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16 dicembre 1942. Inizia la ritirata di Russia.

La campagna di Russia rimarrà per molto tempo nella memorialistica italiana. Insieme alla campagna d’Africa in Egitto, quella di Russia fu quella dove i soldati italiani furono duramente messi alla prova nello spirito e nelle sofferenze fisiche. Come in Africa si distinsero per coraggio e sopportazione i bersaglieri, così in Russia fecero gli alpini.

IN RUSSIA. Il 22 giugno 1941 Hitler decide di invadere l’Unione Sovietica. Dopo iniziali facili vittorie, Mussolini insiste per mandare in aiuto dell’alleato un corpo di spedizione, così da poter partecipare alla “spartizione” del gigante sovietico. Nei mesi successivi arrivano sul fronte russo le prime divisioni italiane, Torino, Pasubio, Celere. L’anno successivo, il corpo di spedizione fu potenziato con l’arrivo di altri  reparti, tra cui quelli alpini Tridentina, Julia, Cuneense, destinati a restare nella storia d’Italia. Si creò così l’ARMIR (armata italiana in Russia). L’avanzata proseguì, finché nell’autunno 1942 il fronte si

Primi soldati italiani in azione a Stalino in Ucraina, agosto 1941.

stabilizzò su tre punti: Leningrado a nord, Mosca al centro, Stalingrado a sud. Proprio nel fronte sud, in copertura ai tedeschi che combattevano a Stalingrado, furono collocati i reparti italiani, in mezzo a quelli alleati ungheresi e rumeni lungo il corso del fiume Don. I tedeschi infatti utilizzavano le deboli divisioni alleate in funzione anti-partigiana o per mantenere le linee del fronte, mentre sulle proprie armate facevano l’affidamento per sfondare le linee nemiche.

Gli alpini erano inizialmente destinati a combattere nel Caucaso, ricco di preziosi pozzi petroliferi, ma vennero poi mantenuti con il resto degli italiani. Tuttavia lo slancio iniziale finì: nel novembre 1942 (mentre avveniva la battaglia di El Alamein) i tedeschi a Stalingrado furono accerchiati e i russi, grazie ai rinforzi provenienti dalla Siberia, aumentavano le loro forze. Dopo una serie di piccoli scontri, nel dicembre i sovietici sferrarono la vera offensiva: l’operazione Piccolo Saturno.

RITIRATA. A quel punto iniziò lo sbandamento: le deboli armate italiane e le ancor meno potenti divisioni ungheresi e rumene

Il fronte orientale 1941-'43.

furono travolte e accerchiate: tra il 16 e il 17 decembre 1942 arrivò l’ordine per i primi reparti italiani di ripiegare. La situazione era letteralmente disperata. L’equipaggiamento invernale era fortemente deficitario (addirittura assente nella divisone Vicenza), le armi erano a corto di munizioni, il cibo iniziò a scarseggiare e l’ARMIR era accerchiata in una sacca. Dal 12 gennaio il ripiegamento fu esteso anche agli alpini che per ultimi erano rimasti a coprire il fronte del fiume Don. Fino al 26 gennaio, per più di dieci giorni, i soldati italiani coprirono circa 120 km a piedi, senza cibo, continuamente attaccati da piccole incursioni sovietiche, nella neve alta e con punte di -42°C. Finalmente il 26 gennaio 1943 dopo la battaglia di Nikolajevka (oggi Livenka), i militari raggiunsero le retrovie, al sicuro. Il 6 marzo iniziarono a essere rimpatriati per l’Italia.

L'interminabile colonna della ritirata.

230.000 furono i militari italiani mandati in Russia. Fino al dicembre 1942 i caduti furono circa 5.000. Dall’inizio della ritirata, i soldati dispersi furono invece 95.000 (50.000 moriranno in prigionia in Siberia), mentre i feriti e congelati sfiorarono le 30.000 unità.Particolarmente colpito fu il Corpo d’armata Alpino: di 57.000 uomini ne tornarono 11.000. Le fonti sono dell’ U.N.I.R.R., Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia.

 

LETTERATURA. Impossibile a questo punto non citare la letteratura nata da questa esperienza. Tra le tante opere cito Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern e Centomila gavette di ghiaccio, di Giulio Bedeschi, due opere autobiografiche.

Magistrale l’opera di Rigoni Stern, che commuove il lettore per l’umanità sofferente dei giovani in divisa che patiscono il gelo e la guerra

Mario Rigoni Stern.

in tutta la sua drammaticità. Toccante la figura quasi puerile del 19enne lombardo Giuanin, che chiede al 22enne sergente maggiore Rigoni Stern, in continuazione “Sergentmagiù ghe rierem a baita?” (ci arriveremo a casa?) per essere rassicurato. E finita la lunga ritirata: «Giuanin» chiedo, «dove è Giuanin?». Non mi dicono niente. «Ghe rivarem a baita?». Di nuovo domando di Giuanin. «È morto» mi dice Bodei.

Più cruda e meno sentimentale l’opera di Bedeschi invece. Desolante il finale, con i militari nei treni che rientrano in Italia e immaginano di essere festeggiati dalla popolazione. Ma le sofferenze cucite sui loro corpi non devono essere viste e i vetri dei treni, giunti al Brennero, vengono oscurati:
– La popolazione non vi deve vedere: è l’ordine – spiegò seccamente al più vicino grappolo d’uomini che si affannavano sbracciandosi dal finestrino.
– Non abbiamo la peste, noi! Siamo gli alpini che tornano dalla Russia, cavallo vestìo da omo! – gli gridò esasperato Scudrera, mentre il treno già si muoveva.
– Che alpini o non alpini! Ma vi vedete? – urlò allora ai rinchiusi il ferroviere; – vi accorgete sì o no, Cristo, che fate schifo?

 

Per avere eventuali informazioni su parenti dispersi nella campagna di Russia ecco due link:
http://www.controstoria.it/armir/informazioni.html
http://www.difesa.it/Ministro/Commissariato_Generale_per_le_Onoranze_ai_Caduti_in_Guerra/Pagine/Ricerca_sepolture.aspx

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