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Via alla bagarre. L’Italia riscopre la campagna elettorale

 

Quanto amano gli italiani la campagna elettorale! O meglio, quanto la amano i politici scelti dagli italiani. Farebbero di tutto per far saltare un governo, in barba alla responsabilità che i Presidenti della Repubblica di turno continuano ad invocare. Sembra quasi che vedere i tabelloni dei vari partiti al posto delle réclames dei supermercati renda gli italiani più gaudenti e gioiosi (forzo volutamente sui termini). E infatti ci siamo ricascati. L’anno prossimo votiamo. Ma non c’era da sorprendersi, l’avremmo fatto lo stesso. Abbiamo cambiato tre governi in 5 anni, per farvi capire quanto a Montecitorio amino l’instabilità. Da Berlusconi a Monti, fino all’ipotetico nuovo premier che chiuderà il cerchio. E ora, tra un panettone e l’altro, gli analisti cercano di capire la percentuale di consensi delle nuove coalizioni e dei partiti in corsa. In questa Babele di notizie, sicuramente qualcuno si sarà perso. Quindi proviamo a riordinare gli schieramenti in gara.

 

In vantaggio attualmente c’è Bersani con il Partito Democratico, che risente positivamente dell’effetto primarie e dell’onda lunga della fiducia al Montismo. Ora però, la ridiscesa in campo di Berlusconi e la candidatura di Monti hanno logicamente tolto spazio al Pd, che potrebbe perdere qualche punto percentuale. Dal 33 % sembrerebbe essere scivolato al 28/30 %. Bersani però ha le sue colpe, notevoli. Infatti, il segretario avrebbe potuto sfruttare l’effetto Renzi per ottenere nuovi voti. Il piano sarebbe stato semplice: nonostante l’assillante tam-tam di candidature di Berlusconi e Monti, il Partito Democratico avrebbe avuto la possibilità di guadagnare molti consensi semplicemente “rottamando” quei politici che (scusate il termine) banchettano a Montecitorio ormai da 20 anni, senza risultati soddisfacenti. Ci vuole poco a dire che politici come De Gasperi o Berlinguer non li rottameresti neanche se avessero 80 anni per gamba, ma qui parliamo di D’Alema (dopo di lui, il Partito Comunista è sprofondato nell’abisso) e di Fioroni. E invece l’unica cosa fatta è stata la concessione di ridicole deroghe per permettere loro di ricandidarsi alle “parlamentarie” del 30 dicembre. Di sicuro i loro voti li riceveranno, quindi di sicuro torneranno in Parlamento. Togliendo posto ai giovani, forse gli unici che potrebbero indicare una nuova via nella politica italiana. Per fortuna, l’unico modo per far sì che non salgano è non votarli il 30 dicembre. Il Pd ha la grande possibilità di cambiare radicalmente la storia, facendo scegliere alla gente i candidati. Non male l’idea, soprattutto in un sistema in cui non si riesce ad esprimere una preferenza (grande colpa, soprattutto se pensiamo che in due anni comunisti e democristiani si accordarono per redigere la Costituzione, mentre qui in 5 anni non abbiamo cavato un ragno dal buco…). Piccoli passi in un partito che, attualmente, sembra l’unico con le competenze necessarie per sostenere l’Italia. Peccato che non abbia la maggioranza assoluta, rendendo necessarie così delle alleanze.

 

Ma con chi? I più vicini alle ideologie dei democratici sono i centristi. Monti ha sciolto le sue riserve (ormai ci ha preso gusto) annunciando la sua discesa in campo. Con lui ci sono i soliti noti: Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini. Più il nuovo della politica italiana, Luca Cordero di Montezemolo, neofita ma ormai alla soglia dei 70 anni. Futuro e Libertà parte da un consenso minimo del 2/3 %, l’Udc si accaparrerebbe il 6/7 %, Montezemolo il 4 % e Monti (solo per la sua persona) il 7 %. Fatti i dovuti conti, ci accorgiamo che questa coalizione porterebbe a casa addirittura il 19 %. Potrebbe proporre (sia a Berlusconi, sia a Bersani) un’alleanza in cambio di certi poteri (Monti al Quirinale e magari anche una poltrona come presidente di una delle due Camere). Sarebbero quindi in una posizione privilegiata, pur non vincendo.

