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Come cambia l’università

Quando iniziai l’università ero piena di belle aspettative sul futuro; pensavo che questo fosse il luogo dove avrei potuto imparare qualsiasi cosa volessi e acquisire ottime competenze nel settore che avevo scelto (nel mio caso le lingue). Mi dicevo che l’impegno, il tempo e il denaro sarebbero stati spesi bene una volta laureata.  Ben presto però mi ritrovai disillusa! La mancanza di organizzazione e di comunicazione con i docenti, e le scarse prospettive che mi si presentano davanti una volta laureata mi demoralizzarono. Credevo che il problema riguardasse solo me e i miei compagni di corso, finché non ho scoperto che il sistema universitario rappresenta un settore stagnante anche al di là dei confini nazionali, perfino negli Stati Uniti e in Inghilterra, i paesi dove si concentrano le migliori università del mondo. In un articolo pubblicato dal The Sunday Times, viene offerta la visione di Lawrence Summers, ex Segretario al Tesoro degli Stati Uniti e rettore dell’Università di Harvard dal 2001 al 2006. Summers auspica un radicale cambiamento dell’Università attraverso un maggiore uso della tecnologia: egli infatti ritiene che siano molto più utili le lezioni online, in cui siano gli esperti del settore a spiegare la loro materia a studenti seduti comodamente a casa in qualsiasi paese del globo. E proprio su questa idea si basa un interessante progetto messo in atto da Sebastian Thrun, professore a Stanford, che nel gennaio del 2012 ha fondato Udacity, un sito che offre corsi online gratuiti e aperti a tutti. L’idea nacque da un esperimento fatto l’anno prima, quando insieme a due colleghi, Thrun ha deciso di mettere a disposizione gratuitamente su internet tre corsi d’informatica. In pratica da un’internet point di qualsiasi paese del mondo, gli studenti avrebbero potuto seguire al computer le stesse lezioni e sostenere gli stessi esami di quelli iscritti all’Università di Stanford. Le iscrizioni furono immediatamente molto numerose: 158mila iscritti provenienti da qualsiasi paese; e com’era prevedibile, anche gli stessi studenti di Stanford iniziarono a seguire le lezioni online, piuttosto che quelle frontali. Purtroppo però, solo 10mila di loro arrivarono all’esame finale; nonostante l’entusiasmo iniziale, infatti, quando arrivava il momento di dedicare al corso almeno dieci ore a settimana, coloro che avevano un lavoro o una famiglia faticavano a stare al passo e finivano per abbandonare. Dopo Udacity, fu la volta di Coursera, che offre le lezioni di una serie di università della Ivy League, tra cui Princeton e Harvard. Ciò anziché danneggiare l’immagine di queste istituzioni, dimostra quanto esse siano all’avanguardia. Peccato che l’apprendimento senza socializzazione possa andar bene per materie come l’informatica, ma non per le scienze umane che hanno bisogno di una certa discussione tra docente e studente. Nessuno sostiene che questi corsi, che si dimostrano di sicuro rivoluzionari, faranno crollare la torre d’avorio delle università, in cui l’educazione non è ancora realmente accessibile a tutti. Tuttavia, di sicuro non è male dare uno scossone al sistema! Il problema fondamentale riscontrato nel sistema universitario è che esso non si è rinnovato negli ultimi 50 anni, e non si è quindi adeguato agli enormi cambiamenti mondiali. Di conseguenza non riesce a formare gli studenti per il mondo del lavoro. Summers ha sottolineato anche l’importanza di un’esperienza all’estero, che si rivela utile non solo per imparare le lingue, ma anche per conoscere nuove culture, e capire più a fondo le dinamiche del mondo globalizzato. E d’altronde, ora che l’inglese è parlato ovunque, non è fondamentale conoscere la lingua del paese dove si va: come direbbe Summers “è meglio recarsi in Cina senza sapere il cinese, che non andarci proprio”. Oltre a questo, le competenze maggiormente richieste, che vengono però tralasciate completamente dal sistema universitario, sono in particolare il lavoro di squadra, la flessibilità, il senso critico e la capacità di analizzare dati. E in fondo a cosa servirebbe altrimenti studiare e imparare tutto ciò che c’è da sapere (cosa tra l’altro impossibile per chiunque!), quando la diffusione di internet permette a chiunque di accedere facilmente a qualsiasi informazione? Non mancano però le critiche: c’è chi, infatti, ritiene che ciò che veramente conta non è il mondo esterno, in veloce cambiamento, ma la conoscenza in sé, lo studio fine a se stesso. Tuttavia, sempre più studenti, con i rispettivi genitori, riscontrano una bassa qualità dell’insegnamento, associata però a un aumento delle tasse universitarie, soprattutto in Gran Bretagna; e lamentano un grosso debito, non solo in termini monetari, ma anche di energie e tempo investiti per lo studio, che colpiscono non solo coloro che abbandonano i corsi, ma anche i laureati, che alla fine del loro percorso di studi, sono inadatti al mondo del lavoro.

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