19 novembre 2005. Marines uccidono 24 civili. Crimine di guerra in Iraq? Reviewed by Momizat on . Il 19 novembre 2005 avvenne uno degli avvenimenti più cruenti di tutta la campagna militare in Iraq iniziata il marzo 2003. Nella cittadina di Haditha, a ovest Il 19 novembre 2005 avvenne uno degli avvenimenti più cruenti di tutta la campagna militare in Iraq iniziata il marzo 2003. Nella cittadina di Haditha, a ovest Rating:
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19 novembre 2005. Marines uccidono 24 civili. Crimine di guerra in Iraq?

Il 19 novembre 2005 avvenne uno degli avvenimenti più cruenti di tutta la campagna militare in Iraq iniziata il marzo 2003. Nella cittadina di Haditha, a ovest di Baghdad, alle 7.15 esplode un ordigno al passaggio di un convoglio di marines americani. A perdere la vita è il giovane caporale Miguel Terrazas, 20 anni.

A quel punto si scatena una vera furia omicida vendicativa da parte dei militari. Viene fermato un taxi che sopraggiungeva e i militari uccidono quattro studenti e l’autista, in seguito si separano e fanno irruzione a colpi di granate e mitragliatrici nelle case vicine. In totale, nel il raid in quattro case della zona vengono uccisi ventiquattro civili, tra cui 8 donne e una bambina. Dopo di che, i militari fanno rientro alla base.

Liberi tutti? No. La fonte ufficiale del Pentagono spiegò che in seguito a un esplosione vennero uccisi un marine e molti civili. Tuttavia il maggio successivo l’inviato del quotidiano britannico The Times intervistò una bambina di 10 anni, Iman, scampata alla strage. Questa la sua testimonianza raccolta dal giornalista pubblicata da La Repubblica:

i marines irruppero nella casa di Iman. Buttarono una granata nella stanza dove dormivano i nonni. Iman vide che sua madre era stata colpita dalle schegge. La zia prese uno dei bambini e riuscì a fuggire dall’abitazione. I soldati, racconta Iman, aprirono poi il fuoco nel soggiorno, dove la maggior parte della famiglia era riunita. Suo zio Rashid, appena sceso dal piano di sopra, vide quello che succedeva e tentò di fuggire, ma i marines lo rincorsero per strada e gli spararono.“Tutti quelli che si trovavano nella casa furono uccisi dagli americani, eccetto mio fratello Abdul-Rahman ed io – racconta Iman -, eravamo troppo terrorizzati per muoverci e io cercai di nascondermi sotto un cuscino. Una scheggia mi aveva colpito la gamba. Per due ore non osammo muoverci. I miei familiari non morirono sul colpo. Potevamo udirli lamentarsi”“. La bambina nel massacro perde i nonni, i genitori, due zii ed un cuginetto di quattro anni.

Fu inevitabile sollevare il polverone. Il capo del Pentagono Donald Rumsfeld affermò: “Il 99,9% delle nostre truppe si comporta in maniera esemplare, ma sappiamo che in guerra succedono cose che non dovrebbero succedere”, mentre il presidente Bush si dichiarò preoccupato per il danneggiamento dell’immagine dell’America.
Inoltre, il portavoce della Casa Bianca Tony Snow affermò che il Presidente non era a conoscenza della vicenda, e che la conobbe solo dopo che un giornalista del settimanale “Time”  gli rivolse una domanda a riguardo. A quel punto fu messo al corrente dal consigliere per la sicurezza nazionale.

Il Dipartimento della difesa avviò un’inchiesta. Tuttavia l’11 agosto 2007 due militari vennero scagionati per mancanza di prove. James Mattis, comandante della principale base dei marines nella zona di Los Angeles, affermò: “I fatti del 19 novembre 2005 sono stati esaminati da cima a fondo dagli inquirenti. Un’inchiesta indipendente ha preso in considerazione tutti gli elementi, e ha concluso che le prove a disposizione non giustificano un ricorso alla corte marziale“. Dopo tale decisione resta sotto processo solo il sergente Frank Wuterich, come promotore della strage: secondo la testimonianza di un soldato della sua pattuglia avrebbe ordinato di entrare nelle case e sparare: “prima spariamo, poi facciamo domande”, avrebbe comandato.

Trattandosi di “crimine di guerra”, rischia la condanna a morte.

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