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Le corazzate che non ti aspetti e il girone delle big disperse

Juventus, Udinese, Napoli, Palermo, Cagliari. Leggere la classifica dall’alto delle sue migliori interpreti (anche se parziali) fa abbastanza strano. La sensazione è quella di essersi persi qualcosa. Dove brancolano le due milanesi incoronate a protagoniste dai pronostici?

Più che l’assenza ingiustificata delle due corazzate del nostro calcio spicca, in verità, la presenza in vetta di squadre sulle quali pendeva più di un punto di domanda.

Il Cagliari è, delle cinque reginette, la formazione più sorprendente. Se ne va dalla città sarda un allenatore all’anno (l’ultimo è mister Allegri), raccogliendo personalmente i frutti del lavoro di calciatori determinati e capaci di cementare la loro intesa di stagione in stagione, senza farsi indebolire dalla partenza di bomber che in Sardegna trovano l’ambiente ideale per maturare e affermarsi (vedi Suazo e Acquafresca prima, Matri poi). L’ultimo fortunato condottiero della consolidata favola del nostro campionato è Ficcadenti, abile soprattutto nel non cambiare laddove da cambiare non c’è. I sardi fanno della coesione imperniata sul blocco navigato la loro forza. Gente come Conti, Biondini e Agazzi uniscono qualità e quantità all’esperienza e il punto più alto della classifica è li a vista d’occhio. Nella domenica afosa di ieri l’autogol leccese e il raddoppio del metronomo Biondini rendono poca cosa la formazione di Di Francesco, annaspante nei fondali della massima serie con tre punticini, anche se in buona, anzi ottima compagnia (chiedere a Milan e Inter per informazioni).

Il Palermo non fa più di tanto notizia per il posto che occupa nella graduatoria. Ciò che fa riflettere è chi sta conducendo la giovane armata rosanero in un cammino fino ad ora molto soddisfacente anche per l’eruttante Zamparini. Il tecnico palermitano fa capire già dal nome che la vocazione di ‘Mangia-allenatori’’ del suo presidente deve subire una battuta d’arresto. La squadra ha trovato un equilibrio palpabile tra il talento consueto lì davanti e la solidità difensiva. A farne le spese il malcapitato Siena, che pure sta costruendo un progetto del tutto convincente. 2-0 Palermo maturato grazie al guizzo aereo di Migliaccio e al rigore di Hernandez.

devis mangia, allenatore del Palermo

devis mangia, allenatore del Palermo

Mazzarri e il suo superNapoli, a dirla tutta, non avevano dato tanti motivi di preoccuparsi ai suoi tifosi, dopo la splendida calvalcata dell’anno scorso, ma l’incognita Champions (che toglie innegabilmente energie psicofisiche) faceva dubitare più di un esperto circa la tenuta di una formazione di qualità, ma dalla panchina non lunghissima. Il verdetto della primissima parte di stagione è limpido: gli azzurri reggono, con entusiasmo a mille, il doppio pressante impegno e incantano in Italia e fuori. Il 3-0 all’Inter è probabilmente ingeneroso nei confronti della squadra finalmente vivissima del riordinatore Ranieri ma è un dato comunque categorico sulle ambizioni della capitale del Sud. L’1-0 firmato Campagnaro, che ribatte in rete il rigore parato di Hamsik, è viziato da un disastro di Rocchi, il direttore di gara. La spinta nei confronti di Maggio, che vale a Obi la seconda ammonizione e l’espulsione, è di non poco esterna all’area di rigore e persino il primo giallo al centrocampista di colore è del tutto inappropriato. Ciò non toglie che un’Inter tonica come quella postGasperini sarebbe riuscita a ribaltare lo svantaggio contro una squadra inferiore. Il Napoli, inutile dirlo, non lo è più. I contropiedi gestiti dal motivatore Mazzarri portano alla sculacciata interna ai danni dei nerazzurri. Maggio prima e Hamsik poi ghiacciano S.Siro e infuocano i partenopei tutti.

Per quanto riguarda l’Udinese il primo posto ex aequo con la Juve è il giusto risultato della squadra che più di tutte in Italia sta investendo in direzione del modelloBarca. In poche parole fiducia ai giovani, interpreti validissimi (e spesso diversi dall’anno precedente), affiancati alla spina dorsale dei senatori. Di Natale e Handanovic su tutti. La ciliegina sulla torta è il mite quanto talentuoso Guidolin. Il 2-0 al Bologna piccolo piccolo di questo sprint stagionale è fin troppo stretto.

A meritare la parte centrale di questo termometro della serie A la Juventus di Conte. Rallentata da due pareggi, preoccupanti più per il risultato che per il gioco, la Signora può tornare a fregiarsi del suo prestigioso soprannome. A far ben sperare non è tanto la classifica (quella del criticatissimo Ferrara era simile alla sesta giornata) ma la ritrovata fame di vincere che dalla prima dichiarazione ha contraddistinto il credo del mister ex capitano. La Juve è l’immagine del suo allenatore. Il 2-0 ad un Milan che deve al più presto prendere esempio dai suoi ultimi avversari è il risultato più giusto per ciò che il campo ha mostrato. Superiorità netta dei bianconeri che col carattere, la tranquillità di chi sa cosa deve fare e la regia di un sanguigno motivatore colma la distanza tecnica (già ridimensionata dal grave addio milanista di Pirlo, faro pregiato della nuova Juventus) che la separa da Ibrahimovic e compagnia bella. A timbrare col fuoco la splendida serata nella cornice all’inglese che l’ha contenuta, il duttile, completo ed esplosivo Marchisio, uno che ha i numeri ma anche l’umiltà di unirli alla corsa per la squadra. La paperissima di Abbiati sul tiro del 2-0 non sminuisce l’importanza di questo giocatore, utilissimo anche in ottica Nazionale.

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A un mese e mezzo dallo start è più che mai difficile indicare una favorita, di certo però riesce difficile pensare che Conte e i suoi soldati si perdano in pronostici di questo tipo, trascurando l’obiettivo di una vita: tappare le troppe bocche che hanno infestato gli ultimi agonizzanti anni di vita della Regina del calcio italiano.

Neanche la sbornia del Juventus Stadium ci fa però  dimenticare Cesena e Chievo che impattano 0-0, Novara e Catania che scelgono lo spettacolo per spartirsi la posta in palio (3-3), lo splendido Giovinco, stella del Parma che trionfa con stile sul Genoa (3-1) e neppure la solida Lazio che sbanca Firenze con la sentenza di Klose (dopo il gol di Cerci e il pareggio di Hernanes). Merita poi attenzione massima l’evoluzione del progetto di possesso palla e bel calcio di Luis Enrique, che non smette di crescere. Il 3-1 dell’Olimpico sulla Atalanta mai doma di questo inizio è di pregevole fattura. Si sblocca Bojan, raddoppia Osvaldo, accorciano i bergamaschi e chiude Simplicio. In mezzo tanta Roma, che lascia nel girone delle big disperse le sole milanesi, ferme al palo con 4 (Inter) e 5 punti (Milan).

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