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Che fine ha fatto il Partito Socialisa Italiano?

 

Vi siete mai chiesti che fine abbiano fatto alcuni partiti politici che hanno fatto la storia italiana, ma che poi sono quasi letteralmente scomparsi? Certo, alcuni hanno cambiato nomi, altre volte gli ideali sono stati riassorbiti in altri movimenti. Ma esistono molti partiti che, ad oggi, sono ancora esistenti (seppur con alterne fortune) da tempo immemore, ma che sono praticamente scomparsi dalla scena politica. Facciamo degli esempi per chiarificare: che fine ha fatto il glorioso Partito Socialista Italiano? Oppure il primo movimento della storia monarchica, cioè il Partito Repubblicano? La tradizione cavouriana raggruppata nel Partito Liberale Italiano esiste ancora? E che dire invece dei Popolari? E la Democrazia Cristiana dove la mettiamo? Tante sono le storie da raccontare, tanti sono i nomi da citare, tante sono anche (perchè no?) le colpe da elencare. Al processo del “Chi l’ha visto” politico, il primo “imputato” è il Partito Socialista Italiano.

 

La tradizione del socialismo non è tipicamente italiana. Nasce e si sviluppa dalla filosofia di Karl Marx, prima che questo pensatore tedesco venisse usato come modello per le brutture sovietiche. Quindi l’ideologia socialdemocratica alla base del Partito è molto antica. Le idee chiavi sono ormai celebri: laicità statale, uguaglianza, democrazia, sostegno alle fasce meno abbienti della cittadinanza, internazionalismo, decentralismo, servizi per i più poveri, lotta alla fame. E sono state organizzate e raccolte nel Partito Socialista Italiano, primo grande partito di massa fondato nel 1892. E sciolto l’anno successivo dal governo Crispi, nel tentativo di eliminare qualsiasi forma di opposizione. Non è stata certamente una esistenza facile quella di questo grande partito. Ed oltre ai vari scioglimenti, non si deve certamente dimenticare il numeroso elenco di scissioni interne. Da quella di Bissolati prima della Grande Guerra per fondare il Partito Socialista Riformista Italiano a quella di Gramsci per il Partito Comunista, per non parlare di Matteotti con il Partito Socialista Unitario e di Saragat con la Socialdemocrazia nel dopo-guerra. Nonostante tutto il Partito era sempre sopravvissuto. Solamente una volta il nucleo centrale socialista è imploso, vale a dire nel 1992 con Tangentopoli. Craxi, allora segretario, era pesantemente indagato, come del resto tutti i grandi “regnanti” della Prima Repubblica. L’insoddisfazione interna è lampante. Qualche audace fugge prima dello scioglimenti definitivo per raggiungere la neonata Lega Nord o il Movimento Sociale Italiano, gli unici due partiti parzialmente salvati dallo scandalo, mentre qualcuno si raggruppa in correnti interne tra loro divergenti. Alle elezioni amministrative del ’93 il PSI vive una moderna Caporetto, arrivando appena al 2,2 % con il sindaco uscente a Milano. L’inizio della fine che si concluderà il 13 novembre 1994 con lo scioglimento definitivo del partito.

 

Da qui inizia la “diaspora socialista”. Mentre moltissimi esponenti di punta del Partito Socialista sono alle prese con i guai giudiziari, le nuove leve aderiscono a nuovi partiti oppure fondano nuovi movimenti di ispirazione socialista. Perchè, se un partito muore, non è detto che debbano scomparire anche le sue ideologie. Tanti “fuggono” nella nuova Forza Italia, altri si riuniscono nel Nuovo Psi ma sempre collaborando con Berlusconi, altri ancora fondano nuovi partiti. E’ il caso ad esempio dei Socialisti Italiani o del Partito Socialista Riformista (il cui esponente di punta era Cicchitto). Il socialismo contamina tutte le formazioni italiane della Seconda Repubblica, diffondendosi a macchia d’olio. Caso più unico che raro nel panorama mondiale, dove esiste ancora oggi un solo partito socialista e non migliaia di vecchi e nuovi politici sparsi nel Parlamento con stendardi diversi. Ma il Partito Socialista non era veramente morto.

 

Nel 2007 nasceva un nuovo Partito Socialista, per mano soprattutto di esponenti dei gruppi “satellite” citati in precedenza, tra cui va citata la “Rosa nel Pugno”. Boselli e Nencini, l’attuale segretario, furono tra i principali artefici di questa rinascita. Inizialmente l’ipotesi era di riunire tutte quelle forze laiche di sinistra in un nuovo grande progetto politico, critico verso l’operato del nuovo Partito Democratico, troppo moderato nelle ideologie. L’idea però di correre da soli alle elezioni è disastrosa, con il Partito Socialista che non riesce a raggiungere la soglia di sbarramento per entrare in Parlamento. La ricostruzione è lenta e tocca a Riccardo Nencini portarla avanti, iniziando una politica di apertura verso il Pd.

 

Di colpe al Partito Socialista occorrerebbe attribuirne milioni. Lo scoinvolgimento legato a Tangentopoli ha solamente reso esplicita una situazione insostenibile presente da tempo negli ambienti istituzionali. Ma, se vogliamo, è stata anche una fortuna. Senza Tangentopoli probabilmente molti partiti non avrebbero avuto al suo interno membri socialisti. Il socialismo sarebbe imploso su se stesso dopo uno scandalo di tali dimensioni, per non rinascere più. Invece non è stato così, e moltissimi deputati hanno portato ideologie socialiste in molti partiti che altrimenti ne sarebbero stati estranei. Quindi non occorre meravigliarsi se ora il Partito Socialista è sparito. L’importante è che non spariscano i valori ispiranti.

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