Giovanni Pascoli a cento anni dalla scomparsa Reviewed by Momizat on . Mi ero ripromesso, quando iniziai a scrivere, di non fare più di un articolo su di un singolo autore: erano così tanti i nomi i quali ritenevo meritassero qualc Mi ero ripromesso, quando iniziai a scrivere, di non fare più di un articolo su di un singolo autore: erano così tanti i nomi i quali ritenevo meritassero qualc Rating:
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Giovanni Pascoli a cento anni dalla scomparsa

Mi ero ripromesso, quando iniziai a scrivere, di non fare più di un articolo su di un singolo autore: erano così tanti i nomi i quali ritenevo meritassero qualche parola, spesa a ricordarne e a valutarne l’opera. E a ciò andava aggiunto il fatto che non volevo tediare il lettore ripetendomi su qualche autore. Tuttavia mi perdonerete se, in una occasione particolare, ho scelto di derogare dal precedente e tacito progetto per riproporvi Giovanni Pascoli nel centesimo anniversario dalla sua scomparsa, il 6 aprile del 1912.

Mi piace sostenere che la poesia pascoliana è così ricca di spunti, anche diversi fra loro: questa varietà di temi e sperimentazioni stilistiche mi permette di parlarvi di lui senza dover riscrivere ciò che avevo precedentemente narrato parlandovi dell’immaginazione in Rio Salto. Infatti quest’oggi facciamo un salto importante e dalla raccolta giovanile Myricae passiamo ai Canti di Castelvecchio, una raccolta che vuole idealmente proseguire Myricae recuperandone alcuni temi (la natura, la morte, il mistero) ma rielaborandoli con nuove forme e strutture tecniche. Dai Canti ho scelto una lirica splendida, “Il gelsomino notturno”, di cui vi riporto il resto:

 

E s’aprono i fiori notturni,                                                                Un’ape tardiva sussurra

nell’ora che penso a’ miei cari.                                                       trovando già prese le celle

Sono apparse in mezzo ai viburni                                                 La Chioccetta per l’aia azzurra

le farfalle crepuscolari.                                                                           va col suo pigolio di stelle.

Da un pezzo si tacquero i gridi:                                                             Per tutta la notte s’esala

là sola una casa bisbiglia.                                                                      l’odore che passa col vento.

Sotto l’ali dormono i nidi,                                                                     Passa il lume su per la scala;

come gli occhi sotto le ciglia.                                                           brilla al primo piano: s’è spento . . .

Dai calici aperti si esala                                                                       È l’alba: si chiudono i petali

l’odore di fragole rosse.                                                                       un poco gualciti; si cova,

Splende un lume là nella sala.                                                         dentro l’urna molle e segreta,

Nasce l’erba sopra le fosse.                                                                     non so che felicità nuova.

La prima lettura del testo fotografa una immagine quasi del tutto descrittiva: vi troverete un bel racconto di come i gelsomini sboccino al tramonto e, dopo aver tenuto il calice del fiore aperto l’intera notte, ripongano a mattina i petali sgualciti. Tuttavia sotto a questa descrizione “naturalistica” possiamo far emergere un piano ulteriore ed assai più interessante. Dovete sapere che questa lirica venne scritta e dedicata alle nozze di un amico di Pascoli: sapendo questo, ci avviciniamo al testo cercando di capire il significato di questi fiori che ormai sono simboli di verità più profonde.

i gelsomini

La vera intenzione di Pascoli è di alludere in maniera delicata e raffinata alla prima notte di nozze degli amici: allora i fiori e il paesaggio sono un lungo tappeto rosso che introduce il tema più importante dell’incontro fra marito e moglie nel talamo. Lo sbocciare dei gelsomini sentenzia l’ora: non è un orologio, né una campana ma un elemento naturale a scandire il tempo. Pascoli è talmente affezionato a quella campagna in cui è nato da regolare su di essa il ritmo della giornata, l’inizio e la fine della notte. Accanto ai gelsomini volano le falene, farfalle del crepuscolo, ennesimo segno della notte che avanza. Le prime pennellate della scena sono ancora elementi naturali: il silenzio della notte è raffigurato dal nido di uccelli che dormono. Dai gelsomini si emana quel caratteristico profumo che si sparge nell’aria e rende questi fiori unici: è definito “rosso” per caricarne ancora di più la percezione al senso del lettore sfruttando la partecipazione sincronica della vista e dell’ olfatto.

Poi appare una figura umana e la comparsa è allo stesso tempo una sparizione. Prima un lume rischiarava la sala. Poi, piano piano, quella luce sale le scale e raggiunge la camera da letto la quale era solitamente posta al primo piano nelle case di campagna. Quindi la luce si spegne. Devono essere gli sposi che salgono. E qui, delicatamente, come la telecamera di un regista, gli occhi di Pascoli si chiudono e lasciano agli sposi una dovuta intimità. Questi occhi si riaprono a mattina, proprio come nei nostri film. Ma anziché fissarli sugli sposi, Pascoli rivolge gli occhi ai gelsomini che chiudono i petali sgualciti nell’urna: questa è l’immagine più simbolica dell’interno testo. Dietro alla corolla di petali sgualciti stanno gli sposi, la “nuova felicità” è la raffinata allusione al concepimento di una nuova vita, misteriosa per Pascoli, che riempie l’urna molle e segreta.

Due cose colpiscono maggiormente l’attenzione del lettore davanti a queste parole. La prima cosa è il tono delicatissimo e raffinato con il quale Pascoli affronta un tema così particolare ed intimo. La seconda cosa è il coinvolgimento emotivo che egli stesso deve aver investito nella scrittura del brano. Egli non aveva avuto compagna nella sua vita e ricordava quella famiglia da cui veniva con tinte non troppo felici: la morte del padre, il nido con le sorelle e il matrimonio di una di queste furono per Giovanni causa di un grande patimento, di una lotta quotidiana che tuttavia fu quantomai feconda letterariamente. La novità che lo coglie riguardo al sentimento amoroso fra marito e moglie ci viene restituita dalla delicatezza dei versi: mai una volta egli si presta ad indicare esplicitamente dell’incontro fra uomo e donna. Si limita ad osservare dall’esterno, come un escluso che invidia una vita mai ottenuta (o mai cercata?).

La vera compagna di Pascoli fu la sua natura, la sua campagna: in essa trovò quello che il padre non poté dargli venendo assassinato; in essa mascherò l’intimo desiderio di una vita affettiva più vissuta; in essa creò egli stesso i suoi fantasmi e con questi convisse fino alla morte. Dopo cento anni, di questo felice connubio ci rimane una delle più affascinanti opere letterarie italiane: un perfetto incontro fra un contenuto veramente sentito nel cuore ed una forma poetica sempre incalzante, ricercata e raffinata.

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