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A vincere i giganti: Davide e Golia

Cosa mai avrà favorito nel corso dei secoli un così grande interesse per la vicenda biblica di Davide e Golia? Un interesse che, tra l’altro, non investe solo la sfera religiosa ma anche letteraria ed artistica. Da un lato non possiamo non apprezzare le tinte “epiche” dello scontro fra eserciti (i Filistei con Golia e gli Israeliti di re Saul), dall’altro lato ci si presenta con fascino sempre nuovo e splendente la figura di David, giovanissimo pastore che osa sfidare il possente Golia.

Davide di Andrea del Verrocchio (immagine da ainwaz.net)

Allorché gli eserciti delle due parti si schierarono, dalle fila dei Filistei uscì Golia, campione dei soldati (“era alto sei cubiti e un palmo. Aveva in testa un elmo di bronzo ed era rivestito di una corazza a piastre, il cui peso era di cinquemila sicli di bronzo. Portava alle gambe schinieri di bronzo e un giavellotto di bronzo tra le spalle”). Tal Golia volle sfidare il re d’Israele Saul in uno scontro a due per risolvere la battaglia: tuttavia re Saul e le sue schiere vennero colti dalla paura e non osarono affrontare direttamente il gigante filisteo. Nel frattempo i fratelli maggiori di David erano partiti per il fronte e lui era stato lasciato a custodire le pecore. Un giorno il padre lo incaricò di raggiungere l’esercito israelita per rifornire di cibo i fratelli: ma non appena giunse, David udì Golia parlare e rimase colpito dalle parole del gigante, tanto offensive nei confronti del popolo di Dio (“chi è mai questo Filisteo non circonciso per insultare le schiere del Dio vivente?”). Subito David chiese a Saul di partecipare alla sfida, impresa che mai nessuno prima aveva osato: egli sosteneva che già in passato aveva combattuto con un leone che minacciava le pecore del re ed aveva avuto successo (“Il Signore che mi ha liberato dalle unghie del leone e dalle unghie dell’orso, mi libererà anche dalle mani di questo Filisteo”). Per questo motivo venne inviato alla sfida.

Nel vedere il giovane pastore, Golia divenne ancora più alterato: a lui, il possente eroe filisteo mai sfidato prima di allora, veniva contro un giovane pastore con il bastone, “fulvo di capelli e di bell’aspetto”. Iniziò la carica e David non ebbe esitazione: si lanciò nello scontro con pari coraggio e con inaspettato furore. Mise le mani nella bisaccia, ne ricavò una pietra che destramente inserì nella fionda: poi, con incredibile precisione, mirò alla testa del gigante che piombava su di lui e scoccò il sasso. La parabola del lancio conficcò la pietra nella testa di Golia, all’altezza della fronte. Il gigante cadeva ai piedi del ragazzo che, in un battibaleno, lo finì e lo decapitò, innalzando la testa contro le schiere filistee perché fuggissero lontano.

Il David di Gian Lorenzo Bernini (immagine da skuola.net)

Nel racconto della sfida lanciata da Golia non può sfuggire un particolare che per gli studenti di letteratura classica è piuttosto evidente: la vicenda ruota attorno ad uno scontro che dovrebbe contrapporre due uomini e salvare la vita al resto dell’esercito. Un luogo letterario insomma, cioè un meccanismo narrativo che si ripete nella storia della letteratura. Già nel terzo libro dell’Iliade Omero racconta di un incontro fra i capi achei (Menelao, Ulisse ed Agamennone) ed il re troiano Priamo per discutere la possibilità di realizzare uno scontro a due fra Menelao e Paride Alessandro: solo in questo modo gli eserciti avrebbero salva la vita ed il vincitore potrebbe tenere per sé la bellissima Elena (“Se a Menelao / Darà morte Alessandro, egli in sua possa / Elena e tutto il suo tesor si tegna; / E noi spedito promettiam ritorno / Su l’ondivaghe prore al patrio lido. / Ma se avverrà che Menelao di vita / Spogli Alessandro, i Teucri allor la donna / Ne renderanno e l’aver suo con ella, / Pagando ammenda che convegna, e tale / Che ne passi il ricordo anco ai futuri” Iliade, III, 371-380,traduzione di V. Monti). Il guanto di sfida sarà poi ripreso da Ettore, Patroclo e Achille. Il libro biblico di Samuele, da cui è tratta la vicenda di David e Golia risale, nell’ultima sua redazione, al VI secolo a.C ma è frutto di un lavoro durato moltissimi anni: non è impensabile che qualche influenza sia stata reciprocamente trasmessa.
Analogamente, dopo tre secoli, Tito Livio riprendeva questo luogo letterario per raccontare la battaglia degli Orazi e Curiazi. Di nuovo due eserciti che si scontrano: questa volta sono le truppe romane e le truppe di Albalonga, schierate presso le Fosse Cluiliae (sull’Appia). I sovrani dei due schieramenti non disdegnarono affidare l’esito della battaglia ad alcuni giovani che combattessero per l’intero esercito “sine magna clade, sine multo sanguine” [Livio, I-24, “senza una grande strage, senza eccessivo sangue”]. L’esito della guerra viene affidato ai fratelli Orazi contro i fratelli Curiazi: le vicende dello scontro sono narrate nei capitoli 24 e 25 dove, grazie ad astuzia e abilità, l’ultimo Orazio romano sopravvissuto può gabbare i rivali e ucciderli tutti. Roma ottiene al vittoria e le terre di Albalonga.

