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Isole?

“Sapevo di averlo generato mortale”. Questa, stando alla tradizione, sarebbe stata la gelida risposta data da Anassagora a chi lo informava della morte del figlio. E, in verità, sono molti i filosofi antichi, da Anassagora a Zenone di Cizio, da Epitteto a Marco Aurelio, a difendere una risposta di questo tipo, a esaltare l’apátheia, l’apatia.

Epitteto nel suo Manuale esprime efficacemente le ragioni di una simile scelta: “Se ti affezioni ad una pentola, pur sapendo che è di terracotta, non ti lamentare se si rompe. Nello stesso modo, quando baci tua moglie o tuo figlio, di’ sempre a te stesso “Sto baciando un mortale”, affinché, se poi muoiono, tu non abbia a rimanere sconcertato”. 

Arnold Böcklin, L'isola dei morti

Di fronte al dolore causato da un qualche forte legame interrotto, come la morte di un nostro congiunto, ma anche la fine di un’amicizia o di un amore, alcune filosofie come quella stoica o epicurea, invitano a stare il più possibile alla larga dalla sofferenza. Come? Non solo accettando “stoicamente” gli eventi dolorosi, in quanto parte di un disegno divino necessario, ma, e qui sta il problema, anche prevenendoli, evitando cioè il coinvolgimento emotivo per non doversi successivamente ritrovare a soffrire. Non affezionarsi per non soffrire, non amare per non essere delusi, non legarsi per non sentire il distacco, in breve, non appassionarsi per non patire.

Pur riservando la massima stima a uomini di tal calibro, che hanno detto e scritto cose bellissime e incredibilmente profonde, ispirando generazioni di pensatori e di semplici lettori, non possiamo non vedere in questa sorta di “rinuncia preventiva”, un atteggiamento clamorosamente fallimentare. Ha senso uccidere da se stessi i propri sentimenti e le proprie emozioni, soltanto per evitare che in futuro possa farlo qualcun altro?

Una delle cose che più colpiscono leggendo Omero, è vedere che gli dèi, sebbene perfetti, belli, potenti, ricchi e felici, sono sempre continuamente indaffarati a impicciarsi della vita degli uomini, pur di non cadere nella noia e nell’indifferenza. La cultura greca non lascia nulla al caso, e studi filologici e filosofici sui poemi omerici, ci dicono che i greci avevano ben compreso che gli dèi, proprio a causa della loro perfezione ed eternità, una cosa non la potevano avere: la passione.
La passione per la vita, per le persone, per le cose, è dovuta al fatto che, volenti o nolenti, quello che possediamo un giorno se ne andrà, e quello che non abbiamo ma vorremmo avere, talvolta non possiamo ottenerlo. Non è scontato che il nostro lavoro, la nostra salute, le cose che ci piacciono, gli amici che ci stanno vicino, le persone che amiamo, domani saranno ancora con noi. È questo, e nient’altro, a rendere ogni giornata sempre importante e sempre nuova, a dare valore alle persone e alle cose, a far sì che siano preziose. L’alternativa, infatti, non sarebbe che una vuota e piatta noia, come quella degli dèi, per i quali fare qualcosa oggi, domani, o fra mille anni, è assolutamente indifferente, e ogni momento è sempre ripetibile all’infinito.

Perciò, nonostante tutto, vale la pena lasciarsi contagiare dalle passioni (senza esagerare!). E la sofferenza che a volte fa ad esse da contraltare, non è necessariamente il sintomo di una sconfitta, anzi, il nostro soffrire per una meta, per una persona, per un ideale, dimostra che siamo sulla strada giusta. Perché finché siamo disponibili ad accettare la possibilità della sofferenza causata da una passione, significa che siamo aperti al mondo, che siamo ricettivi, che, pur presi da mille impegni, egoismi, legittime necessità, abbiamo trovato dentro di noi anche lo spazio per qualcos’altro, o per qualcun altro. Se è vero che nessun uomo è un’isola, a tutti coloro che ci esortano a uccidere le nostre passioni per isolarci, rispondiamo con un cortese “no grazie!”.

In barba ad Anassagora, è meglio soffrire per una persona che non c’è più, per aver mancato un traguardo, per aver detto un “ti amo” di troppo, se davvero ne valeva la pena, se stavamo inseguendo qualcosa che aveva valore. In tutti questi casi, bastonati, ma più vivi che mai, perché aperti al mondo e alle sue possibilità, i vincitori siamo comunque noi.

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