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Particella di Dio, un grande contributo dal Veneto

PADOVA – Alcuni lo descrivono come un fiocco di neve, altri come una nebbia, il bosone di Higgs è stato definito come una particella che crea l’attrito che trasforma l’energia in materia e crea tutto ciò che esiste come noi lo conosciamo.

Una delle più importanti scoperte scientifiche degli ultimi secoli è il frutto della ricerca di molti sicenziati tra cui spiccano i nostri ricercatori veneti. Proprio da Padova infatti (Università e Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di Legnaro) è arrivato il primo contributo italiano al Cms, uno dei due esperimenti che hanno portato alla scoperta del bosone di Higgs. Dopo 18 anni di studi e circa 150 persone impiegate si è arrivati a una scoperta di un aspetto della fisica fino ad oggi oscuro e ci si avvicina alla comprensione dei fenomeni che stanno all’origine dell’universo.

L’ateneo di Padova e l’Infn si sono occupati di progettare, realizzare e installare le cosiddette camere muoniche ovvero delle “scatole” inserite all’interno dei rilevatori e in grado di segnalare la presenza dei muoni, cioè le tracce lasciate dal bosone di Higgs. Una specie di macchina fotografica in grado di rilevare la presenza delle particelle che si potrebbero definire gli “scarti” della famosa «particella di Dio».

Pare che le camere costruite potranno essere impiegate anche per la lotta al contrabbando di materiali radioattivi, così come applicazioni future si possono immaginare anche sul fronte del cloud computing. «Per gestire i dati ottenuti da questi esprimenti – dice il professor Gasparini – abbiamo costruito computer in grado di elaborare in un secondo una mole di dati simile a quella che per esempio la Telecom gestisce in un anno di telefonate e internet». Ma le persone che hanno contribuito alla scoperta della più misteriosa delle particelle sono moltissime. Tra questi anche il professor Dario Bisello, leader del gruppo che ha realizzato i tracciatori, e Gianni Zumerle, già responsabile nazionale dell’esperimento Cms.

Siamo solo all’inizio, come è stato spiegato in chiusura della conferenza di Ginevra. «È stato analizzato solo un terzo dei dati in nostro possesso – ha poi aggiunto il professor Checchio – per gli altri ci vorrà del tempo». Ma il varco verso una nuova frontiera nella fisica e una nuova comprensione dell’universo è aperto.

 

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