Il David di Michelangelo Buonarroti (immagine da alliesfirenzeblog.blogsport.com)

Ma la vicenda di David e Golia ha interessantissime ricadute sul piano artistico. Tra il 1501 e il 1504 Michelangelo Buonarroti è impegnato a scolpire il David, imponente statua destinata alla Piazza della Signoria in Firenze per simboleggiare la libertà della città stessa contro gli invasori. Nel David sono assorbite istanze tipicamente rinascimentali: la posa salda (come le istituzioni cittadine), la grandezza delle mani e della testa (emblemi rispettivamente dell’arte e del pensiero), l’aria meditativa del giovane uomo che sta calcolando. Vasari dirà del David “nè mai più s’è veduto un posamento si dolce né grazia che tal cosa pareggi, né piedi, né mani, né testa che a ogni suo membro di bontà d’artificio e di parità, né di disegno s’accordi tanto”. Esattamente cento anni dopo Caravaggio dipingeva Davide con la testa di Golia. Parte della critica artistica vuole che nel volto di Golia sia ritratto Caravaggio stesso: probabilmente una allusione al pentimento del pittore per l’omicidio di cui si era macchiato in Roma. Lo storico Marini fa notare come sulla spada di Davide sia leggibile la scritta “H-AS O S” che sta per “humilitas occidit superbiam”, l’umiltà uccide la superbia. Venti anni dopo anche Gian Lorenzo Bernini scolpiva un David ma dalle caratteristiche molto diverse rispetto a Michelangelo. Nella scultura di Bernini viene ritratto un giovane nell’atto di scagliare la pietra dopo aver raggiunto la massima tensione fisica e muscolare possibile. Nel viso di David è possibile leggere tanto la fatica quanto lo sforzo, nel corpo si osserva la plasticità e

resa del movimento: nella scultura è pienamente rintracciabile l’istanza barocca che animava Bernini il quale elogia il dinamismo piuttosto che la staticità (come Michelangelo).

David con la testa di Golia, Caravaggio (immagine da it.wikipedia.org)

L’epilogo della vicenda si tinge di invidia: Saul, primo re d’Israele, non accetta di vedere in David il grande successo ottenuto e tenta di farlo assassinare, peraltro senza riuscirvi. Nell’ultima battaglia contro i Filistei Saul va incontro alla morte e fu Vittorio Alfieri (di cui l’8 ottobre ricorre il 209 anniversario della morte) a raccontare l’episodio nell’omonima tragedia “Saul”. Pervaso dalla sensibilità romantica e titanica, il re va incontro ai nemici, spoglio dei legami terreni verso la famiglia e il suo popolo ma fermamente legato alla sua spada, il “fido ministro” che lo accompagnerà nell’ultima battaglia.

Oh figli miei!… Fui padre.

Eccoti solo, o re: non un ti resta

dei tanti amici, o servi tuoi. Sei paga,

d’Inesorabil Dio terribil ira?

Ma tu mi resti, o brando: all’ultim’uopo,

fido ministro, or vieni. Ecco già gli urli

dell’insolente vincitor: sul ciglio

già lor fiaccole ardenti balenarmi

veggo, e le spade a mille… Empia Filiste,

me troverai, ma almen da re, qui morto.

(Atto V, scena V, vv.100-109)

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