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A farsi beffe del potere: la satira nella Roma dei papi

Satura tota nostra est” sosteneva il latino Quintiliano nella sua opera dedicata alla formazione dei giovani oratori: il genere della satira è una cosa tutta nostra, di noi romani. La sua affermazione era destinata, senza che lui lo sapesse, ad un lungo successo che, potremmo dire, non si è ancora concluso. Da quando Roma nasce, a Roma si fa satira. Se del mondo antico sono destinate alla gloria opere di Lucilio, di Orazio e di Giovenale, la Roma moderna e contemporanea pare, ma solo guardando da lontano, non lasciare traccia di quella irriverenza che colpiva potere e potenti tanti secoli fa. Ho volutamente usato il verbo “pare”: infatti focalizzando per bene il microscopio troveremmo argomenti e nomi che, pur non raggiungendo la notorietà di un Orazio, hanno svolto una funzione quasi analoga alla sua. Tutti i lettori non romani (ed, ahimè, temo anche qualche romano) devono sapere che a Roma esistono sei statue parlanti: Pasquino, Marforio, il Babuino, l’Abate Luigi, il Facchino e Madama Lucrezia. In realtà non c’è niente di soprannaturale: parlano semplicemente perché su di loro vengono affisse le satire scritte da cittadini anonimi e così pare che sia la statua a parlare.

La statua di Pasquino nell'omonima piazza. Notare le satire appese al basamento.

La fama e l’attività di Pasquino, il più celebre, sono diventate tanto grandi che a Roma le satire vengono chiamate addirittura “pasquinate” ed ora sarà il caso di vederne qualcuna dal vivo per comprenderla e, magari, per trovarci ancora l’ironia. Uno dei primi testi che conserviamo di Pasquino, datato al 1503, commenta la morte del famoso Alessandro VI Borgia: “tormenti, insidie, violenze, furore, ira, libidine / siate spugna orrenda di sangue e crudeltà! / Giace qui Alessandro Sesto; godi ormai libera, / Roma perché la mia morte fu vita per te” (C. Rendina, I papi, Newton Compton, 2005). Noterete immediatamente la forte carica pessimistica della satira: ancora esiterei a definirla tale perché credo che possieda poca ironia ed una forte drammaticità. Ma a Pasquino bastano pochi anni per aggiustare il tiro e rivolgersi alla vera natura della satira. Già con la morte di Paolo III, solo 46 anni dopo, scrive: “In questa tomba giace / un avvoltoio cupido e rapace. / Ei fu Paolo Farnese /che niente mai donò, che tutto prese. / Fate per lui orazione / poveretto, morì d’indigestione”; ed ancora per Clemente IX, tanto impegnato nella difesa dell’isola di Creta dai Turchi “tu che cerchi il suo tumulo, sappi che qui giace / Clemente Nono. Per Creta fu tramutato in polvere”.

Le irriverenze di Pasquino non colpiscono i pontefici solo alla morte ma durante tutto il pontificato: è la voce del popolo romano che attacca, piange, compre di improperi un potere non sempre compreso ed apprezzato. Nella Roma dei divertimenti e delle feste di Leone X leggiamo uno scambio di battute: “(Marforio) come vanno gli affari? (Pasquino) benissimo Marforio, comandano i giullari”; quando Giulio III Del Monte fece cardinale il giovane custode delle scimmie, forse suo figlio illegittimo, la pasquinata cantò “ama Del Monte con uguale ardore / la scimmia e il servitore. / Egli al vago e femmineo garzoncello / ha mandato il cappello. / Perché la scimmia, il trattamento uguale, / non fa pur cardinale?”. E a Leone XII Della Genga, di cui si vociferava la relazione con la moglie del capo della guardia svizzera, toccarono queste parole: “Passando Della Genga, un forestiero / domandò: Questi è il Santo Padre, è vero? / Ma il capitano de’ Svizzeri che udì / rispose: Santo no, ma padre sì”.

Infine restano da leggere le opinioni dei Sei sui fatti che investono l’Europa politica tra Rinascimento e Novecento: la voce di Pasquino è il commento che i cittadini romani pongono in calce ai grandi fatti europei, ai generali, ai re ed ai pontefici che passarono per il trono di Pietro. Quando Enrico di Borbone abiurò il calvinismo per il cattolicesimo nel 1593, a Roma se la risero dicendo di papa Clemente VIII “Enrico era acattolico / e per amor del regno eccolo pronto / a diventar cattolico apostolico. / Se gliene torna il conto, Clemente, ch’è pontefice romano, / domani si fa turco o luterano”. Quando nel 1804 Pio VII, dalla sua prigione dorata delle Tuileries parigine, incoronò Napoleone, i romani recriminarono con queste parole: “ma Santo Padre, in cosa abbiam peccato? Voi l’avete unto e noi l’abbiam peccato”. Nella Roma di Gregorio XVI, segnata dalle esecuzioni di rivoluzionari carbonari e dallo scoppio del colera, un nuovo dialogo tra Pasquino e Marforio sentenziava “(Marforio) Che Silenzio, che pace! / Pasquino, non è vero? / a Roma tutto tace. (Pasquino) Come in un cimitero!”. Anche il Concilio Vaticano I fu colpito dall’audacia di Pasquino: “il concilio è convocato / i vescovi han decretato / che infallibili due sono: / Moscatelli e Pio Nono” dove Moscatelli era una ditta di fiammiferi la cui insegna recitava “Moscatelli-Infallibili” (C. Rendina, I papi, Newton Compton, 2005). Con l’Unità la voce di Pasquino pare far silenzio. Solo in occasione della visita di Hitler a Roma ridarà fiato alle parole, cariche di tristezza e rassegnazione: “Povera Roma mia de travertino / te sei vestita tutta de cartone / pe’ fatte rimirà da n’imbianchino”.

Pare concludersi così l’epopea satirica delle statue parlanti: ma se vi capitasse di visitare la Città Eterna e di trovarvi in Piazza Navona, rubate un minuto ai palazzi della guida turistica e spendeteli in Piazza Pasquino, attigua alla precedente: troverete ciò che resta del beffardo rimatore che dileggiò papi e re, che passò attraverso scomuniche, divieti, oscuramenti e che comunque continuò a scrivere. Egli è l’emblema di una “città del popolo” ormai quasi obliata dallo sfarzo dei palazzi romani e dei negozi del Corso: è la vera Roma di gente comune che vive, partecipa, gioisce e s’indigna. E che comunque non cede mai la penna per raccontarlo.

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