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Incontro con Mariapia Veladiano: come imparare a vivere insieme.

 

Una volta ancora il Liceo Enrico Medi di Villafranca ha dato la possibilità agli studenti di essere protagonisti di un evento letterario esclusivo. Presso la biblioteca comunale i ragazzi hanno intervistato Mariapia Veladiano, dirigente scolastico e scrittrice, vincitrice del Premio Calvino 2010 e seconda classificata allo Strega 2011 con il suo libro La vita accanto, edito da Einaudi. Di nuovo una occasione per discutere di un problema estremamente attuale per i giovani: quanto la bellezza (o la bruttezza) sia importante nella formazione di rapporti sociali.

Mariapia Veladiano

L’esempio è dato dalla giovane protagonista del libro, la piccola Rebecca che, essendo brutta fin dalla nascita, è costretta a vivere al margine dell’attenzione dei genitori i quali, pur provando affetto per la figlia, non sanno dimostrarglielo. Fortunatamente la bambina vive anche ambienti alternativi a quello familiare: nella scuola trova finalmente un posto in cui sentirsi osservata e presente a qualcuno che le dà importanza; analogamente, con la signora De Lellis, insegnante di pianoforte, Rebecca scopre il suo talento per la musica e questo le permette di vedere se stessa in maniera diversa dallo sguardo che tutti solitamente le riservano.

Una trama, dunque, fittissima di spunti per riflessioni interessanti ed attuali. In primo luogo è illuminante comprendere il ruolo e la posizione della madre. Questa donna che non sa dimostrare affetto per la figlia e la tiene lontana da sé parrebbe una persona fortemente negativa: in realtà è la Veladiano stessa a rivalutarla nell’incontro, suggerendoci di andare oltre questa faccia di antagonista. La madre aveva posto nella figlia un progetto che si concretizzava nel nome scelto: Rebecca ossia “colei che conquista con la bellezza”. Spesso i genitori hanno una aspettativa nei figli che poi si scontra con il vissuto concreto del bambino. Non sempre questa aspettativa è positiva: si può andare incontro a delusioni o, caso ben peggiore, si rischia di condizionare l’agire dei figli con le proprie volontà e scelte, togliendo loro la possibilità di una vita autenticamente propria. La madre non odia la figlia, dice la Veladiano: il suo silenzio è segno della volontà di proteggere la figlia dalle offese che il suo risentimento potrebbe involontariamente procurare ad una bambina. Anche il silenzio è una forma, seppur anomala, di legame personale.

Il secondo luogo della vita di Rebecca è la società ed, in particolare, la scuola. Mariapia Veladiano attribuisce al compito dell’insegnante una rilevanza notevole: per la prima volta infatti ogni bambino è osservato e gli si attribuisce un ruolo ed una importanza unica e particolare. Ciò che a Rebecca mancava in casa (l’attenzione, l’esserci) le viene donato sui banchi di scuola. Ciò che più è importante, sottolinea l’autrice, è che la bruttezza di Rebecca viene combattuta solo inserendo la bambina tra i compagni che la rendono partecipe della comunità scolastica: non sarà una tra mille, ma saranno mille assieme ad una. La tentazione crescente nelle scuole odierne è di richiedere l’assistenza sempre maggiore di personale specializzato per studenti con difficoltà di socializzazione: Mariapia sostiene che è buona cosa tenere questi ragazzi assieme agli altri perché lo “stare insieme” è un obbiettivo che richiede la collaborazione e la partecipazione di tutti. Inoltre la scuola si rivela utile anche per le famiglie che, qualora sviluppassero i segni di una difficoltà interna, potrebbero trovare nelle scuole almeno una sirena grazie alla quale accorgersi dei propri problemi.

La musica ricopre un ruolo “salvifico” nel libro ma occorre fare precisione su questo termine. La bambina non si salva dall’essere “brutta ed emarginata” grazie al suo talento musicale: questo sarebbe un messaggio sbagliato poiché il talento non è universale e non tutti lo possiedono. Ciò che permette alla bambina di “rinascere al mondo” è l’attenzione che gli altri , a partire dagli insegnanti, le portano ed il posto che le assegnano. In tutto questo scenario la musica ha un ruolo che definisco salvifico a livello strettamente personale: essa è il mezzo con il quale Rebecca prende personalmente coscienza di essere altro dal brutto anatroccolo che gli altri vedevano in lei. Grazie alla musica a Rebecca si offre una immagine alternativa di se stessa. La stessa Veladiano non nasconde la sua diffidenza verso il Talento ed il Successo: il rischio è quello di esserne talmente contaminati da non poter più sopravvivere una volta che questi se ne vanno. L’accusa è attuale: viviamo in giorni nei quali la bravura deve necessariamente essere accompagnata dalla bellezza per essere notata. La Veladiano ironizza dicendo che, al giorno d’oggi una Anna Magnani o una Whoopi Goldberg non sarebbero mai notate dalla critica cinematografica perché non belle secondo i canoni estetici comuni, seppur eccezionalmente dotate come attrici.

All’interno della vicenda di Rebecca emergono alcuni riferimenti a Dio. Troverete apostrofi alla divinità come lamenti per il fatto che Lui permetta la sofferenza di una bambina innocente e sgraziata. Tuttavia non è una lamentela astiosa: la stessa Bibbia conserva numerosi esempi di questa invocazione disperata a Dio (basti pensare alla frase “Dio mio perché mi hai abbandonato?”) che però, anziché contestare il legame col divino, ne evidenziano ancora di più la profondità e la sincerità.

La paura sa rendere “ciechi e sordi” scrive lei nel libro. Lo scopo della scuola è liberare da questa paura attraverso una istruzione che apra le frontiere del confronto a tutti gli elementi di diversità. I casi citati dall’autrice sono molti e quasi del tutto pescati dalla realtà scolastica di ogni giorno. Abbiamo la sensazione che certe realtà (come lo straniero immigrato) siano qualcosa di profondamente lontano da noi per poi accorgerci che la soluzione a questo problema sta ben più vicino di quanto non vogliamo vedere: il confronto e la reciproca conoscenza. La scuola e la lettura diventano teatro e strumento di questo confronto.

Nell’ultima (meravigliosa) domanda la studentessa chiede se la lettura sia artefice dello “sgretolamento delle certezze” che sono comunemente consolidate. La risposta positiva della Veladiano ci invita ad una cosciente presa di posizione: a noi sta se accettare la realtà che ci circonda in maniera supina e arrendevole o se, da bravi “maestri del sospetto”, andare a fondo a questa realtà e, svelandone le contraddizioni, arrivare ad un mondo migliore di qualità e condivisione. Un mondo per cigni e brutti anatroccoli.

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Commenti (1)

  • Giorgia

    Grande Luca per aver colto OGNI sfumatura dell’incontro con immensa sensibilità!

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