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“Arriveremo a Roma”: storie di stranieri nell’Urbe (parte I)

Nonostante il suo ruolo politico sia da lungo tempo oggetto di contestazioni, Roma resta comunque l’emblema più significativo dell’Italianità: ciò, si badi, non toglie nulla alle splendide altre città che cospargono la superficie dello Stivale. Detto questo, tuttavia dobbiamo riconoscere che solo in Roma si riuniscono microscopicamente tutti gli elementi che caratterizzano la nostra nazione: la religione e l’arte s’incontrano vicendevolmente, la Storia ha pan sempre fresco per i suoi denti mentre il cuore della politica pulsa ed irradia il sangue all’intero stato.

Per quanto gli italiani siano talvolta restii a riconoscere questo valore alla propria capitale, tuttavia la Storia è disseminata di personalità altissime che hanno avuto una relazione quasi devozionale nei confronti dell’Urbe. Per decenni l’Italia e la sua capitale sono stati meta di pellegrinaggi e viaggi culturali alla scoperta delle tracce del passato: un passato che serviva da modello nella costruzione del presente. Di queste persone ne ho scelte due in particolare le quali, per grandezza d’ingegno e per qualità del lavoro, spiccano fra le altre: Johann Wolfgang Goethe e Mary Shelley.

Noterete che il primo è tedesco e la seconda inglese: almeno non mi si potrà accusare di aver tirato in ballo scrittori italiani auto-celebrativi.

La fuga notturna di Goethe dalla tedesca Carlsbad risale ai primissimi giorni di settembre del 1786. In una lettera da Ratisbona, datata 4 settembre, sostiene che se fosse partito all’alba non gli avrebbero permesso di andarsene. In realtà Goethe non aveva a cuore l’abbandono degli amici con i quali, per altro, instaurerà un rapporto epistolare fittissimo. Egli vive la partenza per l’Italia come l’abbandono di una vita sterile, fatta solo su libri e su nozioni astratte. Appena entrato dalla Porta del Popolo, il 1 novembre, egli usa queste parole: “Poter contemplare con i propri occhi tutto un complesso del quale si conosceva già interiormente ed esteriormente i particolari, è come incominciare una vita nuova”. Più avanti avrà da dire riguardo alle pitture di Raffaello “tutte vecchie conoscenze che ci siamo procurati da lontano per corrispondenza, ma che ora vediamo di persona. Ma il vivere fra loro è tutt’altra cosa; ogni convenienza o sconvenienza ora si manifesta immediatamente nella realtà”. Una vita più vera, più concretamente vissuta accoglie Goethe all’interno delle mura cittadine: credo che il ripercorrerne i passi sia altrettanto affascinante e chiaro.

Goethe nella campagna romana

L’arrivo dello scrittore tedesco a Roma è datato 29 ottobre 1786. Egli aveva da poco lasciato Terni, dopo aver toccato Verona, Vicenza, Venezia, Ferrara e Bologna, Firenze (“appena appena”) e Foligno. La sera del 28 ottobre, stanco ma ancora sveglio in una locanda di Civita Castellana, fuori Roma, scrive “dunque, domani sarò io a Roma. Non lo posso credere ancora; certo, quando un tal desiderio sarà soddisfatto, che cosa potrò desiderare ancora?”. Se la motivazione addotta sopra a questo viaggio non bastasse, eccovi altre parole dalla prima lettera entro le mura cittadine il 1 novembre: “il desiderio intenso di visitare questa terra era da troppo tempo maturo; […] sento che tutti questi tesori non li porterò con me a vantaggio mio soltanto ma perché possano servire per tutta la vita a me e ad altri di guida e di sprone”. Il primo aspetto singolare del soggiorno romano di Goethe è l’anonimato. Egli infatti non svela il suo nome alla gente che incontra, salvo ai pochi strettissimi amici intellettuali che lo conoscono. Un suo ospite, il consigliere Reiffenstein lo ribattezza semplicemente “barone dirimpetto a Rondanini” poiché il suo alloggio è sito dietro al Palazzo dei Rondanini. Sul suo anonimato Goethe dice: “credendosi ognuno obbligato d’ignorar ch’io mi sia, […] non rimane altro a coloro che io frequento se non di parlar di se stessi e di cose che li interessano”. Per il resto del viaggio è determinante l’amicizia con Johann Heinrich Tischbein, pittore tedesco che risiedeva a Roma da qualche tempo e che accompagnerà il connazionale nel Grand Tour italico lasciandoci il famigerato ritratto di “Goethe nella campagna romana”.

All’inizio parlavo di una fuga dalla vita in Germania: ora vi chiederete come se la passasse nella nostra capitale. La lettera del 10 novembre dice “vivo qui con una serenità ed una calma di cui da tempo non avevo alcun sentore; la mia consuetudine di vedere e prendere le cose come sono, il mio costante esercizio di lasciarmi guidare dal lume dei miei occhi, la mia rinuncia completa ad ogni pretensione, mi servono ancora a meraviglia e mi rendono nel mio segreto supremamente felice”. Del mondo che gli si apre attorno egli riesce, non senza un fine sforzo intellettuale ed esistenziale, a cogliere ogni aspetto e di farne una pietra preziosa da custodire in animo: “io voglio darmi anima e corpo alle grandi cose; istruirmi ed educarmi prima che il quarantesimo anno mi raggiunga”.

il Tritone di Bernini

Più di una volta le parole di Goethe si soffermano sugli abitanti di Roma. In una lettera datata al 1 novembre ne parla con queste parole: “E quanto è anche moralmente salutare per me il vivere fra un popolo dotato di tanta sensibilità! […] io perdono a tutti quelli che criticano o condannano questo popolo; esso è troppo lontano da noi; e al forestiero costa troppa fatica e troppa spesa l’aver contatto con lui”.

Il soggiorno romano dura due anni: il 14 aprile dell’88 scrive “intanto faccio le valige; è il momento in cui ci si accorge di tutto quanto si è raccolto e messo da parte”. Del resto era naturalmente prevedibile che una frenesia malinconica lo cogliesse nell’ora della partenza: talmente inebriato di Romanità, come poteva vivere positivamente l’abbandono dal piccolo mondo della sua maturazione artistica! Le parole di congedo da Roma sono raccolte negli appunti di viaggio e, stranamente, non sono sue. Egli sceglie di tradurre in tedesco un passo dalla terza elegia del latino Ovidio, tratta dal primo libro dei Tristia. Non potendola riportare in tedesco goethiano, ho scelto di trascriverla in traduzione italiana ma conservando un aspetto metrico di mia mano.

 

Quando mi si ripresenta

la triste immaginazione

della notte nella quale

trascorsi l’ultima ora

in Roma,

quando ripenso alla notte

in cui tante care cose

lasciavo, gli occhi ancora

mi si ricopron di pianto.

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