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10 agosto: quelle stelle che ci rubano il cuore!

(immagine Clearviewstok)

Il destino ha voluto che, non appena nato, l’uomo porti lo sguardo verso il cielo che lo sovrasta e lo circonda. Di notte questo velo blu si copre di luci e bagliori che chiamiamo stelle: e come poteva l’uomo restarne impassibile? Possiamo ben dire che l’attenzione e la curiosità per le stelle è un filo rosso che ci accompagna in tutti i momenti del nostro cammino storico e che ha segnato i nostri interessi, le riflessioni e, per chi crede nell’oroscopo, anche l’agire. È innegabile che accanto ad un fascino prettamente estetico o teorico le stelle abbiamo costituito per l’uomo antico e moderno un punto di riferimento vitale nel tentativo di orientarsi: tanto in mare quanto sulla terra in una notte stellata era possibile trovare la via giusta affidandosi a quella stella che punta sempre verso nord, la Stella Polare.

Fu il desiderio di comprendere tutte quelle luci e l’ordine che le affiancava a permettere agli antichi astronomi e filosofi di vedere nelle stelle i disegni divini che chiamarono costellazioni. Attraverso la costellazione le grandi gesta degli eroi venivano elevate al cielo ed un gruppo di stelle le le avrebbero rese immortali e fisse per l’eternità. Fu così che Orione, il più brillante e bello degli eroi antichi, venne elevato al cielo e la sua costellazione è per noi tra le più maestose e ben visibili: celebre è la sua cintura, formata dal susseguirsi delle tre stelle Alnitak, Alnilam e Mintaka, mentre sulle spalle troneggiano Bellatrix (la guerriera) e Betelgeuse (spalla del Gigante). Ma attribuire un significato agli ammassi di stelle fissati nel cielo significava anche poterli leggere ed osservare con chiarezza, poiché tutto era ordinato al suo posto: ecco perché i Greci chiamavano la volta celeste “kosmos” cioè “ordine” e il nostro termine quotidiano cosmesi, richiamando il significato antico, allude alla ricerca della bellezza attraverso l’ordine armonico.

Costellazione di Orione: notare la cintura centrale (immagine Sololos)

Per Dante le stelle simboleggiavano la tensione e la salita dell’uomo al Paradiso: protendendosi verso di esse il poeta fiorentino usciva dall’Inferno, ad esse aspirava sulla sommità del Purgatorio, servendosi di esse descrisse Dio nel Paradiso come quell’amore “che move il sole e l’altre stelle”. Nella prospettiva umana le stelle rappresentarono sempre qualcosa di positivo a cui tendere. L’immagine di Dante colloca le stelle vicino a Dio stesso e ad esse, con grande sforzo e purificazione dei peccati, Dante tende per risolvere quello spaesamento che lo aveva condotto nella leggendaria “selva oscura”: insomma, di nuovo le stelle servono ad orientarsi.

Qualsivoglia manifestazione della creatività umana in età moderna e contemporanea ha subito il fascino delle stelle, dalla musica alla letteratura, dalla filosofia all’arte. Chi nel bene, chi nel male, tutti hanno sentito la bellezza e la intensità dei riferimenti al cosmo nelle loro creazioni. Per questo troviamo riferimenti alle stelle negli scritti di Leopardi e Pascoli anche se con significati leggermente diversi: nel primo gli astri sono interlocutori del poeta per una riflessione/interrogazione sull’esistenza umana (Canto notturno di un pastore errante nell’Asia), nel secondo gli astri diventano il pianto stellare che bagna la terra, madre di quegli affanni che ne fanno un “atomo opaco del male” (X Agosto).

Molti pezzi musicali sono dedicati alla contemplazione delle stelle e del cosmo: Beethoven (Al chiaro di luna), Chopin (Notturni), Mahler (Notturni). La musica di Richard Strauss si è indissolubilmente legata alla contemplazione degli astri grazie al film Odissea nello spazio di Kubrick: l’ouverture del poema sinfonico Also sprach Zarathustra, nell’ineguagliabile esecuzione del maestro Karajan del 1960, è collocata nelle scene cruciali del film (fra le quali la scena finale, vera contemplazione dello Spazio e degli astri).

(immagine Brainmaster)

Già i poeti latini Orazio e Virgilio indicavano con gli “astra” (le stelle) il culmine dello sforzo umano per una condizione migliore. Il primo sosteneva “per aspera ad astra”, attraverso le difficoltà verso le stelle. Il secondo, ripreso poi da Voltaire, esortava ad avere coraggio davanti alle difficoltà dicendo “sic itur ad astra”, in questo modo si sale alle stelle. L’epitaffio della tomba del filosofo Kant, ricavato dalla Critica della ragion pratica, la dice lunga sugli interessi del professore prussiano: “Due cose hanno soddisfatto la mia mente con nuova e crescente ammirazione e soggezione e hanno occupato persistentemente il mio pensiero: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”.

Si avvicina la notte di San Lorenzo con le sue stelle cadenti e ciascuno si prepara con una lista di desideri da esprimere a queste scie luminose di passaggio sopra le nostre teste. Chissà che alcuni dei desideri richiesti non si avverino davvero. Ma anche qualora non si avverassero, non sarebbe motivo sufficiente per smettere di guardare meravigliati quelle stelle che ci rubano il cuore.

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