontrastata delle operazioni e la piccola sacrificata in una sola delle due metà del campo, più impegnata a sopravvivere che a cercare gloria nelle maglie difensive avversarie.

Il Napoli di ieri sera, il Siena non domo che ha fatto soffrire la Juventus, il Genoa corsaro dell’Olimpico, il Cesena della scorsa settimana, il Palermo dell’esordio spumeggiante sull’Inter sono tutti segnali di un’inversione di rotta che ha trovato modo di evidenziarsi negli ultimi campionati, in concomitanza col declino internazionale dei big team della penisola. La teoria che guida questo processo in divenire è semplice. Un campionato nel quale le capacità economiche delle grandi si abbassano avvicinandosi a quelle delle medio-piccole favorisce la difficoltà crescente in campo internazionale delle nostre più credibili rappresentanti ma anche un torneo nazionale più equilibrato e aperto alle sorprese che rendono il calcio quella fonte di emozioni che ne ha cementato la fortuna. Seguendo l’opposta tendenza Liga Spagnola, Bundesliga e Premier League (è in procinto di aggiungersi all’elenco anche la Ligue 1 francese) incrementano le spese e vedono allargarsi senza scampo la forbice economica e quindi valoriale fra top team e piccole. Il Barcellona che furoreggia in Spagna per 8-0 sull’Osasuna o le squadre di Manchester che inondano di gol le domeniche britanniche (seppur ieri il City è stato rallentato dal primo pareggio) consolidano questa tesi, che si basa, in fondo, principalmente sul vil denaro. Se la crisi finanziaria del calcio italiano (specchio come è ovvio di una difficoltà economica a livello nazionale) ci toglie molte delle soddisfazioni europee che più travolgono l’immaginario delle tifoserie è anche vero che l’altra faccia della medaglia ci garantisce weekend più stimolanti e imprevedibili.

E’ su questo sfondo più povero di budget (e quindi anche di campioni) ma più ricco di sorprese che si dispiega la splendida prestazione del Napoli al S.Paolo. Un Milan che scende in campo nella capitale campana con lo scudetto cucito sul petto non è più avversario che possa indirizzare gli azzurri all’atteggiamento rinunciatario e fatalistico. Se poi Mazzarri presenta una formazione in grado di dare filo da torcere persino alle ricchissime d’Inghilterra (chiedere al City per informazioni) ecco che la debacle rossonera, se non pronosticata, è perlomeno spiegata. Al vantaggio aereo di un Aquilani maturo interprete dei voleri di Allegri risponde un Napoli avvolgente. Cavani è il perno risolutore senza il quale sarebbero dolori (3 reti ai rossoneri la notte prima della festa di S.Gennaro fanno gridare al miracolo) ma tutto ciò che gli sta intorno è di qualità notevole, a partire da De Sanctis per finire con Lavezzi e Hamsik, passando per i duracell Maggio e Gargano. La pausetta milanista postBarcellona è subito punita e se Galliani assicurava ”morale altissimo” dopo la trasferta catalana il giudizio a riguardo dovrebbe essere radicalmente mutato. A deludere in particolare l’assenteismo ingiustificato di Pato, con Cassano talento indiscutibile ma certo inadatto a caricarsi sulle spalle l’intero reparto offensivo. I 7 gol subiti in 3 partite rendono inquieto mister Allegri ma le colpe sono da spartirsi all’intera fase difensiva e la coppia Thiago Silva-Nesta non sembra in discussione.

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Nell’ottica delle grandi con le armi spuntate spicca l’anticipo serale di sabato, che vede le malaticce Inter e Roma raccogliere un misero punto da una gara più frizzante di quanto non dica il risultato. Forlan ancora non convince, Sneijder predica un pò nel deserto delle idee nerazzure ma la squadra di Gasperini trova un’intensità di manovra inedita in questo inizio di stagione. La Roma di L.Enrique non delude le aspettative di graduale crescita e imbastisce azioni incoraggianti per geometrie trovando in De Rossi e Totti due condottieri di nuovo carichi (seppur in calo alla distanza). 0-0 e panchine un pò meno traballanti.

E’ solidissima invece quella di Conte che giustamente sottolinea la differenza della sua Juventus rispetto a quella delle ultime stagioni. ”La Juve con le piccole perdeva” ed è impossibile contraddirlo. A Siena decide Matri una partita più complicata dell’idilliaco esordio ma comunque utile a lanciare la squadra bianconera in vetta a punteggio pieno, a braccetto con Napoli e Udinese. Guidolin vede i suoi colpire per due volte una Fiorentina sfortunata (Gilardino fuori dai giochi per un lungo periodo dopo il grave infortunio al ginocchio). Di Natale su rigore e l’ottimo Isla sono i giustizieri viola. Da non dimenticare le vittorie di Parma (all’ultimo respiro sul Chievo grazie alla doppietta di Giovinco), Cagliari (2-1 nell’anticipo sul Novara), Atalanta (in gol Denis nell’1-0 al Palermo di Mangia), Catania (1-0 sul Cesena), Lecce (eccelso 0-2 a Bologna) ma soprattutto Genoa, che ribalta il vantaggio iniziale di Sculli nella ripresa, con i lampi di Palacio e Kucka.

E così Davide Milan, Davide Inter e Davide Roma attendono che passi il brutto momento per tornare a troneggiare in classifica sul filotto di Golia che le precedono, ma l’esito della contesa non è per nulla scontato e le emozioni garantite dalle star milionarie di altri campionati lasciano il posto alla genuina concorrenza del nostro ‘nuovo’ calcio.

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