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7 dicembre 1941. Attacco a Pearl Harbor: Gli USA davvero non sapevano? (2)

TROPPI INTERESSI? Tuttavia per alcuni storici questo attacco non fu una sorpresa. Per alcuni le intenzioni erano note, ma la colpa è degli ufficiali responsabili (in seguito destituiti), che avrebbero commesso gravi negligenze. Per altri, il Presidente Roosvelt conosceva i piani giapponesi, ma cercava il casus belli per intervenire nella guerra globale: il Giappone stava diventando una potenza troppo importante nel Pacifico, dov’erano presenti forti interessi commerciali e politico-militari americani (i quali controllavano le Filippine); inoltre le Nazioni “amiche” Francia e Gran Bretagna, alle quali gli USA avevano concesso grossi prestiti di denaro e forniture militari erano in ginocchio nello scacchiere europeo e nordafricano.

OPINIONE PUBBLICA. L’intervento americano avrebbe potuto rovesciare le sorti mondiali, ma come convincere una Nazione democratica a entrare in guerra? Lo storico dell’Università di Bologna Mario del Pero, intervistato da Focus Storia, sostiene che secondo un sondaggio il 90% degli americani nel 1940 fosse contrario all’entrata in guerra. E soprattutto come convincere la popolazione a farlo in uno scenario, come quello europeo, in cui la politica americana non voleva metterci più di tanto il naso? Vigeva infatti oltreoceano l’idea (“dottrina Monroe”) che gli Stati Uniti era bene che si interessassero solo degli affari del Nord e Sud America. Una sorta di isolazionismo. Che finì a breve.
Già l’8 dicembre il Congresso votò l’entrata in guerra sull’onda dell’entusiasmo: “vendicare Pearl Harbor” era diventata la priorità. “Non la faremo finita con loro, finché il giapponese non sarà parlato solo all’inferno”. Questa fu una celebre frase pronunciata dall’ammiraglio William Halsey a fatti appena conclusi e ritrovata su documenti ufficiali.
ALTRI INDIZI. Per di più il 7 ottobre 1940 fu consegnato alla presidenza USA un testo dell‘intelligence. Esso sosteneva l’importanza di entrata in guerra per difendere gli interessi americani ed era strutturato in 8 punti. Tra questi si consigliava di provocare i giapponesi in vari modi (tutti realizzati) per subire un attacco che sarebbe servito da casus belli: imponendo un embargo, aiutando la Cina e lasciando la flotta come “sfida” alle Hawaii. Per di più, Stinnet ricorda che a fine novembre i vertici militari americani ricevettero questa comunicazione: “Gli Stati Uniti desiderano che il Giappone intraprenda il primo passo”. 

Per Robert Stinnet, veterano di marina e pluridecorato, il quale ha studiato oltre 200 documenti, “l’attacco non fu una sorpresa, né per il Presidente, né per i suoi consiglieri politico-militari”. Questa tesi è confermata dal fatto che già nel gennaio 1941, otto mesi prima, l’ambasciatore americano a Tokyo comunicò l’intenzione giapponese di attaccare Pearl Harbor. Inoltre a inizio dicembre furono intercettati molti messaggi giapponesi che confermavano un imminente attacco: da non dimenticare che in quelle settimane il Presidente Roosvelt aveva pieno accesso a queste intercettazioni.

A coronare tutti questi indizi, una coincidenza un po’ troppo fortunosa, per gli amanti della “dietrologia”: nessuna portaerei (il principale obiettivo dell’attacco) era nel porto. La moderna Yorktown era stata trasferita nell’Atlantico in previsione di una guerra contro la Germania, le rimanenti 3 (coincidenza o no) erano state momentaneamente allontanate, lasciando a Pearl Harbor imbarcazioni meno moderne e quindi “sacrificabili”.

Inoltre, una nave di pattuglia individuò dei sottomarini giapponesi, ma invece che lanciare l’allarme si preferì aspettare. E alle 7:02, quando i radar individuarono i primi bombardieri, i militari dissero di credere che si trattasse di bombardieri americani, effettivamente attesi a breve.

 

Per alcuni queste tesi sono sufficienti a motivare l’idea che gli Stati Uniti si siano “lasciati attaccare” volontariamente, creando un casus belli. Per altri, queste non sono prove del tutto complete e la colpa sarebbe dell’imperizia dei comandanti statunitensi: insomma, gli storici non sono ancora concordi.

 

Tuttavia il finale sappiamo tutti qual è. Gli Stati Uniti entrano in guerra nel Pacifico e in Europa; grazie al loro intervento vengono sconfitti gli imperialismi nipponico e nazi-fascista; vengono sperimentate e sganciate le prime bombe atomiche.
Fu un sacrificio giustificato quello di Pearl Harbor? A voi le risposte.

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