Gilgamesh e la pianta dell’immortalità Reviewed by Momizat on . Gilgamesh, perché ti affanni? La vita che cerchi non la troverai. Quando gli dèi crearono l'uomo gli diedero in destino la morte e tennero la vita per sé. Se è Gilgamesh, perché ti affanni? La vita che cerchi non la troverai. Quando gli dèi crearono l'uomo gli diedero in destino la morte e tennero la vita per sé. Se è Rating:
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Gilgamesh e la pianta dell’immortalità

Gilgamesh, perché ti affanni? La vita che cerchi non la troverai.
Quando gli dèi crearono l’uomo gli diedero in destino la morte e tennero la vita per sé.

Gilgamesh e EnkiduSe è vero che, come ha scritto Calvino, un classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire, allora anche un’opera scritta oltre 4.000 anni fa può essere ancora tranquillamente letta e apprezzata, perché, anche se gli anni passano, le domande esistenziali dell’uomo sono pur sempre le stesse. Uno di questi classici, purtroppo poco letto, è l’Epopea di Gilgamesh, poema epico sumero del XXV sec. a.C che narra del percorso di consapevolezza della propria finitudine intrapreso da Gilgamesh, re di Uruk.

Stando al racconto, Gilgamesh è un pessimo re, che opprime gli abitanti della città molestandoli in molti modi e che tuttavia resta impunito grazie alla sua forza eccezionale, dovuta anche alla sua parziale divinità. Per punirlo della sua tracotanza gli dèi plasmano Enkidu, un uomo selvaggio di forza eccezionale, che dopo essere stato iniziato alla civiltà si scontra con Gilgamesh, senza che tuttavia nessuno prevalga sull’altro. Entra allora in gioco il tema dell’amicizia: l’eroe infatti, che è così diverso dagli altri uomini, con i quali non riesce a costruire una relazione alla pari, ha finalmente trovato uno spirito affine, qualcuno capace di condividere la sua condizione straordinaria, e diventa amico di Enkidu, mettendo fine alla lotta.

I due, ormai invincibili, iniziano a compiere imprese grandiose, sconfiggendo mostri e arrivando a sfidare perfino il potere gli dèi, che proprio per questo decidono di mettere definitivamente fine alla tracotanza di Gilgamesh. Per farlo, però, fanno morire Enkidu, cosa che avviene dopo una breve e straziante malattia. Grazie a quest’evento, gli dèi fanno scattare in Gilgamesh un pensiero nuovo: prima dell’arrivo di Enkidu, Gilgamesh non aveva una vera e propria coscienza di sé perché nessuno sulla terra era come lui. Ora, però, vedendo la morte del suo simile, vede la morte in se stesso: è finalmente diventato mortale, è tornato umano; e la cosa lo sconvolge.

La sorte del mio amico pesa su di me:
per sentieri lontani ho vagato nella steppa.
La sorte di Enkidu, il mio amico, pesa su di me:
per sentieri lontani ho vagato nella steppa.
Come posso io essere tranquillo, come posso io essere calmo?
L’amico mio che amo è diventato argilla;
Enkidu, l’amico mio che amo, è diventato argilla.
Ed io non sono come lui? Non dovrò giacere pure io
e non alzarmi mai più per sempre?

Parte allora alla ricerca di Utanapishtim, l’unico uomo al quale gli dèi fecero il dono dell’immortalità, per tentare di sfuggire alla sua condizione. Un modo per non morire in effetti esiste: raccogliere una pianta che sta in fondo al mare. Una volta mangiatala, il re di Uruk potrà ottenere la vita eterna. Gilgamesh con gran difficoltà la raccoglie e sfinito si addormenta sulla riva di un ruscello. Quando si risveglia, però, si accorge che la pianta è stata mangiata da un serpente, che infatti ha cambiato pelle.

L’eroe deve dunque arrendersi, come ogni uomo, morirà. Sarà Enkidu, in un ultimo tragico dialogo dall’oltretomba, a spingerlo verso una vita più piena e più giusta, sia nei confronti dei concittadini, dedicandosi al buon governo di Uruk, sia verso le nuove generazioni, facendo molti figli.

Gilgamesh, riempi il tuo ventre! Giorno e notte rallegrati, ogni giorno fa’ festa, giorno e notte danza e canta! Sia pulito il tuo vestito, il tuo corpo sia lavato, con acqua tu sia bagnato. Rallegrati del piccino che afferra la tua mano, la moglie goda del tuo grembo! Questo è il compito dell’umanità.

La vita è una forza, un movimento, è un passaggio, è un tratto. Non possiamo cristallizzarla, renderla immobile, perpetuarla per sempre, ma dobbiamo anzi imitarne l’energia rimanendo sempre pronti a cambiare, a muoverci, a rimetterci sempre in discussione. Anche nel cambiamento più estremo, quello che avverrà quando dovremo cedere il testimone alle generazioni future. Magari costruendo per esse qualcosa di buono: questa potrebbe essere una piccola forma di immortalità. L’unica forma raggiungibile. Perché la vita ci attraversa, ma non ci appartiene.

Ha scritto Henri Bergson:

Come mulinelli di polvere sollevati dal vento che passa, gli esseri viventi girano su se stessi, sospesi al grande soffio della vita. Essi sono dunque relativamente stabili, anzi imitano così bene l’immobilità che noi li trattiamo come cose anziché come progressi, dimenticando che la permanenza stessa della loro forma non è altro che il tracciato di un movimento.
Talvolta, però, si materializza davanti ai nostri occhi, come una fuggevole apparizione, il soffio invisibile che li porta. Abbiamo questa improvvisa illuminazione davanti a certe forme dell’amore materno, che ci fa vedere come ogni generazione si inclina verso quella che la seguirà.
Ci suggerisce che l’essere vivente è soprattutto un luogo di passaggio, e che l’essenziale della vita sta nel movimento che la trasmette.

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