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Attilio Bertolucci e l’aeroplano della vita

A distanza di diversi mesi dall’ultima edizione del Festival della Letteratura di Mantova mi è capitato di imbattermi in una raccolta di poesie di Attilio Bertolucci: proprio a lui, nella incantevole cornice del Palazzo Ducale gonzaghesco, era dedicato un evento guidato dalla minuziosa ed autorevole cura di Corrado Augias unita alla voce di Lella Costa, con la partecipazione dei figli del poeta Giuseppe e Bernardo. Io ebbi la fortuna di essere nel pubblico di quell’incontro che, a mia insaputa, si sarebbe rivelato massimamente fecondo culturalmente e professionalmente.

Attilio Bertolucci era poeta ed ha collaborato con diverse testate giornalistiche: inizialmente con la Gazzetta di Parma e, trasferitosi a Roma nel 1951, con “Paragone”, , “La Fiera Letteraria”, “L’Approdo letterario” e”Nuovi Argomenti”, rivista diretta da Pier Paolo Pasolini, al quale era legato da profonda amicizia. Nel 1954 viene chiamato dal presidente dell’ENI Enrico Mattei a dirigere la rivista aziendale “Il gatto selvatico”: ne nacque un’opera eccezionale cui misero mano nomi importanti del panorama giornalistico e letterario italiano. Di quest’opera vale la pena menzionare, per la pregevolezza della ricerca e per la nobiltà dell’intento, la serie di “lezioni di storia dell’arte” scritta da Bertolucci stesso fra il 1955 e il 1964: il suo impegno divulgativo si affiancava ad una capacità di rendere in maniera mirabilmente comprensibile i contenuti senza cadere in banalità ed ovvietà.

Dunque, dicevo, mi è capitata fra le mani una raccolta di poesie di Bertolucci intitolata “La capanna indiana” ed ho riletto, dopo molto tempo, un breve testo che vi propongo: io lo riportai alla memoria dagli studi della scuola media e, nel fare ciò, apprezzai nuovamente il suo messaggio grazie a occhi nuovi, come se questo testo potesse dire qualcosa ad ogni generazione. Si intitola “Per B.” ed è dedicato al figlio Bernardo, oggi celebre regista cinematografico:

I piccoli aeroplani di carta che tu

fai, volano nel crepuscolo, si perdono

come farfalle notturne nell’aria

che s’oscura, non torneranno più.

Così i nostri giorni, ma un abisso

meno dolce li accoglie

di questa valle silente di foglie

morte e d’acque autunnali

dove posano le loro stanche ali

i tuoi fragili alianti.

 Il candore e la tipicità di una scena quotidiana sono protagonisti dei pochi versi: non è raro infatti che un padre assista ai giochi del proprio figlio. Tuttavia questa apparente semplicità è solo il pretesto per iniziare una serie di riflessioni che si innalzano dalla quotidianità e scavano nel più profondo della coscienza dell’uomo.

Attilio Bertolucci con il figlio Bernardo

Innanzitutto i piccoli aeroplani di carta del bambino diventano la metafora della fragilità della vita umana la quale, scagliata in aria, compie il suo volo per poi ripiegare verso terra ed adagiarvisi. Bertolucci descrive questa “parabola di vita” con una tinta in parte malinconica: afferma esplicitamente che ad accogliere la nostra vita giunta al capolinea non ci saranno sereni paesaggi di campagna ma qualcosa di “meno dolce”, qualcosa di triste ed opaco. Il tono assunto dal poeta è fortemente esistenziale: non solo la vita è un aeroplano gettato nel cielo, in balia del vento che lo sorregge e lo guida, ma è destinata ad un misero luogo.

La seconda osservazione possibile riguarda il rapporto fra Bertolucci ed il bambino. Il padre guarda il figlio giocare e coglie nel gioco una verità di vita ben più profonda della banale carta dell’aeroplano. Al contrario, il bambino non sa vedere nel suo gioco questo aspetto esistenziale che sovrasta e minaccia l’uomo. Il padre, dunque, non si limita a guardare la scena così come essa si presenta ma la riveste di un suo proprio modo di intenderla, di un “inteso” che la trasforma e che gli permette di fare osservazioni di carattere ben più profondo. Accanto a lui il figlio,ancora giovane, non percepisce altro che il semplice gioco, non riveste questo suo vissuto di un inteso particolare, di una elaborazione propria: è suo diletto gioire del momento pienamente senza alterarlo con costruzioni mentali proprie dell’adulto.

Non ci è dato sapere altro sul rapporto fra adulto e bambino in questo breve componimento. Il padre potrebbe rivedere se stesso da bambino nel proprio figlio; potrebbe dolergli l’essere consapevole di non essere più quel bambino, di non poter più gustare totalmente il vissuto ma di essere costretto, dato il suo status di adulto, a mescolare il vissuto con ciò che ne viene inteso. Chissà se il padre invidia il figlio? Del resto è cosa comune che gli adulti, gravati dagli affanni della vita, invidino ai giovani quella innocente spensieratezza. Possiamo leggere tutto questo nei versi: personalmente credo che la poesia di Attilio Bertolucci sia aperta a più letture e ad un pubblico vastissimo.

La presenza di un punto di vista giovane e di uno adulto hanno permesso che una poesia come questa venisse inserita in una antologia per la scuola media e, contemporaneamente, affrontata in un incontro letterario più impegnativo. C’è spazio per tutti nell’opera letteraria di Bertolucci: dalla famiglia al singolo, dal giovane all’adulto, tutti potranno gioire di un momento di vita quotidiana e accedere a riflessioni che, condivisibili o meno, caratterizzano la presenza dell’uomo nel mondo da più di duemila anni.

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