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Il caso di Leonardo: tra indignazione e spettacolarizzazione

Il caso di Leonardo, il bambino conteso fra i due genitori, ha scosso le coscienze e provocato lo sgomento di tutti i telespettatori che guardando “Chi l’ha visto” e, nei giorni seguenti, qualsiasi telegiornale o talk show, si sono trovati di fronte alla violenta prelevazione di Leonardo dalla sua scuola elementare. Non volendo entrare nel merito delle contese genitoriali (lasciamo l’arduo compito di emettere sentenze ad avvocati, psicologi e magistrati che reputano di averne diritto ), noi teste pensanti che riescono fortunatamente ad andare oltre i bocconi che i media vogliono a forza farci ingoiare, dobbiamo porci due domande: che ruolo ha avuto in tutta questa cruda vicenda, la ricerca e l’impegno di garantire al bambino un effettivo benessere? E, in secondo grado, a che livello di spettacolarizzazione può arrivare il gioco dei media che consiste nel trasformare i sentimenti in audience? Benché risulti  facile e non poco popolare tacciare gli agenti della questura di Padova di inciviltà ed insensibilità, perché non porre l’accento sul fatto che il comportamento sicuramente inadeguato dei poliziotti era supportato dal padre e che proprio quest’ultimo tratteneva e trascinava il figlio per i piedi con impietosa freddezza? Perché dunque screditare gli esecutori di un discutibile ordine e non quei due genitori che unici al mondo avrebbero dovuto anteporre ai propri disguidi e alle proprie personali inimicizie il benessere e la tranquillità del figlio?

Sono migliaia, ogni anno, i casi come quello di Leonardo, che deve il suo grande clamore unicamente al video-shock registrato dalla zia del bambino.  Per questo appaiono lacrime di coccodrillo quelle della madre ospite venerdì 12 ottobre a pomeriggio 5, il salotto più inflazionato per quel che concerne lacrimose sovraesposizioni mediatiche di persone afflitte da più o meno seri problemi. A completare il quadretto, la parlamentare Pdl Alessandra Mussolini che si reca a sorpresa presso la casa famiglia dove alloggia il piccolo.  Secondo quanto testimoniano i filmati e quanto racconta lei stessa, la deputata (ricordiamolo, presidente della commissione per l’infanzia e l’adolescenza) ha impiegato più di un’ora e mezza per ottenere il permesso di entrare nella casa famiglia e di incontrare Leonardo, nei confronti del quale afferma di essersi presentata come una volontaria e di essersi posta con la massima cautela possibile.

“L’ho trovato provato, un po’ pallido. Dice che gli fa male la schiena e indossa gli stessi vestiti del giorno in cui è statoprelevato dagli agenti.  Evita gli adulti, vuole tornare dalla mamma. “ Queste le dichiarazioni della Mussolini che, contrastando con le versioni del questore e e dei presunti volontari già intervenuti al riguardo, provocano in studio la crisi di pianto della madre del bambino e la crisi, un po’ meno giustificata, di ansia da querele della D’Urso, regina incontrastata del politically correct , laddove per politicamente corretto intendiamo la volontà di non prendere mai posizione anche quando l’evidenza è schiacciante  per non andar contro nessuno ed evitare i guai che, si sa, le parole dette in TV con troppa leggerezza provocano spesso. D’altronde, la differenza fra una giornalista e una conduttrice televisiva sta proprio nella capacità di fare della denuncia una palla al piede quotidiana, come insegna Milena Gabanelli,  conduttrice di Report  e portabandiera di un giornalismo responsabile, dove per responsabile intendiamo la capacità di prendersi tutte le responsabilità di ciò che si afferma.

“I bambini sono intoccabili e non bestie da portare via in quel modo”. Questo il grido di difesa della madre nei confronti di suo figlio: grido di cui forse si sarebbe potuto fare a meno se i due genitori  avessero considerato per primi intoccabile quel loro figlio invece conteso e succube di decisioni prese da autorità che della sua vita e dei suoi sentimenti, poco sanno e poco forse si interessano.

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