 

E Berlusconi? Ormai appare chiaro che qualsiasi risultato elettorale andrebbe attribuito in grandissima parte all’ex-premier. Il Popolo delle Libertà ed Alfano, come apostrofava perfettamente Crozza, “sono dei perdenti eccezionali”. Non vorrei esagerare, ma stiamo parlando di un partito che è crollato ad una media del 10 % alle recenti elezioni amministrative, dopo aver toccato regolarmente quota 30 % per svariate legislature. Logico pensare che allora, se oggi il Pdl è al 13/15 % nei sondaggi, la colpa di tale crollo sia da attribuire a tutta la classe dirigente del Pdl. Infatti, questo berlusconismo esagerato è dovuto proprio all’assenza di un leader alternativo per sostituire il Cavaliere. Alfano ha clamorosamente fallito ,Giorgia Meloni troppo “di destra”, Galan buon candidato ma poco supportato, Santanchè e Mussolini perfette solo per i rotocalchi. E quindi il Pdl riscopre l’usato sicuro, grazie anche alla vittoria del “solito noto” Pierluigi Bersani. Chi è vicino a Berlusconi sa benissimo che, in caso di vittoria di Renzi, il Cavaliere non si sarebbe assolutamente candidato. Troppa differenza di età sarebbe stata logorante per Silvio, che ha estremo bisogno di sentirsi in partita anche dal punto di vista anagrafico. E quindi torniamo alla classica battaglia, ai soliti due.

 

Resta da capire se la Lega sarà della partita con Berlusconi, o se deciderà invece di correre da sola (o addirittura di restare fuori dal Parlamento, come paventava in precedenza Maroni). L’accordo sembra possibile se Berlusconi dà il via libera a Maroni come governatore lombardo. Il sogno dei leghisti è riunire sotto la stessa egida le tre ricche regioni del nord (Piemonte a Cota, Veneto a Zaia e Lombardia appunto a Maroni). Berlusconi sta valutando bene il da farsi, anche perchè a livello nazionale la Lega garantisce sempre un 5/6 % di voti. Il fulcro del ragionamento è Gabriele Albertini, ex sindaco di Milano e candidato possibile del Pdl in Regione. Seguiamo un filo logico: i possibili governatori sarebbero Umberto Ambrosoli (Pd, notevole spessore mediatico), Roberto Maroni (Lega), Gabriele Albertini (Pdl e forse centro) e l’incognita grillina. Se noi escludiamo il candidato grillino dalla competizione (anche se potrebbe essere la sorpresa) e consideriamo Ambrosoli come sicuro candidato al ballottaggio (non raggiungerebbe la maggioranza assoluta), capiamo subito che il secondo sfidante sarebbe uno tra Albertini e Maroni. Se il Pdl cedesse e permettesse a Maroni di diventare governatore, la Lega aiuterebbe Berlusconi a livello nazionale e soprattutto permetterebbe una vittoria in Lombardia. Se invece il Pdl non raggiunge un accordo con la Lega 2.0, c’è il rischio concreto che Albertini resti fuori dal ballottaggio, dando così via libera ai leghisti. In questa ipotesi Berlusconi sarebbe nella scomoda situazione di dover convergere i voti del proprio partito verso Maroni, subendo oltre al danno dei risultati anche la beffa di non averlo appoggiato subito. Albertini deve fare le sue riflessioni: se è abbastanza “mediatico” e può arrivare da solo al ballottaggio, Berlusconi non cederà mai la Lombardia alla Lega. In caso contrario, l’alleanza appare scontata.

 

Rimane l’incognita Grillo. Dopo aver condotto le “parlamentarie” con una limitatissima partecipazione ed aver allo stesso tempo attuato una moderna “notte dei lunghi coltelli” per eliminare i ribelli dal suo partito, il comico genovese è pronto a lanciare la battaglia ai partiti classici. Sarebbe un bel salto nel vuoto in effetti, Grillo non dà certezze. Dare le percentuali a Grillo rimane difficilissimo, forse si aggira sul 20%. E soprattutto non farà parte di nessun governo di coalizione. Rimane però il classico dubbio amletico: sarà veramente un partito basato sull’uguaglianza, o sarà piuttosto un orwelliano “tutti gli animali sono liberi, ma qualcuno è più libero degli altri?”.

 

Gli altri partiti si prendono le briciole. Di Pietro e l’Italia dei Valori potrebbero sparire dal Parlamento. Sono rimasti fuori da Italia Bene Comune e sanno benissimo che, se corressero da soli, non avrebbero speranza di superare la soglia di sbarramento. L’alleanza ufficiosa con Grillo è fantapolitica. Di certo è che la percentuale dell’Idv va dal 3 al 5 %. In dubbio anche i radicali, volontariamente esclusisi dalle primarie del Pd. Centrodestra Italiano (Meloni, La Russa, Crosetto) sosterrà probabilmente Berlusconi alle prossime elezioni, così come La Destra di Storace. Rimane l’interrogativo Federazione delle Sinistre, non convocata nella coalizione Italia Bene Comune e a rischio corsa solitaria. Lo fecero già nel 2007, sappiamo come è andata a finire. Rimane l’interrogativo.

 

In sostanza, il tanto desiderato bipolarismo non ci sarà. I maggiori schieramenti sono 4, e di sicuro ci sarà un governo di coalizione. Alla fine della fiera, vedremo se gli italiani amano ancora la campagna elettorale.

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