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“Arriveremo a Roma”: storie di stranieri nell’Urbe (parte II)

A venti anni di distanza dal soggiorno italiano di Goethe, sul quale abbiamo speso il precedente articolo, i coniugi Shelley lasciarono la Svizzera per lo Stivale sul quale trascorsero gli anni fra il 1818 ed il 1821. La personalità così eccezionale di Mary Wollstonecraft Godwin, coniugata Shelley, era maturata in un ambiente piuttosto particolare: la madre Mary Wollstonecraft era

Mary Wollstonecraft Shelley

filosofa e tra le prime promotrici del “femminismo liberale” mentre il padre William Godwin, anch’esso filosofo, è considerato uno dei fondatori del pensiero anarchico. Un ambiente tutt’altro che rigido e conservatore, dunque: il padre era tra i sostenitori della possibilità del “libero amore”, pur non approvando inizialmente la relazione della figlia Mary con Percy Shelley e della secondogenita Claire con il poeta Byron. La discordia fra suocero e genero costrinse Mary e Percy ad un primo esilio in Francia, concluso con il rimpatrio per mancanza di soldi, e ad un successivo soggiorno nel continente nel quale la coppia toccò Francia, Svizzera ed Italia, con la compagnia di Byron e della sorellastra Claire. Fu durante questo viaggio che Mary ebbe l’ispirazione famosissima per il suo celebre romanzo Frankenstein.

La coppia giunse a Roma il 5 novembre e, salvo una escursione napoletana fra dicembre e marzo, restò nella Città eterna fino a giugno del 1819 per poi spostarsi a Livorno e Pisa. Di questo soggiorno romano è possibile ricavare alcune preziose informazioni dalle stesse opere della Shelley  la quale incontrò a Roma una serie di eventi che le cambiarono la vita e ai quali non poteva restare impassibile. Infatti nel giugno del 1819 morì il figlio William e per la coppia fu un colpo molto duro. A ciò va aggiunta la morte della figlia adottiva Elena solo un anno più tardi e l’annegamento di Percy presso La spezia l’8 luglio 1822. Come poteva una serie così fitta di eventi tragici non lasciare un segno (ed un contrassegno) sull’immagine che Mary aveva dell’Italia? Da qui partiamo per scoprirne di più sfruttando le pagine di un suo affascinante romanzo.

Roma, Piazza di Spagna. Il palazzo alla sinistra della scalinata ospitò gli Shelley.

La fortuna del romanzo Valperga fu piuttosto singolare: pubblicato nel 1823, in Italia non venne più dato a ristampe fino al 1996. Costruito su un impianto fortemente romantico, narra le vicende di Castruccio Castracani degli Antelminelli, principe di Lucca, e della sua amata-odiata promessa sposa Eutanasia di Valperga. Proprio quest’ultima, ad un certo punto, racconta di un suo viaggio a Roma in occasione della malattia del fratello: nelle sue parole, che ora andremo a leggere, traspare chiaramente una autobiografia della Shelley stessa.

Ciò che accomuna l’arrivo dei pellegrini nella città è l’incapacità di esprimere a parole il sentimento che stanno provando. Goethe aveva ritardato a scrivere la lettera agli amici di qualche giorno, tanto era preso dall’emozione di vivere i suoi primissimi giorni in città. Mary, dal canto suo, racconta: “le parole sono insufficienti perché allora il mio spirito languiva […]: era alla volta di Roma che viaggiavo, per vedere le vestigia della padrona del mondo […]. Quando discesi le colline degli Abruzzi e vidi per la prima volta scorrere le tranquille acque del Tevere che brillavano al sole del mattino, piansi”.

