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“Forte come una Mirandola”: gridiamo la ricostruzione!

Il terremoto che da qualche settimana ha messo in ginocchio buona parte dell’Italia settentrionale ha toccato luoghi e popolazioni che, se non per il terremoto, pochi di noi avrebbero altrimenti conosciuto ed apprezzato. Vorrei con questo articolo rendere omaggio agli abitanti della deliziosa Mirandola, terra di innumerevoli scontri armati e gioiello d’arte italiana: e non tanto perché bisogna ricordarla ora che è stata colpita dal sisma ma perché dobbiamo già pensare alla sua immagine più bella ed impegnarci a ricostruirla quanto prima.

Torrione del castello Pico a Mirandola

Sita nel cuore della pianura,a pochi passi dal fiume Po, Mirandola ha sempre costituito un nodo fondamentale per i traffici di uomini e di merci tra nord e sud: la sua posizione sulla via per la Germania ne faceva una stazione ideale. Inoltre la centralità delle terre che le appartengono, all’interno della pianura, ne ha fatto una “spina nel fianco” per molti potenti signori che, pur contendendosela, non sempre l’hanno avuta. Il borgo storico di Mirandola fu soggetto a varie operazioni di assedio delle quali voglio ricordarne per importanza due, condotte da due differenti pontefici nel XVI secolo.

Giulio II

Il primo a tentare la conquista fu Giulio II (Giuliano della Rovere) nel 1510. La storiografia lo ricorda con armatura e spada a dirigere in prima linea, in pieno inverno e con i fossi ghiacciati, la conquista della cittadella: inoltre, una volta ottenuto il possesso del paese, egli salì a trionfare sulle mura con l’intera armatura addosso, in uno scenario ben poco usuale per un papa. L’assedio di Mirandola del 1510 va inserito all’interno della più grande guerra legata alla Lega di Cambrai che, in una mutazione continua di alleanze, ebbe come protagonisti il papato, la Serenissima Venezia ed il re di Francia per la ridefinizione dei domini e dei possedimenti nel nord della penisola italiana. Lo scontro nell’alta Emilia rientrava in una strategia papale destinata alla conquista di terreni sempre più settentrionali in pianura a scapito dei Francesi che dovettero abbandonare il campo a Sassuolo, Concordia e, appunto, a Mirandola.

Fu la proprio la vicinanza ai Francesi a scatenare, nel 1551, un nuovo attacco del pontefice, allora Giulio III (Giovanni Maria Ciocchi del Monte), il quale, alleatosi con l’imperatore Carlo V d’Asburgo, contava di entrare nella cittadella emiliana così come aveva fatto il suo omonimo predecessore 40 anni prima. Ma non fu così e la colpa fu irrimediabilmente sua. Di indole differente dal battagliero Giulio II (che non rinunciava mai a indossare di prima persona l’armatura), Giulio III affidò il comando della missione d’assedio al nipote Giovanni Battista del Monte con l’aiuto dei generali Orsini e Vitelleschi. Ma si sa, tre galli in un pollaio non possono convivere pacificamente. Infatti l’assedio prese a rallentare a causa delle discordie e delle rivalità dei tre nella gestione degli affari bellici.

Giulio III

Benché le cronache dell’epoca narrino di una situazione meno difficile dell’assedio del 1510, tuttavia le difficoltà parevano essere grandi per i tre condottieri che non cavarono un ragno dal buco. Come se non bastasse, il nipote del papa rimase vittima di una imboscata ordita dai mirandolesi mentre cacciava tranquillo. Ciò portò Giulio III al ritiro delle truppe e all’abbandono del piano di guerra. Lo seguiva l’imperatore che decideva di ritirare le truppe nel marzo 1552 provocando l’immensa gioia dei Francesi i quali ottenevano una importante vittoria.

L’assedio del 1551 fu un punto di orgoglio per la stessa città di Mirandola: 400 soldati barricati saggiamente nelle mura cittadine, difese da artiglieria, resistettero ad un esercito di 4000 uomini accampato in quattro grossi forti esterni. In Francia si usava dire “imprendibile come Mirandola” per fortificazioni analogamente resistenti.

Il prestigio di Mirandola è legato anche alla famiglia Pico che governò l’omonimo Ducato dal 1310 al 1711, date stranamente affini alla dominazione gonzaghesca su Mantova (contato anche il fatto che il palazzo ducale mantovano possiede tutt’oggi diversi busti di membri della famiglia Pico). Di tale famiglia è bene ricordare Francesco I, asperrimo rivale di Rinaldo Bonacolsi (signore di Mantova assassinato dai Gonzaga che gli subentrarono al potere nel 1328). Tal Francesco venne fatto prigioniero nella rocca di Castellaro (MN) con i figli i quali per fame si divorarono.

Giovanni Pico della Mirandola

Altro celeberrimo rampollo di casa Pico fu Giovanni Pico della Mirandola, intellettuale ed umanista che fece da precettore ai figli di Lorenzo il Magnifico e che si narra possedesse una memoria eccezionalmente buona: sua è l’orazione “Sulla dignità dell’uomo“, manifesto della sensibilità umanistica al tema della responsabilità dell’uomo sulla terra.

Insomma una terra fecondissima di uomini e mercati. La produzione del rinomatissimo Grana Padano ha in Mirandola e dintorni uno dei cuori pulsanti. Allo sviluppo agricolo si affianca da anni l’iniziativa tecnica del Distretto Biomedicale, impegnato nella ricerca di tecnologie e sistemi che affianchino efficientemente la medicina. La Storia ci rivela il cuore tenace e forte di una popolazione che, pur spesso martoriata da eventi bellici e naturali, ha sempre trovato la forza di rialzarsi e ripartire. Questa volta abbiamo la possibilità di partecipare collettivamente a questa ricrescita: visti i tempi di crisi, partecipare tutti sarebbe certamente un buon metodo per imprimere un cambiamento non solo politico ed economico, ma primariamente sociale, civico, umano.

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