Emigrazione: quando gli altri eravamo noi Reviewed by Momizat on . Parto da un'esperienza del tutto personale ma che molti di voi avranno sperimentato se sono degli assidui viaggiatori. Settembre 2011. Sono a Cannes per uno sta Parto da un'esperienza del tutto personale ma che molti di voi avranno sperimentato se sono degli assidui viaggiatori. Settembre 2011. Sono a Cannes per uno sta Rating:
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Emigrazione: quando gli altri eravamo noi

Parto da un’esperienza del tutto personale ma che molti di voi avranno sperimentato se sono degli assidui viaggiatori. Settembre 2011. Sono a Cannes per uno stage-lavorativo di due settimane presso un’edicola del luogo. Vicino c’è una gelateria, in cui provo a prendere un gelato dopo il turno. Li accade il cataclisma linguistico: non mi ricordo come si dica coppetta, e tantomeno cono. Mentre rifletto ad alta voce, il gelataio mi viene in soccorso: “Chissà perchè imparare come si dice cono o coppetta è così complicato”. Italiano. Guarda un po’. E non è stato l’unico che ho trovato nei miei viaggi studio (Irlanda, Germania ed Inghilterra tanto per citarli). Sarà una curiosa coincidenza ma in qualsiasi posto del mondo tu vada trovi sempre una quantità considerevole di italiani. E non di certo tutti quanti sono turisti.

 

In effetti a pensarci bene noi siamo abituati a pensarci come il paese che è “preso d’assalto” dai barconi di immigrati clandestini provenienti da ogni dove, specialmente dal Nord Africa. Ma non sono lontani gli anni in cui gli italiani (soprattutto meridionali e veneti) sceglievano la via dell’ “esilio” dalla terra natia per sbarcare il lunario. I fattori sono sempre gli stessi che stanno portando alla moderna emigrazione: fame, desiderio di un lavoro, migliori condizioni di vita. E non dissimili erano anche i trattamenti ricevuti dai nostri connazionali all’estero.

 

Pascoli, ne “La grande proletaria s’è mossa”, cita quelle che erano le condizioni dei migranti. “Prima ella (l’Italia, ndr) mandava altrove i suoi lavoratori che in Patria erano troppi e dovevano lavorare per troppo poco. Li mandava oltre Alpi e oltre mare a tagliare istmi, a forare monti, ad alzare terrapieni, a gettar moli, a scavar carbone, a scentar selve, a dissodare campi, a iniziare colture, a erigere edifizi, ad animare officine, a raccogliere sale, a scalpellar pietre, a fare tutto ciò che è più difficile e faticoso, e tutto ciò che è più umile e più difficile ancora”. In effetti, con i governi della Sinistra Storica e con Giolitti, il fenomeno è cresciuto a livelli vertiginosi. Mete preferite erano gli Stati Uniti (i famosi zii d’America), il Nord Africa (guarda come è strano il mondo), Belgio (minatori per lo più) e la Germania. Pensiamo a quanti uomini o donne nel mondo possono vantarsi di avere discendenze italiane e capiamo quanto è stato massiccio il processo.

 

Ora che il fenomeno dell’emigrazione è ormai presente nel nostro mondo globalizzato, molti lo vedono come un grossissimo problema, quasi alla stregua di un cancro sociale. Molti partiti sostengono una chiusura delle frontiere, altri l’obbligo di girare senza burqa o niqab per le strade del centro. In sostanza, sono contrari. Non sto parlando (solo) della Lega Nord, ma di un fenomeno diffuso in tutta Europa (vedi Francia e Svizzera ad esempio). La debolezza europea in questo campo può però dimostrarsi una potente freccia nell’arco degli italiani. Per quale motivo?

 

Non parlo di Monti o di Berlusconi, mi riferisco agli italiani come popolo. Il progetto è lungo certo, ma non impossibile. Capisco che sia duro da ammettere, ma in questo momento non possiamo prescindere dagli immigrati. Sono una fonte inesauribile per il nostro Stato e per tutti quelli mondiali. Il sogno è un inserimento finalmente completo nei tessuti e nella cultura dello stato di adozione di tutti gli immigrati. E molti stati ci hanno provato. Gli Usa ad esempio hanno “fuso” completamente la loro società con i nuovi “arrivati”. I risultati non sono stati proprio eccellenti, se un presidente nero come Obama 5 anni fa faceva ancora scalpore. Ora la palla passa a noi, uno dei pochi paesi mondiali che nello scorso secolo hanno avuto la diretta esperienza dell’emigrazione. Noi come paese di migranti possiamo dare la nostra testimonianza in quanto abbiamo provato tutto questo direttamente sulla nostra pelle, e ne sappiamo perciò molto più degli altri. L’obiettivo è sfruttare la nostra esperienza per riuscire finalmente nell’impresa di inserire gli immigrati nel nuovo contesto sociale. Passeremmo alla storia come il primo Stato che ci sarebbe riuscito. Non male direi. L’importante è solo rendersi consapevoli del nostro ruolo, allora tutto potrebbe cambiare.

 

Muoviti, Grande Proletaria.

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