“Trascorsi il mio tempo fra le rovine di Roma; e mi sentivo, come mi fu detto che sembravo, più

Percy Bysshe Shelley

un’ombra errante dei tempi antichi che un’italiana moderna”. Il tratto più caratteristico del soggiorno romano di Eutanasia/Mary è la rievocazione di una città in decadimento, di un sepolcro che inghiottiva lentamente secoli di storia e di persone (compreso il figlio): “stavo per avvicinarmi all’ombra di Roma, al cadavere inanimato, all’immagine infranta di ciò che un tempo fu grande al di là di qualsiasi capacità di espressione”. Tale lenta decomposizione che investe inesorabilmente la città, pur dannandola da un lato ad un degrado continuo, tuttavia è massimamente feconda dal punto di vista artistico e culturale. La stessa Mary non riesce a non essere affascinata da tutto quello che vede attorno: talora le pare di vivere il ricordo di un tempo glorioso e passato, talora vive attualmente “la bellezza e la saggezza che penetrano all’intimo del cuore”. Ma ciò che colpisce più di tutto è l’aspetto universale di questa ispirazione esistenziale ed artistica: è come se per le vie di Roma aleggiasse uno spirito che contamina tutti gli artisti in eterno e che imprime in ognuno di essi un tratto comune ed indelebile (tanto che, seppur con parole diverse, lo stesso Goethe aveva affermato che la sua esperienza romana sarebbe stata “sprone” a tutti per il futuro). Le parole della Shelley davanti al Pantheon sono illuminanti: “mentre sedevo là in muta estasi, fu come se lo spirito della bellezza discendesse nella mia anima. Mai prima di allora avevo sentito così forte l’abbraccio universale della mia mente o segni certi di altre esistenze spirituali come in quel momento”.

Nonostante lo scambio sentimentale con la città impegni la protagonista/autrice costantemente, tuttavia non dobbiamo dimenticare la circostanza drammatica nella quale entrambe sono immerse: Eutanasia è a Roma al capezzale del fratello, Mary vi ha perso un figlio. È inevitabile che la contemplazione della città si mescoli a paure, preoccupazioni, ansie e ricordi dei propri affanni. Eutanasia stessa usa queste parole riguardo al fratello: “piansi sinceramente e amaramente per la malattia di mio fratello, ma quando l’anima è in fermento reca con sé una certa consolazione: io non fui mai così viva come allora […]”. Se vi capitasse mai di leggere il bellissimo romanzo, noterete che, all’interno di questa descrizione della città, la malattia del fratello, pur essendo il motivo principale del soggiorno, ha un ruolo assai minore rispetto a quello della città stessa. È come se la malattia e il dolore si eclissassero dietro ad una esperienza fortemente e spiritualmente vissuta: la città di Roma sa accogliere chi vive momenti di particolare e delicata difficoltà esistenziale e sa donare loro un grande splendore ed una serenità d’animo unica (o almeno così pare per Goethe e per Mary Shelley). In tal modo, ammirazione e malattia si mescolano: la prima è ristoro dalla seconda, questa è causa della prima. “Non esiste un cielo così blu come quello di Roma; è profondo, penetrante, abbagliante; ma a quell’ora aveva perso il suo colore, e le sue dolci brezze […] rinfrescavano le mie guance febbricitanti e mi consolavano, malgrado il dolore”.

Piazza di Spagna da casa Shelley, oggi museo.

Non so sinceramente distinguere un confine fra la corretta descrizione di un sentimento e la fantasia deformante: non vi so dire quanto la Roma qui descritta corrisponda al vero e quanto invece non sia prodotto di una fervida e artistica immaginazione.

Roma, particolare del Pantheon

Tuttavia non vedo perché la fantasia dovrebbe essere ritenuta meno reale: se Mary ha voluto scrivere queste riflessioni, qualcosa deve aver pur vissuto di concretamente importante per la sua vita. Nonostante la fantasia colori i sentimenti di tinte irreali, i sentimenti che vi stanno sotto sono veri e vissuti.

Quale poteva essere la conclusione all’articolo nel suo insieme? Quale poteva essere la conclusione alla vicenda romana di Eutanasia/Mary? Le due donne, così intimamente unite insieme, raccontano: “egli morì e io lasciai la città della mia anima. Non so se mai ancora respirerò la sua aria; ma il suo ricordo è una nuvola infuocata al tramonto nell’azzurro cupo del cielo”. Oggi le ceneri di Percy Shelley riposano nel Cimitero degli Inglesi di Roma

 

 

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